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UE: romeni e bulgari portano ricchezza nei paesi ospitanti

Bulgaria e Romania Unione EuropeaUn rapporto della Commissione Europea descrive l'impatto positivo sui paesi ospitanti degli immigrati romeni e bulgari.

Immigrati che rubano, stranieri che non vogliono lavorare, cittadini dell'Unione Europea per cui in Italia non c'è posto perchè, si sa, qui di lavoro non c'è neanche per gli italiani. Oggi un rapporto della Commissione Europea sfata i luoghi comuni e conferma l'impatto positivo degli immigrati da Romania e Bulgaria sui paesi ospitanti.

Il primo dato che salta agli occhi è l'aumento del Prodotto Interno Lordo che coinvolge con una crescita dello 0,2% tutti i paesi dell'Unione a partire dal 2004, anno della buona riuscita delle trattative per l'ingresso dei due Stati, fino al 2009. Il dato più sorprendente però è quello relativo ai due paesi che più di tutti hanno accolto l'afflusso di lavoratori romeni e bulgari: la Spagna e l'Italia, che hanno avuto una crescita pari rispettivamente all'1,7% e all'1,3% sul lungo termine. A pagare la crescita sono stati proprio i paesi che hanno visto i propri lavoratori spostarsi in tutta Europa: Romania e Bulgaria, con una diminuzione del 9,2%.

Nessun margine per i critici e per tutti coloro che vedono nell'apertura delle frontiere un rischio per l'Italia, insomma, neanche per quel che riguarda le spese di welfare e di denaro pubblico che il nostro paese investe per i nuovi cittadini. Ci sono state, afferma il rapporto, occasioni in cui l'afflusso di stranieri ha fatto sentire il proprio peso sul sistema di scuola e sanità pubbliche, ma tutto questo è avvenuto solo su base locale. A livello nazionale l'impatto di romeni e bulgari è stato ininfluente o addirittura positivo.

Lo stesso vale per il presunto impatto negativo su mercato del lavoro, occupazione e salari medi. Anche qui l'ingresso degli stranieri non ha diminuito i posti di lavoro per gli italiani né ha contribuito all'abbassamento delle paghe, anzi sembra che nel breve periodo il paese avrebbe subito un abbassamento dello 0,24% sui salari se il sistema non avesse accolto nuovi lavoratori.

Aumento del PIL, miglioramento delle condizioni di lavoro e un impatto minimo sulle casse statali: i dati sono chiari. A questo punto rimane solo un passo da compiere, quello di sollevare le restrizioni all'ingresso dei lavoratori romeni e bulgari che dieci Stati Membri (Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Malta, Olanda, Austria, Lussemburgo, Gran Bretagna) hanno deciso di mantenere. Al riguardo il tempo stringe: sarà possibile tenere i cancelli chiusi al massimo per altri due anni, ma solo se i governi stessi notificheranno alla Commissione Europea l'esistenza o la minaccia di una grave turbativa del mercato del lavoro interno.

“Limitare la libera circolazione dei lavoratori in Europa – ha detto László Andor, Commissario UE per l'occupazione - non è la risposta al problema della disoccupazione elevata. Ciò che dobbiamo fare è concentrare i nostri sforzi per creare nuove opportunità di lavoro.”

Scarica qui la versione integrale del Rapporto della Commissione Europea



Lun, 21/11/2011 - 18:22 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Il treno delle rinnovabili accelera, l'Italia arranca


Innovazione, ricerca, incentivi. Sono queste le parole chiave per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso quanto prezioso per l'energia europea: utilizzare solo fonti rinnovabili, sia per le case che per le industrie, entro il 2050. I prossimi quarant'anni sono stati il focus su cui si è concentrato il convegno annuale del Kyoto Club che, riprendendo lo spunto dal rapporto del Wwf (di cui abbiamo parlato qui) sulle energie del futuro, era mirato a dimostrare che anche l'Italia può dare il suo contributo per vivere di sole rinnovabili e lasciarsi definitivamente alle spalle la vecchia, dannosa, pericolosa e inquinante energia a base di carbonio, e quindi petrolio.
Si tratta però di spingere sull'acceleratore lungo una strada che si è dimostrata negli anni assai battuta e proficua, toccando livelli addirittura inaspettati.

