Nel 2010 Coop lanciava la campagna consumeristica Acqua di casa mia, con lo scopo di sensibilizzare i consumatori su un corretto consumo dell'acqua.
Per contenere i costi ambientali del mercato dell'acqua, Coop ha promosso l'uso dell'acqua del sindaco e di acque minerali provenienti da fonti vicine, ma da oggi aggiunge alla sua iniziativa l'etichettatura sulla qualità dell'acqua: i cittadini delle provincie di Modena e Ferrara (29 comuni e 41 punti vendita), e presto di molte altre città d'Italia, potranno consultare una scheda informativa sulle caratteristiche chimiche e microbiologiche dell'acqua della propria zona, in modo da scegliere se e come comprare l'acqua in bottiglia.
Sono 6 gli indicatori che compongono l’etichetta, per ognuno dei quali vengono presentati il valore nell’ambito territoriale di pertinenza e il limite imposto o suggerito dalla legge: concentrazione ioni idrogeno, cloruri, ammonio, nitrati e nitriti, residuo secco a 180°, durezza.
"È una scelta forte e coerente coi principii di tutela dell'ambiente e di promozione del consumo consapevole", afferma il direttore Soci e Consumatori Coop Estense Isa Sala,filosofia che sposa appieno la mission dell'impresa. I consumatori devono essere messi nelle condizioni di scegliere responsabilmente, e il tema dell'acqua, così urgente, è il primo che viene trattato come una risorsa vitale e non un prodotto commerciale, anche a dispetto dei guadagni che l'acqua in bottiglia porta ai commercianti. In ogni punto vendita sarà quindi esposta l’etichetta delle acque in vendita e dell'acqua del comune di riferimento, con i dati aggiornati forniti dal gestore di competenza, oltre alle indicazioni su come raccogliere maggiori approfondimenti.
Perché è necessaria una nuova consapevolezza nei confronti dell'acqua che beviamo?
Costi ambientali: la legge impone numerosissimi controlli sugli acquedotti (igienici e sanitari), ciononostante i cittadini non sono sufficientemente informati sulla qualità della propria acqua e sulla possibilità di risparmiare denaro, emissioni di CO2, plastica delle bottiglie e degli imballaggi.
Costi famigliari: "Una famiglia di quattro persone spende ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa".
L’acqua in bottiglia è il più grande nemico dell’ambiente - Decrescita Felice
Costi sanitari: "Ma il pericolo maggiore delle acque minerali non è alla fonte, bensì nell'imbottigliamento: le bottiglie di plastica rilasciano lentamente nell'acqua contenuta sostanze tossiche, che possono causare effetti teratogeni, in specie serie malformazioni all'apparato genitale dei nascituri. Questi spiacevoli fenomeni di cessione divengono assai più perniciosi col calore: contaminazioni possibili, dunque, durante le lunghe giacenze nei magazzini di grossisti e di supermarket, ma anche sul balcone di casa se le bottiglie vengono lasciate esposte al sole. […]
Ideali, dunque, le acque nelle bottiglie di vetro; se di plastica, verificare che la data dell'imbottigliamento (sempre indicata, sull'etichetta, da quei piccoli taglietti) non sia molto indietro nel tempo. O, viceversa, che la data di scadenza sia più lontana possibile."
Quattro sberle in padella - Stefano Carnazzi Stefano Apuzzo
L'acqua non è una risorsa illimitata, e Coop, che conta più di sette milioni e mezzo di soci, vuole condividere e trasmettere la consapevolezza del peso che una scelta può comportare non solo sui bilanci famigliari ma anche sulla salute del pianeta.
Ogni anno gli italiani bevono una media di 195 litri di acqua minerale a testa (primi in Europa), e il trasporto dell'acqua in tutto il paese è causa delle emissioni di circa 480.000 tir. Parte della campagna è l'informazione sulle fonti locali e nazionali, sulla loro ubicazione geografica, le caratteristiche delle acque in vendita, consigli sul risparmio domestico dell'acqua. Inoltre le associazioni ambientaliste Legambiente, Greenpeace e WWF hanno collaborato a un dossier scientifico redatto con la supervisione di esperti.
