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A Genova la presentazione di Sakura, il tributo a Fukushima

Sakura - Tributo a FukushimaGirato a Mori nel complesso industriale dell'ex Montecatini, il film Sakura è dedicato alle vittime di Fukushima.

Il 17 dicembre sarà presentato il film "Sakura - Tributo a Fukushima" a Genova in occasione del Festival Internazionale del reportage ambientale, ed è nato da un'idea di Maestro Giò Fronti, diretto da Alessandra Pescetta e interpretato dalla maestra Monique Arnaud.
La danza sacra del Teatro Noh è eseguita nello spazio diroccato dell'Ex Montecatini, che ricorda le rovine di Fukushima dopo lo tsunami e il disastro nucleare.

L'evocazione alla tragedia dell'11 marzo 2011 è in ogni dettaglio: l'abito della ballerina è creato con le tute di carta usate dagli operai delle centrali nucleari e ha la forma tradizionale del Teatro Noh. L'ambientazione è cupa e apparentemente oscurata dall'assenza di speranza. Una voce flebile racconta, sulle musiche di Alberto N.A. Turra, mentre petali di ciliegio, che richiamano la festa di primavera dell'Hanami, si elevano dal suolo allegoricamente.

La situazione attuale a Fukushima non è positiva né chiara. Proprio il 14 dicembre è stato registrato il crollo di una parete del reattore 4. Secondo EneNews, se un'altra scossa di assestamento provocasse ulteriori crolli e danni al reattore 4 come il cedimento della piscina che contiene il combustibile nucleare, l'intero Giappone orientale diventerebbe inabitabile e sarebbe necessaria un'evacuazione di massa.
Le informazioni non sono ufficiali, ma il rapporto "Impacts of the Fukushima Nuclear Power Plants on Marine Radioactivity" pubblicato su Environmental Science & Technology ha rivelato che i livelli di cesio radioattivo al largo di Fukushima hanno superato di 50 milioni di volte quelli normali, nonostante la Tepco, che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima, faccia numerosi tentativi di occultamento delle informazioni sull'effettiva radioattività e sulla portata di nuovi rischi per il Giappone.
Per quanto riguarda i reattori 1, 2 e 3, la situazione viene dichiarata stabile: è stata ufficializzata la chiusura della 'fase 2' del piano che porterà ora, nell'arco temporale fino a 40 anni, al decommissionamento dei reattori in avaria.

Si aggiunge anche la notizia di un terribile abuso: sembra che i fondi stanziati per aiutare le zone colpite dallo tsunami siano stati dirottati per rinforzare la flotta baleniera giapponese, che nonostante la sospensione della caccia commerciale alle balene del 1987, continua con questo massacro aggirando le leggi e le regolamentazioni nazionali col pretesto di "spedizioni di caccia a scopi scientifici".

Insomma, se pensavamo di aver toccato il fondo, allora ci sbagliavamo, perché alla crudeltà e all'indifferenza degli umani non c'è limite.

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Contro la politica del fango

Cinque TerreAdesso basta! Inaccettabili le tragedie di Genova e Messina. Come tutte quelle che le hanno precedute.

Mentre eravamo ancora in lutto per le vite annegate nel fango a Genova e in Toscana, ci ritroviamo ad assistere, attoniti, alla morte di altri innocenti cittadini falciati dall’alluvione che sta flagellando il messinese e minacciando tutto il Sud Italia.
 
Di fronte a queste devastazioni è quasi un dovere civico domandarsi di chi è la responsabilità. E constatare tristemente che il momento della presa di coscienza definitivo è ancora molto di là da venire.
Abbiamo sentito gli amministratori locali ripeterci come una litania che la colpa dell’alluvione è della quantità eccezionale di pioggia caduta in pochissimo tempo. Ma è bene gridare che questo non è vero: a Genova nel 1970 i mm di pioggia caduti furono 900 contro i quasi 600 dei giorni scorsi. E alle Cinque Terre, come lungo il Magra o il Vara, piogge di quasi uguale intensità da tempo erano diventate la regola.
Tanto che addirittura il Senato della Repubblica, nel 2005, affermava che “negli ultimi 15 anni le piogge sono diventate violente e brevi, mentre prima erano prolungate e di bassa intensità”. Nel 1997 Aulla era già stata colpita da bombe d’acqua, così come era accaduto ancora a Genova all’inizio degli anni Novanta. È il clima che cambia, vero: più calore significa maggiore intensità e frequenza dei fenomeni meteorologici a carattere violento. Ma non è una novità, non più almeno da una ventina d’anni.

