
Bonsai TV con e per Emergency firma la nuova campagna Natale 2009 “Emergency: la mia idea di pace”, dedicata a promuovere una cultura di solidarietà, di pace e di rispetto dei diritti umani.
Nel mondo infatti sono in corso 25 guerre (fonte: Peacereporter, 2009) e le vittime sono per il 90% civili, soprattutto donne e bambini.
Da oltre 15 anni Emergency garantisce assistenza sanitaria gratuita e di elevata qualità alle vittime della guerra e della povertà.
Quest’anno Bonsai Tv, canale da sempre attento ai temi della pace nel mondo e della solidarietà, dedica il suo Natale a Emergency con l’ideazione, la produzione e la messa in onda della campagna sulle proprie piattaforme (canale 10 di Alice Home TV e www.yalp.it, a partire dal 12 dicembre). Trenta secondi focalizzati su un messaggio semplice e diretto: “Emergency è la mia idea di pace. Un'idea che ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone. A Natale, regala anche tu questa idea”.
Paul Baccaglini, Alessio Bertallot, Lella Costa, Serena Dandini, Elio e Rocco Tanica, Fabio Fazio, Frankie Hi Energy, Jovanotti, Ligabue, Fiorella Mannoia, Carlo Pastore, Alessandro Sampaoli, Marco Santin, Paola Turci e Dario Vergassola sono i testimonial che hanno aderito al progetto facendo propria l’idea di pace dello spot.
Un’iniziativa importante che, dopo la campagna con Greenpeace dello scorso anno, vede ancora una volta Bonsai TV firmare un gesto concreto di solidarietà che aiuta a riflettere, anche solo per pochi secondi, sui tanti e atroci conflitti sparsi per il mondo, dimenticati dai media internazionali e dei quali spesso Emergency è l’unico testimone.
La campagna “Emergency: la mia idea di pace” sarà trasmessa anche sul mega schermo di Piazza Duomo a Milano grazie alla collaborazione di URBAN SCREEN LAB.
Ti piace lo spot?
Conosci altre iniziative di questo tipo diffuse in Rete e che vorresti segnalarci?

copyright UNHCR/B.Bannon
Pubblichiamo un post scritto da Roberta Russo che ci racconta la storia di Mohamed, un adolescente somalo la cui già difficile vita è stata definitivamente distrutta da un bombardamento che l’ha lasciato orfano e solo. La storia di Mohamed è purtroppo la storia di migliaia di altri ragazzi, cui Roberta e molte altre persone cercano di dare aiuto, in un angolo d’Africa tra i più difficili.
Era un giorno come tanti altri. Come sempre, il cielo non era sereno. Ma non erano le nuvole ad offuscare la luce del sole: era il solito fumo che segue i bombardamenti.
Mohamed si sente fortunato. E’ cresciuto senza conoscere la pace, quindi non realizza che, in altri posti del mondo, i ragazzini come lui si svegliano la mattina senza sentire il rumore degli scoppi e sulla strada per la scuola non trovano macerie e cadaveri.
Mohamed è fortunato perché, nonostante la guerra, riesce ancora ad andare a scuola. Ha voglia di studiare per, un giorno, riuscire ad avere un lavoro e abbastanza soldi per sfamare la famiglia. Se possibile, vorrebbe rimanere nel suo Paese, ma ha sentito dire che all’estero non c’è la guerra ed è curioso di andare a vedere come si vive in pace.
A inizio luglio scorso, come ogni mattina, Mohamed si veste, saluta la famiglia e si incammina verso la scuola. E’ un ragazzo privilegiato. La sua famiglia vive in un palazzo in un’area residenziale di Mogadiscio, dove le bombe scoppiano meno spesso che in altri quartieri. Verso ora di pranzo Mohamed torna a casa e, svoltato l’angolo, l’incubo inizia.
Inizialmente dubita di ciò che gli sta davanti, si sente confuso, gli sembra di sognare o forse spera di star sognando. Il suo palazzo non c’è più. “Tutto era raso al suolo. Avevo davanti uno spazio enorme con pezzi di cemento e pezzi di cadaveri.” Mohamed si ferma. La voce gli trema e non riesce a parlare. Ma riprende a raccontare solo pochi secondi dopo essersi fermato. Ha bisogno di raccontare a qualcuno quello che ha vissuto. “Non riuscirò mai a togliermi quelle immagini dalla testa. Ho paura di diventare pazzo. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo teste, braccia e gambe in mezzo alle macerie, pezzi dei miei genitori: ho paura di impazzire.” dice scuotendo la testa nervosamente, come se volesse scrollarla e far uscire quelle immagini da incubo.
Tutta la famiglia di Mohamed è scomparsa in una mattina. In quella casa non vivevano solamente i suoi genitori, ma anche i suoi zii e cugini. A 16 anni Mohamed ha dovuto prendere in mano la sua vita, decidere cosa fare per salvarsi, chiedendosi perchè lui fosse l’unico sopravvissuto e se non fosse troppo difficile decidere di andare avanti da solo.
Mohamed ha fatto una colletta tra le famiglie del quartiere e ha deciso di partire. Ha camminato per 10 giorni per uscire da Mogadiscio con il cuore in gola per la paura di essere agggredito, dormendo sotto alberi, senza avere ne’ cibo ne’ acqua. E’ arrivato in Kenia e ha ancora paura, paura di affrontare una vita da solo. Per il momento, l’Imam della moschea del campo profughi di Dadaab gli permette di dormire dentro la moschea la notte, ma senza coperte nè una stuoia dove sdraiarsi. Ma Mohamed sa che non potrà durare a lungo e che l’Imam è troppo povero per poter prendersi cura di lui a lungo.