Messaggio della campagna è Salvaguardiamo l’ambiente: scegli l’acqua del rubinetto o proveniente da fonti vicine: l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per circa 100km producono emissioni almeno pari a 10kg di CO2. Se invece si sceglie l’acqua di rubinetto, per ogni 100 litri erogati si emettono circa 0,04kg di CO2.
Chi vuole può decidere di cambiare abitudini e bere l’acqua di rubinetto, che normalmente è un’acqua di buona qualità e sicura.
Altrimenti si può scegliere di acquistare acque minerali vicine, così da limitare il trasporto su gomma e quindi le emissioni di CO2.
Le acque minerali, anche se scelte già da Coop da fonti relativamente vicine, continueranno a stare sugli scaffali, ma l’obiettivo è quello di costruire un’offerta trasparente ed esplicativa, per permettere al consumatore di scegliere consapevolmente.
Che tipo di acqua beviamo? In che modo la scegliamo? Quanto spendiamo ogni anno? Pensiamoci.
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Foto: Flickr

A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.
“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.
Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.
Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.
Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.
Quarant'anni di storia, di battaglie e di azioni che nella società dell'informazione colpiscono dritto al cuore della comunicazione per far parlare di se', ma soprattutto per portare in cima all'agenda pubblica i temi più eclatanti della questione ambientale. Era il 15 settembre 1971 quando un gruppo di attivisti salì a bordo di un vecchio peschereccio per opporsi ai test nucleari programmati dagli Stati Uniti in Alaska facendo rotta sull'isola di Amchitka. La nave fu fermata prima di giungere a destinazione ma quel giorno segna la data di nascita di Greenpeace e dei “guerrieri dell'arcobaleno”. Da quel 15 settembre di quarant'anni fa Greenpeace è diventata un'organizzazione capillare: ventisette uffici sparsi per il mondo, 3milioni e mezzo di sostenitori, 11 milioni di attivisti online che fanno rimbalzare le campagne e le iniziative sul web e sui social media. Una caratteristica fondamentale di Greenpeace è infatti la dimensione globale, essenziale per affrontare i temi ambientali attraverso i media. Le multinazionali e gli organismi internazionali – spiega l'organizzazione – rispondono solamente a pressioni internazionali; i nostri fondatori e questi decenni di attività dimostrano che un piccolo gruppo di persone impegnate può cambiare il mondo con proteste pacifiche e offrendo testimonianze dirette di quello che accade”.
Un video sui 40 anni di Greenpeace
Sette ragazzi si sono barricati dentro un rifugio anti nucelare. “Roba da matti”, direte voi. E invece “I pazzi siete voi”, rispondono loro dalla loro casa sigillata. Voi che pensate che il nucleare sia l'energia del futuro, che le centrali non diano problemi, che siccome ce l'hanno tutti ce le dobbiamo costruire anche qui in Italia. E allora, col supporto di Greenpeace, Alessandra, Pierpaolo, Luca, Giorgio, Silvio, Alice e Marco si sono barricati, proprio come se fosse scoppiata una centrale nucleare e si vivesse in pieno allarme atomico. Si sono chiusi nel rifugio, hanno scorte alimentari che non prevedono cibi freschi e da lì, comunicando con l'esterno solamente attraverso internet, portano avanti la loro protesta. Che però solo protesta non vuole essere, ma vuole anche sollecitare chi arriva in contatto con loro (e sono tanti, dai social network attraverso il loro sito web www.ipazzisietevoi.org), a firmare la petizione contro il nucleare.
Sono passati 25 anni dall'incidente ma il veleno di Chernobyl non è svanito e il pericolo della centrale dove avvenne l'incidente più grave nella storia del nucleare civile non può dirsi superato.
Secondo una recente ricerca di Greenpeace (trovate qui il pdf) in aree che allora risultarono interessate dalla contaminazione radioattiva, il latte, i funghi e prodotti ortofrutticoli contengono ancora oggi tracce elevate di Cesio 137, ben oltre il limite consentito dalle normative internazionali.