“La rivoluzione delle rinnovabili è partita con una velocità e con una intensità che nemmeno i più ottimisti, e i più ambientalisti, avevano immaginato”, spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. Infatti tutte le proiezioni fatte negli anni precedenti, anche quelle realizzate da nomi che spingono molto su questi argomenti come Greenpeace, sono inferiori rispetto alla quantità di energia prodotta da rinnovabili che in effetti si è riusciti a raggiungere nel 2010. Negli ultimi dieci la corsa all'energia verde è andata forte e tutto lascia immaginare che nei prossimi quarant'anni la situazione vada ancora più veloce. Lo si capisce da molti fattori, come il fatto che i prezzi dell'energia prodotta da rinnovabili, che ancora oggi non sono competitivi sul mercato, stanno scendendo grazie soprattutto a due spinte. Da una parte politiche di incentivi pubblici che agevolano la realizzazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Dall'altra la ricerca sull'innovazione che riesce a produrre tecnologia e materiali a costi minori e soprattutto a rendere gli impianti più efficienti e redditizi per la produzione e la distribuzione dell'energia.

La domanda di Silvestrini a questo punto è molto chiara e diretta: “L'Italia vuole avere un ruolo da protagonista in un mercato dell'energia che va sempre più decisamente nella direzione delle rinnovabili?”. Se la risposta è sì, allora gli occhi devono voltarsi a guardare là dove ci si sta muovendo per trovarsi in una posizione vantaggiosa quando le rinnovabili saranno definitivamente protagoniste assolute del mercato energetico. Steven Chu, suggerisce Silvestrini ad esempio, in qualità di capo del Dipartimento dell'Energia dell'amministrazione Obama ha fissato un obiettivo concreto per gli Usa: portare entro il 2020 il costo di installazione di impianti fotovoltaici a 1 dollaro per Watt e di di portare il costo dell'elettricità prodotta da solare a 6 centesimi di dollaro per kWh. Oppure guardiamo alla Germania, continua Silvestrini, dove il governo si è dato un obiettivo altrettanto chiaro: nel 2050 almeno l'80% dell'energia elettrica sarà prodotta con fonti rinnovabili.

Il treno delle rinnovabili sta correndo a velocità sempre più elevata e per i prossimi anni c'è chi sta già spingendo sull'acceleratore per andare ancora più forte. L'Italia sarà capace di salire su questo treno e giocare un ruolo da protagonista? La risposta sarà positiva, dicono al Kyoto Club, se riusciremo a darci degli obiettivi ambiziosi, a valorizzare la politica degli incentivi e ad investire in innovazione e ricerca in modo tale da raggiungere la fantomatica Green Parity, cioè il momento in cui il costo dell'energia prodotta da fonti rinnovabili sarà inferiore al costo della bolletta. Non è una questione ambientale, non solamente. È per lo più una questione industriale.

Immagine di Chuck “Caveman” Coker



Noi albanesi, adesso un po' più liberi ed europei

Riceviamo da Isi Ademi, giovane albanese-toscano, e volentieri pubblichiamo.

Dal 15 dicembre, i cittadini albanesi che vogliono muoversi per turismo all’interno dei paesi Schengen, lo possono fare senza avere bisogno del visto di ingresso. Questa notizia potrebbe sembrare una banalità per un lettore italiano, ma significa moltissimo per noi albanesi.

Dopo quaranta anni di regime totalitario, quando le frontiere erano ermeticamente chiuse, gli albanesi hanno vissuto altri venti anni di umiliazioni e file tra consolati e uffici per poter andare all’estero. Ci sono stati molte ondate di esodi migratori dall’Albania verso l’Italia, ma anche altri paesi. Tant’è che oggi vivono regolarmente al di fuori dei confini albanesi oltre 1,5 milione di cittadini.

La notizia della liberalizzazione dei visti ha scatenato in molti ambienti, il timore di un possibile e potenziale nuova “invasione” albanese dell’Italia. Questo è dovuto anche alla forte pressione mediatica che negli ultimi decenni ha accompagnato l’aggettivo albanese. Per esempio, si pensa che l’Albania sia popolato da una decina di milioni di persone, senza rendersene conto che il paese ne conta a malapena 2,5 milioni.