Ma quando piove tanto, comunque è bene guardare a terra, non in cielo, perché il problema è che quelle quantità enormi di pioggia cadono su un territorio devastato, abbandonato, abusato e divorato da costruzioni e infrastrutture di ogni tipo e genere. Anche dove non si dovrebbe. Eppure li abbiamo sentiti, quegli stessi amministratori darci spiegazioni del tipo: “erano anni che non pioveva così tanto, non avevo mai visto piogge così”. Ma la memoria degli uomini è corta rispetto a quella della Terra e spesso non funziona nemmeno tanto bene: Genova è preda di alluvioni improvvise (flash-flood) da almeno 40 anni, il Magra e il Vara hano sempre esondato.
Solo che i fiumi sono cambiati. E anche le città: prima eravamo di meno e i centri abitati più piccoli e limitati alle zone sempre sicure. Basta guardare Aulla, dove hanno costruito un argine nel 1959 non al limite dell’alveo, come forse si potrebbe, ma al limite dell’acqua del fiume, rendendo possibile costruire direttamente sul greto, nell’illusione che l’argine servisse a qualcosa.
E il Vara ha visto ristretto il suo alveo dagli 820 metri della fine del XIX secolo ai 140 di oggi. Ma cosa dovrebbe fare un fiume cui è stato sottratto il suo corso, se non riprenderselo nel momento della piena? E cosa dovrebbe succedere alle costruzioni impiantate in una zona di Genova che si chiama La Foce? La bulimia costruttiva degli italiani è il vero problema del dissesto idrogeologico nel nostro paese, più dei disboscamenti e degli incendi: da  noi ogni anno si perdono 200.000 ettari di territorio, conto i 10.000 del Regno Unito. Da noi si permette di costruire dove non si dovrebbe e piani casa e condoni edilizi fanno il resto, sanando anche l’abusivismo pericoloso.

Ma i nostri amministratori, e spesso anche i cittadini, hanno dato la colpa a tutto, fuorché alla loro scarsa capacità di pianificare il territorio. Stretti alla gola dalla crisi economica hanno continuato a far soldi concedendo licenze edilizie dovunque e sanando gli abusi, non hanno demolito e hanno costruito opere inutili non destinando nemmeno un euro alla manutenzione del territorio. Bisoga dirlo chiaro: alle Cinque Terre si viveva solo grazie a un patto con la natura che consisteva nel lavorare con fatica e senza sosta un territorio in linea di principio inospitale per gli uomini. Il turismo di massa ha concesso benessere, però ha favorito l’abbandono delle campagne e i risultati si vedono. Nessuno può vivere impunemente in condizioni di pericolo, come anche a Genova, dove i suoi cinque corsi d’acqua sono stati tombati da decenni e ora esplodono come è naturale che sia, altro che messa in sicurezza. Non è un problema ingegneristico o idraulico, è un problema culturale. E non è solo un problema di risorse: è vero che nella finanziaria 2012 spariscono i 500 milioni destinati alla difesa del suolo, ma è anche vero che si favoriscono da troppo tempo situazioni di pericolo.

Infine ci si è spinti anche a dare la colpa agli ambientalisti, colpevoli di impedire la pulizia dei fiumi. Qui siamo alla follia: tronchi morti e detriti, o rottami debbono essere rimossi dagli alvei e anche gli ambientalisti sono d’accordo. Ma è paradossale che quei sindaci, con il fango alla vita e i morti e i dispersi nel proprio territorio, sommersi dalle auto accatastate, sentano di dare la colpa a chi davvero non c’entra niente e non si assumano mai, dico mai, nemmeno un ombra di responsabilità.