Quasi 50.000 persone vivono in Italia come rifugiati e piu’ di 30.000 persone hanno presentato domande d’asilo nel 2008. Molte di queste persone hanno vissuto storie anche piu’ traumatiche di quelle di Mohamed e migliaia di adolescenti come lui si ritrovano in Italia completamente soli, senza una guida e senza più speranze di poter avere una vita felice. L’interazione con la gente che li circonda è spesso dolorosa perche’ arrivano a sentire l’ostilità delle persone, che non capiscono come siano arrivati in Italia nè perche’.
I rifugiati non hanno lasciato il loro Paese per scelta e tutti i cittadini del mondo hanno la responsabilità morale di cercare di alleviare la loro sofferenza, anche solo sorridendo e ascoltando le loro storie.
Moni Ovadia, attore e compositore italiano, ci parla di pace e ci racconta i motivi che lo hanno portato ad avere sempre un impegno di tipo etico nel suo lavoro e nelle sue opere.
In quest'intervista Ovadia, la cui storia rappresenta la perfetta espressione di “identità cosmopolita”, ci parla sia del pericolo rappresentato dal possibile ritorno di grandi tragedie come l'Olocausto o la Shoah, sia del livello d'attenzione esistente su questi temi in Italia e nel mondo.
L'attore italo-bulgaro ci mette in guardia contro i mali dell'indifferenza, ci ricorda l'enorme importanza di un movimento come Science for Peace, e sottolinea il ruolo di primissimo piano che gli scienziati possono ricoprire per il raggiungimento della pace.
Siete d'accordo sul fatto che “lottare per la pace è dare a se stessi e alla propria vita il senso più nobile e più alto che si possa pensare.“?
Manuela Dviri è una scrittrice italiana naturalizzata israeliana da sempre molto attiva nella ricerca della pace in medio oriente.
Anche lei ha aderito al movimento Science for Peace, e in questa intervista ci spiega cosa la scienza possa fare attivamente per portare la pace.
La sua lucida visione della realtà, vista da un Paese straniero, aiuta a comprendere come una cosa che ci sembra tanto lontana come la guerra, sia in realtà così vicina a noi tutti.
Ascoltate le parole di Manuela, e diteci se anche voi, come lei, pensate che la scienza possa intervenire concretamente in favore della pace.
Lo scrittore Sandro Veronesi interviene su avoicomunicare e parla di pace e guerra, e del loro rapporto con la letteratura.
Veronesi spiega perché ha aderito a Science for Peace, il movimento fondato dal suo omonimo Umberto, descrivendo in tutta franchezza il suo punto di vista sui temi dell'informazione di guerra, della coscienza collettiva sui grandi temi e dei modi che ha la letteratura per lavorare realmente per la pace.
Cosa ne pensate delle sue parole sul rapporto tra la guerra, la scienza e i giovani?
Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo e giornalista italiano, nonché uno dei principali testimonial di Science for Peace, ci racconta in questa video intervista le sue opinioni a 360 gradi sul rapporto esistente tra scienza e pace e tra cultura della pace e mezzi di comunicazione.
Spiegando le ragioni che l'hanno portato ad abbracciare il movimento, Cecchi Paone rimarca l'importanza dell'intuizione di Umberto Veronesi: “Senza scienza non c'è pace, senza pace non c'è scienza”, un mantra che secondo lui può rappresentare la base per un cambiamento importante, una rampa di lancio per una vera diffusione della cultura della pace in Italia e nel mondo.
Anche voi come lui pensate che la scienza possa contribuire al raggiungimento della pace? Che laddove hanno fallito politici e militari, possono gli scienziati?
Secondo voi, quanto è davvero utile, per il raggiungimento di una maggiore coscienza nazionale su questi temi, l'impegno di divulgatori come Cecchi Paone insieme al professor Veronesi?
Si stima che nel mondo circa 300.000 ragazzi, al di sotto dei 18 anni, siano stati costretti a diventare bambini-soldato. La maggioranza ha 10-18 anni.
Di fronte alla testimonianza del sofferto passato di coraggio e di violenza da bambina soldato di China è stata inizialmente la sensazione di impotenza ad avere il sopravvento. China ci invita tutti a “lottare: alzare la voce e chiedere giustizia”, perché “questa non è solo la sua battaglia né tanto meno solo la nostra, ma è la battaglia di tutti”. È la battaglia di tutti coloro che credono in un mondo unico, perché qualunque Paese senza figli o mutilati nel corpo, negli affetti e nella vita sociale equivale ad un Paese senza futuro e speranza, abitato da generazioni cresciute senza sapere cosa sia la pace.
China conclude la sua intervista con un interrogativo fondamentale, che è poi la nostra domanda: cosa faremo? Ma prima ancora di domandarci cosa possiamo fare come Italiani, chiediamoci cosa può fare ognuno di noi: sono pronto/a concretamente ad impegnarmi, iniziando dal sensibilizzare chi mi è più vicino? Come posso contribuire, in prima persona, a sostenere questa battaglia contro l’immorale utilizzo dei bambini nelle guerre?