Durante questi anni il mio paese è cambiato, e ne potrebbero parlare per esempio gli oltre 6 mila italiani, la più numerosa comunità di migranti, che vivono e lavorano nel paese delle aquile, La liberalizzazione dei visti, riguarda solamente i motivi turistici, e per l’Europa non ci possono essere che benefici. Inoltre ci sono delle regole di ingresso che prevedono il possedimento di garanzie da parte di chi vuole uscire per turismo.

Gli albanesi per esempio hanno speso in turismo nel 2008, nei pochissimi paesi (Turchia, Montenegro, Malesia ecc.) che li facevano entrare senza visti, oltre 490 milioni di euro. In Italia ci sono quasi mezzo milione di cittadini albanesi residenti, che in questi anni hanno fatto pratiche di ricongiungimenti familiari, a volte estenuanti, solo per poter avere in visita i propri genitori e parenti.
Moltissimi non lo faranno più, perché il permesso di soggiorno lo utilizzavano prevalentemente come un visto di lunga durata e non per vivere in Italia. Moltissimi albanesi tornavano ogni anno a fare le vacanze in patria, proprio perché altrimenti era quasi impossibile incontrare parenti e famigliari in Italia. Con la liberalizzazione dei visti, gli albanesi che vivono in Italia forse spenderanno le loro ferie qui, con tanto di beneficio dell’economia italiana.

Se guardiamo i dati dei visti rilasciati in questi anni da parte dei 3 consolati italiani in Albania, scopriremo che in effetti moltissimi albanesi in Italia ci sono già stati almeno una volta, e quindi non c’è più la forza attrattiva che esisteva nel Novanta. Da molti anni ormai gli albanesi per esempio non guardano più la tv italiana, ma si sono fatti una loro piattaforma digitale e comprano direttamente format tv nel mercato globale.
Ad oggi hanno sono solamente qualche centinaia gli albanesi che hanno oltrepassato le frontiere senza visti. Insomma l’Albania, nel bene e nel male, si è avvicinata all’Europa, forse anche molto di più di quanto l’Europa lo percepisca. E forse, paradossalmente, chi ci rimetterà più di tutti sarà proprio l’economia albanese che vedrà un flusso di euro spesi fuori dai propri confini.

Foto di quinn.anya



Mar, 21/12/2010 - 10:42 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

L'Europa meticcia e gli strani numeri del Corriere della sera

Il Corriere della sera si chiede se l'Europa multiculturale sia fallita. E risponde con le parole di autocritica di Angela Merkel che dice chiaro e tondo che l'integrazione di turchi e arabi in Germania è stata quasi un fallimento e che è giunto il momento di rivedere il meccanismo.
Il giornale di via Solferino non è stato mai tenero verso gli slanci in avanti e con i modelli d'integrazione che auspicano uno spazio nelle nostre società anche per le minoranze come quelle islamiche (rileggere gli articoli di Magdi Allam e Giovanni Sartori per averne un'idea). E tuttavia fa bene a tornare sul tema e a porre una questione che in Italia è affrontata solo, o quasi, in termini propagandistici o ideologici: “Burqa sì o burqa no” oppure “Non ci fanno fare le chiese al paese loro e noi non gli facciamo fare le moschee” ecc.

Quel che sorprende è che il quotidiano presenti il tutto con dati che non spiegano molto e che anzi andrebbero spiegati per bene, ché altrimenti sembrano proprio sbagliati. Scrivere, come fa a più riprese il principale quotidiano italiano, che in Gran Bretagna “gli immigrati sarebbero 2,1 ogni 1000 abitanti” o 2,4 per mille in Olanda o l'1,4 in Francia (per esempio, l'articolo su Parigi) è un dato che da qualunque lato lo si guardi è a prima vista incomprensibile. Il 2 per mille significa lo 0,2 per cento ovvero per una popolazione tedesca di circa 82 milioni di abitanti significherebbe circa 160mila immigrati. Vuol dire solo qualche migliaio in città come Colonia o di Francoforte. Percentuali che colpiscono per l'implausibilità anche di fronte ai numeri dei musulmani presenti nei vari paesi europei: 3,7 per cento in UK, 5,8 in Olanda, tra il 5 e il 10 per cento in Francia.

E allora? Proviamo a dare una spiegazione a quei numeri: probabilmente si riferiscono alla migrazione netta, ovvero a tutti coloro che si stabiliscono in un paese rispetto a quelli che l'abbandonano in un dato anno (si veda questa tabella). Ma si tratta di un numero che va spiegato, altrimenti non si capisce.