In Italia muoiono, per frana o alluvione, sette persone al mese e ogni tre quarti d’ora il terreno smotta in tutta la penisola, visto che quasi la metà  del territorio è a rischio idrogeologico. La Liguria, la Toscana, la Campania, la Calabria, la Sicilia, il Piemonte, il Veneto sono le regioni con maggiore rischio e poco possiamo fare nel breve termine, se non salvare le vite attraverso una migliore interfaccia fra protezione civile e amministratori- cittadini. A patto che non si sottovalutino gli allarme e si sopportino quelli falsi. Si può suggerire di spostarsi ai piani alti e di abbandonare le auto, meglio dopo averle spostate magari nei giorni precedenti, in zone sicure. Si possono ripulire i rifiuti (solo quelli, non la ghiaia o gli alberi vivi) dal greto Ma sul lungo termine è ora ormai di ripensare il rapporto fra cittadino e natura: bisognerà imporre limitate opere di intervento naturalistico dove serve, ma si dovrà delocalizzare parte della popolazione a rischio idrogeologico,  e pensare a una nuova pianificazione che sia più equilibrata e armonica. Perché non si può più morire nel fango all’inizio del terzo millennio, tanto meno in un paese che ha ambizioni da sesta potenza mondiale.

Avoicomunicare ha raccolto tutte le nefandezze ambientali operate nel nostro Paese in uno straordinario docu-film, “Itali@mbiente”, realizzato grazie al contributo video di tantissimi cittadini volenterosi. Un’opera unica nel suo genere, che dimostra la potenzialità e la forza della Rete al servizio del bene pubblico. Presto sugli “schermi” di tutto il web, segnaliamo il trailer che - neanche a farlo apposta - inizia con Messina.

Mario Tozzi
italiambiente.avoicomunicare.it

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Foto: Flickr



Migranti di ieri, migranti di oggi

ImmigrazioneA Genova un viaggio “virtuale” consigliato a tutti

Il Museo Memoria e Migrazioni (MEM), inaugurato lo scorso 17 novembre all’interno del Galata di Genova, non è solo un’esposizione. E' piuttosto una straordinaria esperienza di riflessione sui “viaggi della speranza”, quelli del passato e quelli del presente. Pronti a salpare?

Un tempo non troppo lontano gli italiani erano un popolo di trasmigratori, costretti a emigrare per sfuggire alle disastrose condizioni economiche e alla povertà del nostro paese. Questo lo sappiamo, ma nessuno di noi li ha vissuti in prima persona. Al MEM, il lungo viaggio è stato meticolosamente ricostruito per mettere i visitatori, dotati di passaporto virtuale, nei panni dei migranti: si parte dai carrugi della Genova dell'Ottocento e ci si imbarca sul piroscafo Città di Torino. Sulla nave si trovano tutti i locali originali: gli alloggi per uomini e donne, l'infermeria di bordo, la cella per contenere i passeggeri pericolosi, e infine il refettorio. Tre sono gli approdi, corrispondenti ai principali luoghi di sbarco dei migranti italiani: l'Argentina tra 1860 e il 1880, il Brasile tra il 1880 e il 1892, gli Stati Uniti con Ellis Island dal 1892 in poi.

La prima tappa è il quartiere de la Boca, appena fuori Buenos Aires, dove si insediarono soprattutto liguri nella prima meta' dell'Ottocento, con le sue case dai colori vivaci e le note della milonga diffuse da un grammofono a 78 giri. Si passa poi al Brasile, dove si stabilirono circa 2 milioni di italiani tra il 1880 e il 1892. "Qui arrivavano cittadini padani chiamati dai fazenderi - racconta Pierangelo Campodonico, direttore del museo - per lavorare nelle piantagioni, mentre friulani, veneti, trentini e lombardi si avventurarono nelle foreste dove fu loro concesso un appezzamento di bosco''. L'ultima destinazione e' la famosissima Ellis Island, negli Stati Uniti, dove ogni migrante veniva visitato, numerato e valutato da un'equipe medica dal punto di vista intellettivo e psicologico prima che gli fosse concesso l'ingresso nel paese.