L'esplosione che la notte del 26 aprile 1986 ebbe luogo al reattore numero 4 della centrale ucraina, allora in Urss, rilasciò quantità di radiazioni centinaia di volte superiori a quelle relative alle bombe di Nagasaki e Hiroshima, provocando conseguenze che interessarono tutto il continente europeo. Ovviamente la zona colpita in maniera più grave e intensa dalle radiazioni era intorno alla centrale. In Ucraina, si legge nel rapporto di Greenpeace, 18.000 km quadrati di suoli agricoli sono stati contaminati e lo stesso si stima per il 40% dei boschi del paese, per un totale di 35.000 km quadrati. La contaminazione più importante riguardava il Cesio 137, una sostanza che dimezza la sua radioattività solo dopo 30 anni e che può entrare nella catena alimentare contaminando latte pesci e vari prodotti agricoli.
È un nemico invisibile che coltiva le sue insidie mentre la popolazione continua a vivere la sua vita normale, a mangiare la solita frutta e verdura, i pesci pescati nelle acque vicine a dove vivono.
Immediatamente dopo l'incidente dell'86 un'area pari a circa la metà del territorio italiano (quasi 150.000 km quadrati tra Bielorussia, Russia e Ucraina) risultò tanto contaminata da ricorrere all'evacuazione di circa 350mila persone che furono trasferite o dovettero abbandonare la zona contaminata.
Gli effetti dannosi dell'incidente non si fermano però all'agricoltura e all'inquinamento, ma hanno pesanti ricadute sul piano sanitario tanto che una ricerca condotta sempre da Greenpeace nel 2006, in occasione del ventesimo anniversario dell'incidente, stimò che “sulla base delle statistiche oncologiche nazionali della Bielorussia, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stati 270.000 di cui 93.000 letali”.
Intanto le autorità ucraine hanno interrotto i controlli che fino a due anni fa si svolgevano periodicamente per verificare la permanenza di Cesio137 e altre sostanze radioattive nelle zone interessate dalla catastrofe nucleare. Per questo, lo scorso marzo una squadra di Greenpeace ha raccolto campioni alimentari raccolti nelle zone di Rivnenska Oblast e Zhytomyrska Oblast, li ha analizzati e confrontato i risultati con altri campioni prelevati da aree intorno a Kiev. I risultati dicono che i campioni presi nelle zone più vicine alla centrale hanno fatto registrare livelli di contaminazione radioattiva superiori alla norma per diversi prodotti alimentari, in particolare il latte e altri prodotti caseari, funghi e ortaggi. “L'eredità di Chernobyl – scrive Greenpeace nel rapporto – non è ancora alle nostre spalle”, e non riguarda solamente la no entry area della centrale che è stata teatro della tragedia, ma ha ripercussioni molto più vaste che meritano di essere sotto controllo continuo.
Immagine di philippe leroyer
Quella partita a scacchi era truccata? Il Gran Giurì dell'Autodisciplina Pubblicitaria non ha usato queste parole, però ha stabilito che lo spot prodotto e diffuso dal Forumnucleare.it non andava bene. Letteralmente, il Giurì ha dichiarato che la pubblicità in questione “non è conforme all'art. 2 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale”, quello sulla pubblicità ingannevole e ne ha ordinato la cessazione.
Sulla rete la notizia è rimbalzata rapidamente. Ha esultato prima di tutti Greenpeace, che da tempo aveva accusato lo spot di non rispecchiare in nessun modo un desiderio di apertura di un dibattito serio, composto ed esauriente sul tema del nucleare. “L'intenzione apparente – hanno commentato a Greenpeace – era quella di promuovere un dibattito aperto e spregiudicato sul tema nucleare. L'inganno reale era invece che lo spot cercava di pilotare un'opinione precisa creando un pregiudizio pro nucleare”. Intanto l'associazione ambientalista lancia la sua corsa alla battaglia referendaria, lanciando un nuovo spot e un sito la cui posizione è chiara fin dal titolo: Il problema senza soluzione.