Altra cosa sarebbe stato fornire i numeri assoluti sulla presenza di immigrati nei vari paesi europei. La popolazione straniera residente in Europa al 1 Gennaio 2008 secondo i dati diffusi dall’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ammontava a circa 30 milioni e 798mila unità, il 6,2 per cento della popolazione residente. Di questi circa un terzo, ovvero l’11,9 milioni, sarebbero cittadini di altri paesi dell’Ue. Invece circa 19 milioni e cinquecentomila sarebbero cittadini di paesi extraeuropei. In cifre assolute, il maggior numero di cittadini stranieri risiede in Germania (7,2 milioni), Spagna (5,7 milioni), Regno Unito (4,0 milioni), Italia (3,9 milioni) e Francia (3,7 milioni). I paesi di lunga tradizione di immigrazione hanno una presenza straniera  rispettivamente del 5,8 per cento la Francia, del 8,8 per cento la Germania e del 6,6 per cento il Regno Unito, del 5,7 per cento la Svezia.

Ovviamente, le percentuali risentono dei diversi modelli di integrazione e di riconoscimento della cittadinanza agli stranieri. Per dire, in Italia risiede un numero inferiore di stranieri rispetto alla Gran Bretagna eppure la percentuale è superiore (il 7,3 per cento del nostro paese contro il 6,6 inglese).
I numeri fanno brutti scherzi, maneggiare con cura.

Foto di payhere



Arrivano i giovani green

 L'immagine è tratta dall'album Flickr di Youthforum
Jeremy Rifkin li ha definiti la Generazione Erasmus, vivono l'Europa come un grande paese e sono il vero motore del sogno europeo, fatto di integrazione e solidarietà sociale.
Francesca Santolini, giovane esperta di diritto ambientale che riversa le sue competenze anche nell'impegno politico, guarda dritto negli occhi i suoi coetanei e fa un passo in più, avanzando una proposta concreta, “un invito a mettere da parte i vecchi slogan e portare nella politica la concretezza della questione ambientale perché in Italia l'attenzione all'ambiente non è ancora un cultura condivisa come nel resto dell'Europa”.
 
E allora, spazio a chi si forma girando per il Vecchio Continente, dentro le università (per un anno di Erasmus o per un dottorato post-laurea), gente che cresciuta a contatto con culture diverse, all'insegna dell'apertura mentale e, soprattutto, con gli occhi bene aperti a quello che in altri paesi la politica riesce a fare dell'ambiente. Loro possono spiegare all'Italia che l'ambiente non è una roba da inscatolare dentro divisioni tra partiti, è un tema (o un intreccio di temi) trasversale ai simboli e nessuno meglio dei giovani potrebbe contribuire attivamente a far entrare questa idea nella cultura comune degli italiani. E trasformarla in pratica concreta.

“La questione ambientale è una questione generazionale – spiega Francesca Santolini  che ha recente pubblicato il libro  Passione Verde. La sfida ecologista alla politica – la nostra generazione è cresciuta in un mondo privo di ideologie, è disincantata e disillusa; il tema dell'ambiente, che unisce insieme realtà locali con grandi questioni globali, come cambiamenti climatici e la deforestazione, può essere la sostanza migliore per riempire la politica di contenuti e affrontare le sfide della modernità; attenzione però a non trasformare questo impegno in ideologia e a mantenerlo dentro le cose”.

Come succede altrove, dice l'autrice, dove i temi ambientali non sono una prerogativa di destra o sinistra, sono trasversali e volàno economico per il paese. “In Germania l'industria delle rinnovabili sta superando il settore auto”, sottolinea Santolini che nel libro compie un vero e proprio viaggio alla scoperta, spiega, “di un nuovo vocabolario per riscoprire le parole che in Europa sono molto vive come accountability, principio di precauzione, partecipazione alle scelte pubbliche, attenzione alla ricerca. I giovani italiani conoscono le mentalità che sono ispirate da queste parole e possono svolgere un ruolo fondamentale per portarle dentro la nostra cultura politica”.

