È un testa a testa che si gioca all'ultima virgola. Saranno i numeri decimali e i calcoli approfonditi dei grandi centri di ricerca sul clima che assegneranno la palma dell'anno più caldo degli ultimi centotrenta (e cioè da quando abbiamo misure sistematiche della temperatura media del pianeta). La vittoria finale se la contendono il 2005 e l'appena trascorso 2010. Ma, se lasciamo agli scienziati il loro lavoro di precisione su calcoli infinitesimali, la notizia vera è che il 2010 ha fatto registrare comunque una temperatura media annuale da record, pari a circa 14,65 gradi centigradi, alimentando così la curva di crescita del riscaldamento globale. Infatti, rispetto al periodo tra il 1951 e il 1980 si registra un aumento della temperatura pari a 0.65 gradi.
Ma come, diranno i più scettici, e le ondate di freddo di dicembre? Ci siamo già dimenticati del traffico paralizzato in autostrada, dei treni nel caos e di tutti i danni provocati dalla neve e dal gelo prima di Natale?
Il fatto è che le misurazioni di cui stiamo parlando riguardano la temperatura media del pianeta fatta registrare durante tutto l'anno climatico, che inizia a dicembre e finisce a novembre. I singoli episodi di pochi giorni, quindi, sono solo una parte del quadro generale e pochi giorni di freddo, anche se molto intenso e improvviso, in una specifica area del pianeta (piccola come l'Italia, o anche più estesa come l'intera Europa) non possono rappresentare in maniera significativa un intero anno sull'intero pianeta. Certo, il fatto che noi leggiamo questi numeri durante quelli che sono per noi i giorni più freddi dell'anno può farli suonare paradossali, ma se proviamo a metterci in un'ottica un po' più ampia dell'orizzonte della nostra finestra di casa, ci accorgiamo che parole e cifre hanno una fonte importante, forse la più importante di tutte, e cioè il Goddart Institute for Space Studies della Nasa. E così ci accorgeremmo che l'emisfero settentrionale ha fatto registrare un incremento rispetto alla media dei mesi di novembre tra il 1951 e il 1980, pari 1,19 gradi, un vero record, tanto che la fascia polare artica ha fatto impennare la colonnina di mercurio di 10 gradi, con aumenti di 4 gradi nell'Europa Settentrionale e tra 1 e 2 gradi in Italia.
Ora, questi numeri acquistano ancora maggior valore se confrontati con gli ultimi cento anni. Nell'ultimo secolo la temperatura è cresciuta di oltre un grado, più dei due terzi di questo aumento si sono verificati dopo il 1975. Sembra proprio che il riscaldamento globale abbia spinto sull'acceleratore negli anni più recenti e oggi si sia messo letteralmente a correre, molto più velocemente di quanto non riescano a stargli dietro gli accordi globali per fronteggiarlo. A Cancun la comunità internazionale ha concordato un impegno a limitare l'incremento della temperatura media del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2100. Di questo passo, tra non molto quell'obiettivo sarà già vecchio.
Immagine di my hovercraft is full of eels
Kerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».
Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».
Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».
Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».
È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».
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