| Le posizioni di Forumnucleare.it sono abbastanza chiare, Chicco Testa le aveva spiegate e raccontate qui e, dopo la bocciatura da parte del Giurì hanno messo online una nuova versione dello spot: “Poiché il Giurì non ha censurato i contenuti e la sostanza della nostra comunicazione – come invece i nostri detrattori hanno strumentalmente cercato di far credere – lo spot è rimasto identico a quello trasmesso ma contiene in questa versione l’affermazione 'Noi siamo favorevoli', a cui si aggiunge una domanda rivolta allo spettatore: 'E tu?'. Sottolineiamo che il mancato riferimento alla posizione pro nucleare del Forum non era stata inserita nella precedente versione perché era nostra intenzione essere equilibrati, dando pari dignità alle due posizioni: favorevoli e contrarie”. Così motivano la scelta della nuova versione. |
La corsa verso il referendum sembra accelerare a colpi di comunicazione e di video. Noi ve li proponiamo entrambi, sia quello del Forumnucleare che quello di Greenpeace, e se volete dire la vostra, non dovete far altro che lasciare un commento.
| Lo spot di Forum Nucleare | Lo spot di Greenpeace | |
Immagine di James Marvin Phelps
Più passano i giorni e più dalla crisi libica nascono preoccupazioni e timori. Il disprezzo e la sconcertante violazione dei diritti umani, i possibili flussi migratori che potrebbero portare centinaia di migliaia di rifugiati politici libici sulla sponda sud dell'Europa sono motivi che tengono in allerta gli osservatori internazionali. E poi c'è la questione energetica che investe molto da vicino l'Italia e merita una riflessione: mai come ora, mentre gli aerei di Gheddafi bombardano i manifestanti e truppe di mercenari danno la caccia ai dissidenti; mai come ora, mentre Eni chiude temporaneamente (e per motivi cautelari) il gasdotto libico, si pone con forza il tema delle rinnovabili e della dipendenza del nostro sistema energetico. Alla luce della crisi libica stride molto la polemica recentemente sollevata sul costo degli incentivi alle energie rinnovabili che costerebbe molto cara ai contribuenti italiani.
Proviamo intanto a capire che valore ha la questione energetica per la Libia. Innanzitutto è da sottolineare che, tra i paesi africani, la Libia è il maggior produttore di petrolio: produce circa 44 miliardi di barili l'anno piazzandosi al nono posto tra i produttori mondiali. Di questa produzione l'Italia è il maggiore beneficiario, rappresentando al destinazione di circa il 32% dell'export.
Anche il gas è una parte importante dell'economia libica: al quarto posto nella graduatoria mondiale. “Nel 2008 – scrive l'economista Marzio Galeotti – la produzione di gas libico di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2 esportati”. Di qiuuesti, continua Galeotti, “10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream, operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna”.
Gli idrocarburi rappresentano così una ingente fonte di guadagno per la dittatura di Gheddafi: il 95% dei ricavi delle esportazioni e l’80% delle entrate fiscali.
Si vede bene come il nostro sistema energetico sia così strettamente legato alla crisi libica. Quello che non si capisce è invece perché non acceleri sulle rinnovabili e sulle tecnologie che potrebbero garantire di ridurre, se non di eliminare la dipendenza energetica da paesi come la Libia. È abbastanza curioso notare che proprio mentre la crisi libica accentua il bisogno di rinnovabili (di energia pulita e nostra) si scatena la polemica che vedrebbe il fotovoltaico come “nemico dell'agricoltura e del paesaggio, preda degli speculatori, troppo costoso con ricadute drammatiche in bolletta”.
Pronte sono state le risposte di esperti, economisti, imprenditori e associazioni in difesa di un futuro che non può non alimentarsi con energia pulita. E mentre i prezzi del petrolio continuano a salire si sollevano le voci di chi, come Domenico Belli di Greenpeace, sottolinea che se gas e petrolio ci rendono dipendenti da paesi esteri, la situazione non cambierebbe con l'uranio e il nucleare: "Le fonti rinnovabili – dice Belli – sono le uniche in grado di aumentare l'indipendenza e ridurre l'impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori", sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.
Immagine di Crethi Plethi