L'immagine è tratta dall'album Flickr di Youthforum



Ven, 17/09/2010 - 13:34 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Terminator e gli Indios contro il global warming

Terminator e gli Indios contro il global warming

Gli Indios boliviani sono stati i protagonisti della giornata di ieri della conferenza di Copenhagen. Hanno portato la loro triste testimonianza sui danni avvenuti nella loro terra per colpa dei cambiamenti climatici: in 10 anni i ghiacciai delle Ande si sono ritirati del 10% e sui loro monti non c’è più acqua. Nei loro villaggi non c’è luce e nemmeno acqua corrente e chiaramente non ci sono automobili che circolano. Non sono gli indigeni che inquinano dunque, ma sono loro che ne pagano le dirette conseguenze.

Anche l’ex vicepresidente americano e attivista per l'ambiente Al Gore conferma che tra un decennio al Polo potrebbe non esserci più ghiaccio e propone un nuovo incontro a luglio 2010 a Città del Messico, in cui si possa completare il trattato sul clima attualmente in discussione a Copenhagen.

Sono stati richiesti finanziamenti da parte dei cosiddetti Paesi “ricchi”: mentre l’Europa s’impegna a versare 10 miliardi di dollari, ora si attendono le promesse di finanziamento da parte del continente americano. Sembra invece che la Cina e l’India non vogliano assumersi tali impegni economici da destinare ai Paesi più poveri.

Le trattative procedono a rilento e si spostano dal piano tecnico a quello politico, visto che tra domani e venerdì sono attesi un centinaio di capi di stato e di governo (l’Italia è rappresentata dal Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo).

Nella serata di ieri era comunque prevista anche una sessione notturna per la preparazione di una bozza d’accordo globale contro il riscaldamento.

Il primo obiettivo del negoziato incontra il parere degli scienziati: è essenziale rimanere sotto i due gradi di aumento della temperatura globale del pianeta. Il secondo è il passaggio dal 20% al 30% nella riduzione di emissioni di gas ad effetto serra.

A Copenhagen è arrivata Naomi Klein - scrittrice canadese simbolo dei no global – e il governatore della California Arnold Schwarzenegger. Terminator ha annunciato che il mondo degli affari presto sceglierà le fonti alternative, perché nessuno rimarrà senza scorte di sole e di vento. Inoltre ha proposto di organizzare in California una “Conferenza mondiale delle città” per promuovere spinte che possano nascere da cambiamenti locali.

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Foto di UN Climate Talks



Intervista a Ilaria Pretelli

Intervista a Ilaria Pretelli

Ilaria Pretelli è docente di diritto internazionale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e un’esperta di diritti umani: abbiamo discusso con lei del rispetto di tali diritti nella realtà italiana e internazionale.

1) Ci può fornire la sua definizione di "diritti umani"?

I diritti dell’uomo sono studiati da varie discipline (filosofia, politica, diritto); il mio punto di vista è quello del diritto internazionale, nell’ambito del quale esistono numerose norme in difesa dei diritti che gli Stati devono riconoscere alla persona. Io mi sono occupata in particolare della liceità di alcune forme di tutela dei diritti dell’uomo che presentano profili di criticità al punto da porsi in contraddizione con i diritti di “altri” uomini: mi riferisco agli interventi militari c.d. “di umanità” (si vedano l’operazione “Provide Comfort” del 1991 in zona Curda-Irachena; l’operazione “Restore Hope” in Somalia del 1992, le operazioni “Turquoise” in Ruanda e “Uphold democracy” ad Haiti, entrambe del 1994).
Dal punto di vista sostanziale i diritti dell’uomo o meglio i “diritti fondamentali della persona” sono quei particolari diritti soggettivi che devono essere garantiti a ogni persona per potergli permettere di fare la propria esperienza di vita nel modo più ampio possibile e senza interferenze.
Semplificando si possono indicare tre percorsi (o fondamenti) che hanno caratterizzato l’evoluzione dei diritti dell’uomo:

  1. Giusnaturalismo: il giusnaturalismo è la dottrina sulla quale si fondano le prime dichiarazioni dei diritti dell’uomo (quella americana e quella francese) e che collega l’universalità dei diritti dell’uomo all’esistenza di un ordine naturale che gli Stati devono riconoscere e attuare. È evidente però che dalla “natura” non può ricavarsi alcuna definizione di diritto e giustizia, nessuna verità invariabile che prescinda dalla storia dell’uomo e dalla sua evoluzione culturale, pertanto ogni teoria giusnaturalistica è oggi confutata;
  2. Diritto positivo: le teorie moderne dei diritti dell’uomo si fondano sul positivismo giuridico che caratterizza gli ordinamenti attuali. Nei manuali si trovano perciò definizioni formali di diritti dell’uomo che subordinano l’esistenza di un diritto dell’uomo all’esistenza di una norma positiva che ascrive all’uomo tale diritto. Nessun diritto può esistere infatti senza una sua previa codificazione in una fonte del diritto quale la Carta costituzionale di un Paese o una convenzione internazionale in vigore.
    Per esempio quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo giudica l’Italia responsabile della violazione del diritto alla libertà religiosa di un suo cittadino, si riferisce al fatto che un determinato comportamento, ascrivibile allo Stato italiano, si pone in contrasto con un articolo della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che è in vigore in l’Italia.
    Anche la teoria positivista soffre però di un’aporìa fondamentale: alcune di queste pretese “codificazioni” dei diritti dell’uomo, contengono delle formulazioni di tali diritti che si pongono in palese contrasto con la concezione contemporanea di essi: si legga ad esempio la dichiarazione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani relativamente ai problemi che la Carta araba dei diritti dell’uomo pone con riferimento alla formulazione dei diritti della donna, degli stranieri e dei minori.
  3. realismo giuridico: semplificando, si può indicare una terza via per la quale i diritti dell’uomo non procedono né dalla nuda realtà metafisica né dalla norma giuridica positiva ma sono la manifestazione di una progressiva acquisizione di consapevolezza da parte dell’umanità. Oltre alla realtà fenomenica esiste una realtà psichica, o si potrebbe dire una coscienza collettiva che riconosce il valore altissimo della dignità umana, che è inviolabile. Al di là delle differenze culturali che pure esistono e sono visibili nelle diverse formulazioni contenute nelle codificazioni regionali dei diritti dell’uomo (Convenzione europea, Carta Araba, Carta africana, Convenzione interamericana, Dichiarazione di Bangkok, per citarne alcune) esiste un nocciolo duro di diritti la cui violazione non è più tollerata e su questo nocciolo duro, convergono sia pure in tempi e con modalità diverse, tutti i Paesi del mondo (si pensi al divieto della schiavitù, del genocidio, della tortura).

2) Quanto sono rispettati (o calpestati) nella società italiana di oggi? Qual è invece la situazione nel resto del mondo?

Il problema in Italia si pone più sul piano delle garanzie del rispetto dei diritti dell’uomo che sul piano di un loro riconoscimento. Inoltre, è rilevante la distinzione tra discriminazioni operate dalle autorità pubbliche e discriminazioni sociali, spesso più subdole perché meno evidenti ma ugualmente importanti. Per avere un quadro d’insieme si può fare riferimento al rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa in visita in Italia all’inizio dell’anno in corso.
Valgano due esempi: basta leggere le pagine dei quotidiani per comprendere quanto sia urgente risolvere il problema della discriminazione nei confronti degli stranieri extracomunitari, provenienti da paesi non occidentali. Un’altra situazione che mi sta a cuore è quella della donna, la cui situazione, grazie al consolidamento di una sua visione stereotipata, sta peggiorando anno dopo anno nel silenzio di tutti, salvo i casi purtroppo non rari, di violenze fisiche che giungono alle pagine di cronaca nera.

La situazione nel resto del mondo – soprattutto in alcune zone – è ancora più triste e sconfortante: in troppi Paesi vige ancora la pena di morte (in certi Stati anche nei confronti dei minori). Il continente africano è un lago di sangue: qui mancano le condizioni per garantire il rispetto per il diritto alla vita: si prenda la situazione della Guinea Bissau – uno degli stati africani più corrotti, crocevia per il traffico di cocaina in provenienza dall’America Latina e destinato al mercato europeo; oppure le uccisioni massicce di civili che sono perpetrate nella Repubblica Democratica del Congo. In molte realtà purtroppo non sono rispettati neppure i diritti la cui esistenza nessun Paese del mondo metterebbe in discussione, come il divieto del genocidio e il divieto della tortura.

3) Che cosa intende per “cultura dell'integrazione”?