Terminata l'esperienza, i visitatori sono attesi da un brusco risveglio: da un passato dimenticato si torna al presente, in un salto che porta a confrontarsi con i migranti attuali, quelli che a migliaia sbarcano sulle coste italiane in condizioni e per motivi uguali o peggiori di quelli degli antenati italiani. Racconti di lunghi, durissimi, percorsi a piedi sotto il sole del deserto, di affetti divisi e infine del lungo, pericoloso tragitto attraverso un mare che non perdona, stipati in barche dalle condizioni precarie e sostenute solo dalla speranza di una vita migliore. E proprio su una "carretta del mare", un barcone utilizzato da un gruppo di immigrati per raggiungere l'Italia, si conclude il viaggio. Qui giacciono un giubbotto di salvataggio, un Corano, tazze e coperte, oggetti che accomunano migranti e fuggiaschi da ogni parte del mondo, una realtà che dopo anni di sbarchi - i primi risalgono agli anni '70 - sembriamo aver sfortunatamente dimenticato. Recuperare la memoria ci servirà?

Foto: Flickr



Acqua per tutti: il festival a Genova

acqua per tuttiIl mondo dell'acqua è al centro dell'attenzione in una iniziativa che, dicono gli stessi ideatori, vuole offrire molteplici argomenti a molteplici pubblici. Il tutto è a Genova (4-10 settembre) dove il Festival dell'acqua, si anima grazie a un tema centrale e attualissimo e grazie alla presenza di ospiti rilevanti come Giulio Giorello ed Emanuele Severino, che offrono uno sguardo filosofico, Pietro Grasso, che mette in evidenza il fragile filo che tiene insieme le risorse idriche e la legalità.

Dell'acqua si parlerà in termini filosofici, come di una risorsa essenziale alla vita; se ne discuterà in termini politici ed economici, come di una risorsa sulla quale si è da poco chiusa una contesa elettorale e il cui esito ha lasciato non poche code dietro di sé. Se ne parlerà come di un simbolo presente nelle religioni di tutto il mondo, elemento della spiritualità del mondo e la si guarderà anche con gli occhi dell'arte.
 

Il perché di un Festival così strutturato e dedicato a un tema così vasto lo abbiamo chiesto a Mauro D'Ascenzi, vice-presidente di Federutility, la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali che operano nei settori Energia Elettrica, Gas e Acqua e che organizza il festival.
“L'acqua è un mondo complesso e grande, che mette a nudo alcune delle contraddizioni del nostro paese per questo abbiamo voluto dare vita a una iniziativa che possa coinvolgere interessi specialistici degli addetti ai lavori, ma anche l'attenzione di persone più attente a tematiche culturali fino a raggiungere anche un pubblico generalista” ha spiegato D'Ascenzi.
 
Il tema è certamente di primo rilievo, è lo ancora di più in un anno che ha visto la popolazione italiana chiamata a pronunciarsi ma il cui esito lascia ancora domande molto aperte le cui risposte possono rivelarsi importanti, soprattutto in momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo. “Sugli investimenti da fare sul settore idrico  il referendum ha lasciato aperto un enorme punto interrogativo”, continua D'Ascenzi che sostiene la rapida e concreta realizzazione di una Authority sull'acqua che abbia il compito di definire modalità e tariffe, cioè quanta parte di queste debba essere dedicata agli investimenti.

Da qui partirebbe, secondo il vice-presidente di Federutility, la via d'uscita da uno dei paradossi italiani: “L'acqua ha bisogno di investimenti e questo vuol dire che è un settore che può produrre sviluppo e lavoro – conclude D'Ascenzi – allo stesso tempo si tratta di un settore che può soddisfare la propria domanda di investimenti con le sue stesse risorse: si tratterebbe quindi di una soluzione risolvibile senza toccare denaro dello Stato in un contesto in cui si propone anche come una risposta anti-crisi e in linea con le prospettive della greeneconomy”.

