Dall'hijab al burqa. Cos'è il velo, anzi cosa significano i molti veli per le donne che li indossano in Marocco o in Arabia Saudita, in Turchia oppure a Roma o Parigi. Si tratta di differenze che non vanno cancellate. E' sbagliato punire l'uso del velo integrale perché diverso da una tradizione, come può capitare in Europa. Nel Vecchio Continente, inoltre, c'è una grossa differenza sul modo di intendere la cittadinanza, tra chi la vede come premio alla fine di un percorso d'integrazione da parte dell'immigrato e chi la vede come strumento per l'integrazione.
La scuola è il luogo cardine per favorire l’integrazione. Con Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, abbiamo parlato della particolare situazione nelle nostre scuole, della proposta del ministro Gelmini di un tetto del 30% agli immigrati nelle classi e della mediazione culturale, “priorità delle priorità” per il nostro tessuto sociale. Qual è la situazione nelle scuole delle vostre città? Conoscete progetti di mediazione culturale negli istituti?
Alla luce dei recenti scontri avvenuti in Calabria (a Rosarno) e a Milano, è ancora possibile parlare di integrazione pacifica in Italia?
Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bosetti, direttore della rivista mensile Reset e tra i massimi esperti in Italia su questi temi.
La sua conoscenza delle dinamiche dell’immigrazione in Italia e delle conseguenti problematiche legate all’integrazione ci aiuta a comprendere meglio un fenomeno vasto e fondamentale nella vita della nostra società: secondo Bosetti, l’invecchiamento della nostra popolazione e lo scarso tasso di natalità fanno sì che oggi – e negli anni a venire – ci sia sempre più bisogno di forze lavoro provenienti dall’estero.
Qual è la situazione nella vostra città? Gli immigrati sono integrati nel tessuto sociale?
"Muori sporco negro, hai rubato l'incasso". L'assassinio di Abdul è cronaca dura dei nostri giorni. È accaduto a Milano, è mostruoso. Certo non rappresenta l’essere degli italiani, ma quando diciamo che è un caso limite una voce interiore ci interroga per accertarsi che non stiamo cercando di consolarci. Altri maledetti episodi raggiungono le cronache: ghanese picchiato dai vigili, “Emmanuel negro”, inchieste e polemiche a Parma. E poi l’inferno di Castelvolturno, cinque neri massacrati da criminali locali.
Ma anche a leggere le pagine di una bellissima inchiesta di Riccardo Staglianò e Raffaele Oriani sui cinesi («I cinesi non muoiono mai», Chiarelettere) vien fuori che fioriscono gli stereotipi e le leggende metropolitane anche sui «musi gialli». E poi i giovani italiani musulmani raccontano sul web che il mese del ramadan è stato quest’anno pieno di tensione e di brutti episodi, insulti, muri imbrattati.
E ancora: da che pianeta vengono questi tifosi che accompagnano la nazionale di calcio recitando la parte dei nazi e dei fasci?
Sono convinto che nessun popolo sia per vocazione razzista e altrettanto che nessun popolo sia fatto di angeli dell’accoglienza. I comportamenti peggiori e migliori sono conseguenza anche di situazioni di fatto, di politiche sbagliate, estreme, scriteriate.
E tuttavia, come dice un grande filosofo canadese contemporaneo, Charles Taylor, «ognuno ha i suoi selvaggi da tenere a freno». Mi chiedo: ma chi sono i nostri «selvaggi»? da dove vengono, chi li ha nutriti? Voi ne conoscete? Aiutiamoci a capire quel che succede.
Ci stiamo sbagliando? O sta diventando davvero difficile, nell’Italia di oggi, essere diversi, di diverso colore, diversa lingua, diversa fede?