La cultura dell’integrazione di fatto in Italia non esiste ancora: il nostro Stato fino alla caduta del muro di Berlino è stato solo un Paese di emigranti.
La breve esperienza d’immigrazione che abbiamo vissuto nel nostro territorio non è sufficiente per vincere determinati pregiudizi nei confronti dello straniero. Spesso basta un fatto di cronaca a stigmatizzare un’intera popolazione.
Sia chiaro, in Italia non c’è solo lo stereotipo per il quale lo straniero è pericoloso e turba l’ordine sociale ma anche quello opposto: alcuni fatti di violenza sono scaturiti da una maldestra esterofilia; con questo voglio dire che l’ignoranza è super partes: caratterizza sia le fasce conservatrici che quelle progressiste.

4) Secondo Lei la nostra società è caratterizzata da pregiudizi razziali? In caso affermativo, quali sono le strategie da mettere in atto per cercare di neutralizzarli o perlomeno ridurli?

Non si può negare che una parte della nostra società nutra pregiudizi razziali soprattutto in forma di stereotipi che vengono ascritti in modo sistematico a diverse categorie di stranieri, in base alla loro provenienza.
Prendiamo ad esempio il caso della popolazione Rom: per evitare la loro ghettizzazione è importante integrarli nel tessuto sociale italiano, ma come fare?
Le strategie da attuare per cercare di eliminare la stereotipizzazione degli stranieri (e delle loro comunità) può essere ricercata solo nell’uso della mediazione culturale, oltre che intervenendo attraverso il canale dell’istruzione (il diritto all’istruzione è riconosciuto dalle principali codificazioni dei diritti dell’uomo). Solo un approfondimento della propria e altrui identità culturale può aiutare gli italiani e gli stranieri ad avere un confronto sereno.

5) Come definisce la tolleranza? È possibile migliorarla, magari promuovendo la diversità linguistica e culturale?

Tolleranza significa rispetto per la storia, le tradizioni, il sentimento religioso e, in definitiva l’identità culturale di un altro popolo.
Non è sempre un compito facile: si può restare perplessi di fronte alla concezione della donna in certi Paesi perché riduttiva e penalizzante ma sarebbe assurdo che questo portasse a svalutare la cultura e la storia di tutto un popolo; la constatazione di una diversità che può essere di primo acchito sgradita deve porsi piuttosto come punto di partenza per un approfondimento: al fine di conoscere, ad esempio, i meccanismi di compensazione che consentono comunque un certo avanzamento della donna in tali società.
Il rispetto implica anzitutto una volontà di conoscere. E’ necessaria un’apertura alle culture altre. Certo non dev’essere un’apertura indiscriminata a tutto ciò che viene dall’estero senza la consapevolezza della diversità, perché, così attuata, può portare anche a conseguenze drammatiche per talune persone.
Il caso classico è quello in cui una donna europea si sposa con un uomo proveniente da un Paese che ha una visione della donna completamente diversa dalla sua. Spesso, le aspettative dei due coniugi sono molto diverse senza che essi se ne rendano conto al momento del matrimonio. Se durante il matrimonio la donna non tiene un comportamento compatibile con quello prescritto dalla cultura di appartenenza dell’uomo possono nascere problemi di incomprensione culturale, la forza dello stereotipo può tornare a condizionare il pensiero e il comportamento di entrambi e l’esperienza si può concludere con separazioni difficili e violente. Se poi vi sono figli, che sono coloro che più soffrono di questa differenza culturale, si possono verificare casi di sottrazione internazionale di minori, sui quali esiste, purtroppo, una giurisprudenza copiosa ed eloquente.
È dunque indispensabile, per prevenire degli “choc culturali”, intervenire nel campo dell’istruzione e favorire sia la conoscenza delle culture di provenienza degli stranieri che soggiornano in Italia da parte degli italiani, sia la conoscenza della nostra lingua, cultura e società da parte degli stranieri.
In definitiva è indispensabile una mediazione culturale seria, promuovendo la conoscenza linguistica e culturale del paese d’accoglienza e viceversa. Da parte italiana è importante non sottovalutare la diversità culturale, per non incorrere in errori che possono pagarsi molto cari, ma anche riflettere sulla filastrocca di Bertold Brecht: L’uomo ricco e l’uomo povero si guardavano e quello povero disse: “se io non fossi povero tu non saresti ricco”.

Foto di sashamd