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Kumi Naidoo: "Ho convinto Coca Cola e Google a battersi per l'ambiente"

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A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.

“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.

Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.

Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a  disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.

Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.

Marìka Surace



Senza controllo

Quanto accaduto nei giorni scorsi, con la contaminazione delle acque dei fiumi Lambro e Po, rappresenta un episodio gravissimo: Mario Tozzi ci spiega quali sono i danni causati dall’atto criminale e ci avverte sui pericoli che nelle prime stime sono stati incautamente sottovalutati.

Senza Controllo

Il disastro partito dallo scarico criminale di gasolio e olio combustibile nel fiume Lambro si conclude nel Mare Adriatico dopo aver interessato il Po e il suo delta con un bilancio che non può essere né definitivo né consolante. E ci vorranno alcune settimane per valutare appieno la pesantezza del colpo subito dall’ecosistema più importante e delicato d’Italia: i milioni di uccelli di passo che si posano fra la fitta vegetazione della laguna, gli anfibi, i piccoli rettili e i pesci avranno significative difficoltà nel reperimento del cibo a causa di quella patina oleosa che gli idrocarburi più leggeri lasciano sull’acqua. Mentre c’è il rischio che i molluschi come le vongole finiscano impastati nella parte più pesante della morchia nera, così come le sabbie del delta, che costituiscono il filtro naturale per la pulizia delle acque, e che si troverà irrimediabilmente intasato per anni. Basta una quantità irrisoria di idrocarburi per rendere inutilizzabili cozze e vongole. La patina sottile e superficiale non ha contaminato l’acquedotto di Ferrara, ma non è ancora possibile stabilire se verrà assorbita e in che misura dalle colture delle aree golenali. Ma possibile che nessuno abbia controllato? E chi ha prevenuto? Esiste un sistema di allerta e pronto intervento? E’ equipaggiato a dovere per affrontare una simile urgenza? Attendiamo una risposta a queste legittime domande.
Il Delta del Po in questo momento è poi estremamente vulnerabile anche a causa del livello alto delle acque del fiume che permette una connessione diretta con molti rami laterali e con le aree di maggiore interesse naturalistico. Vi sono migliaia di uccelli alla vigilia della cova e della stagione di riproduzione. In caso di avvelenamento non sarebbe solo uno degli ecosistemi più ricchi del nostro Paese a pagare il prezzo, ma anche le attività che sostengono economicamente questo territorio, come la pesca e il turismo. Andrebbero perciò garantite aree incontaminate da utilizzare come rifugio per gli uccelli attualmente presenti nelle aree direttamente interessate dall’onda nera.
In definitiva non è vero che nemmeno una goccia arriverà in mare, anche se il disastro catastrofico è stato evitato: si registra molto meno di una parte per milione di idrocarburi (limite di legge), ma quei valori sono comunque molto più elevati di quelli che si constatano normalmente. L’emergenza cioè è finita, ma non la più difficile fase della bonifica, che dovrà interessare proprio l’accumulo e la persistenza di idrocarburi nei sedimenti del fondo per periodi lunghi. Per non parlare del depuratore dell'Asl San Rocco, che ha salvato il fiume ma che è rimasto fuori uso, intasato dagli idrocarburi, e non ha potuto così filtrare i liquami di 800.000 lombardi che ora finiscono tranquillamente in alveo, aggravando l’inquinamemto chimico con quello biologico.

Mario Tozzi

Foto di pollobarca2