 
 


Treno Verde è arrivato a destinazione: i risultati

Con la tappa di Genova degli scorsi giorni (30-31 marzo, 1 aprile), si è chiuso anche il ventesimo viaggio del Treno Verde di Legambiente, il convoglio speciale che ormai da 20 anni attraversa in primavera l’Italia per analizzare la situazione dell’inquinamento nei capoluoghi della penisola e al contempo sensibilizzare i cittadini sulle tematiche ambientali.
Abbiamo seguito la storica campagna di Ferrovie dello Stato e Legambiente attraverso costanti aggiornamenti sulla nostra fanpage di Facebook ed ora, a viaggio concluso, è bene fermarci a tirare le somme di questi 50 giorni di avventura.
Da Messina a Genova (passando per Crotone, Potenza, Latina, Ancona, Ravenna, Vicenza e Milano), la carovana su rotaia ha analizzato i livelli di pm10 e l’inquinamento acustico di 9 città (qui tutti i dettagli dei risultati), riscontrando purtroppo sempre livelli allarmanti in almeno uno dei due parametri. Alcune città, come Ancona, nei tre giorni di rilevazioni hanno evidenziato serissimi problemi di polluzione che devono assolutamente essere affrontati dalle autorità locali.
Ecco perché, insieme alle analisi, Treno Verde ha organizzato in ogni città incontri, seminari, mostre, ed esposizioni di prodotti e tecnologie che alcune aziende italiane hanno realizzato nell’ottica del risparmio energetico. Sensibilizzare i cittadini è una delle chiavi per cambiare la nostra cultura del consumo, avvicinando pratiche sempre più attente al riuso, al risparmio e al riciclo.

Il Treno Verde è passato dalle vostre parti? Che livelli d’inquinamento ha raggiunto la vostra città?



"Mal'Aria di città": la risposta di alcune città al report di Legambiente

Inquinamento - le risposte delle città italiane

Anche quest’anno, Legambiente ha pubblicato il rapporto annuale sul livello di inquinamento delle città italiane. I dati non sono consolanti: su 88 città monitorate, circa 57 superano il limite consentito.

Napoli, Torino e Ancona “guidano” la classifica e, ad un primo sguardo, è evidente come comportamenti irresponsabili dominino soprattutto nelle città del Centro-Nord, che occupano 19 delle prime 20 posizioni.

Il rapporto è molto interessante e continua fornendo anche dati sulle cause dell’inquinamento. Tra tutti i settori l’industria è quello che ha chiaramente l’impatto maggiore sulle emissioni atmosferiche anche se, soprattutto nelle aree metropolitane, il principale responsabile resta sempre il traffico urbano, generato dalle automobili.

Eppure, nonostante le conclusioni allarmanti che ci riporta il report, in alcune città ci si sta muovendo per migliorare la situazione con cambiamenti più o meno radicali.

A Milano, viste le polemiche sull'inefficacia dell'Ecopass, il 31 gennaio è stata l'occasione per rinnovare l'impegno della città per migliorare la qualità della nostra aria e ridurre lo smog, attraverso una giornata intera senza auto: i milanesi hanno preso le biciclette e sono andati in giro per le strade insolitamente silenziose. 697 le multe comminate agli oltre 4000 automobilisti che hanno sfidato il divieto.

Ma in Italia ci sono anche esempi di cambiamenti più radicali: è il caso di Genova, che ha optato per la riduzione delle emissioni come criterio guida per la riqualificazione del Lido: fonti rinnovabili per il riscaldamento, terreno vegetale, strategie energetiche che ridurranno la dispersione del calore. Tutti passi che vanno nella direzione del raggiungimento della certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design).

Conoscete altre città che si stanno muovendo nella direzione di Genova?

Foto di Simone Ramella