
La mediazione culturale possiede una qualifica giuridica, in quanto la nostra legislazione ha previsto la creazione e la formazione specifica di mediatori culturali. Queste figure hanno lo scopo di cercare di favorire il contatto con i cittadini stranieri.
Seconda una direttiva normativa, i mediatori previsti dalla legge devono essere di origine straniera. La limitazione risulta opportuna se si considera che questo ruolo implica un percorso maturo di inclusione sociale. Il mediatore culturale dovrebbe essere colui che riesce a permettere l’incontro di due mondi: il mondo della cultura di accoglienza e il mondo dell’immigrazione.
Nelle attività collegate ai mediatori culturali possono invece essere coinvolti altri soggetti anche non stranieri. Per dare un senso di incentivazione sociale alla popolazione straniera, il livello di base viene pertanto lasciato a loro, mentre il quadro o la dirigenza rimane aperto a soggetti italiani e non. Viene in questo caso messa in atto una discriminazione positiva, riservando il profilo dell’operatore allo straniero, ma allo stesso tempo lasciando libera la figura dirigenziale.
L’intermediazione culturale (o la mediazione interculturale) deve fornire ai cittadini di origine straniera la possibilità di partecipare attivamente nella vita politica e sociale del proprio comune di residenza, garantendo e valorizzando risorse culturali diverse.
Il mediatore interculturale è colui che per vocazione si rivolge al mondo dell’immigrazione, ma allo stesso tempo è una figura strategica. E’ il messaggero di un mondo “altro”, che si fa conoscere e amare e fa amare la diversità del mondo ad una platea di cittadini che non sono suoi connazionali (non tutti almeno). A livello regionale è attualmente riconosciuta questa professione, ma non lo è ancora a livello nazionale: è stata nominata, ma non disciplinata dal Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero - purtroppo è questa la causa che conduce a vari abusi.
Pensi sia giusto istituire un albo nazionale di operatori di mediazione interculturale per stranieri nel nostro Paese? (il Comune di Roma ne ha istituito già uno ad esempio)
Qual è la strategia che suggeriresti alle varie Regioni o Comuni italiani per includere e stimolare una maggiore partecipazione consapevole e attiva da parte dei cittadini stranieri?

Il termine straniero non è sinonimo di immigrato. L’inclusione sociale è l’espressione politicamente più corretta, perché presuppone semanticamente che qualcuno sia incluso in uno spazio. Nella società liberale in cui viviamo, il vero termometro dell’inclusione sociale è la mobilità sociale.
Per garantire la giusta integrazione a tutti i cittadini (italiani e non), è necessario che lo Stato individui strumenti che permettano e facilitino questo tipo di processo sotto due aspetti:
L’anagrafe permette di conoscere e censire la composizione della popolazione comunale.
Ha quindi una funzione di inclusione sociale. All’anagrafe può iscriversi anche il cittadino immigrato:
Comunque sia l’amministrazione non ha responsabilità istituzionali per la concessione di alloggi a coloro che risiedono nel territorio comunale. Con la L.125/2008 (pacchetto sicurezza) vengono estesi i poteri (ma non i doveri) ai Sindaci. Il dovere dei Sindaci è garantire l’incolumità e la sicurezza ai propri cittadini, oltre ad assicurare il decoro urbano.
L’iscrizione anagrafica (sia per i cittadini italiani che per i cittadini immigrati) non deve essere collegata alle condizioni dell’abitare.
Il diritto anagrafico è il diritto di esistere, in quanto dall’iscrizione anagrafica derivano vari diritti sociali.
E tu, sei a favore di un’integrazione che parta dal singolo diritto anagrafico? O ritieni che solo i cittadini italiani possano usufruire di tale diritto?
Quali sono secondo te altri strumenti di inclusione sociale dei cittadini immigrati che si possono adottare nelle singole realtà locali?