integrazione

L'integrazione in Italia, oggi

Alla luce dei recenti scontri avvenuti in Calabria (a Rosarno) e a Milano, è ancora possibile parlare di integrazione pacifica in Italia?

Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bosetti, direttore della rivista mensile Reset e tra i massimi esperti in Italia su questi temi.
La sua conoscenza delle dinamiche dell’immigrazione in Italia e delle conseguenti problematiche legate all’integrazione ci aiuta a comprendere meglio un fenomeno vasto e fondamentale nella vita della nostra società: secondo Bosetti, l’invecchiamento della nostra popolazione e lo scarso tasso di natalità fanno sì che oggi – e negli anni a venire – ci sia sempre più bisogno di forze lavoro provenienti dall’estero.

Qual è la situazione nella vostra città? Gli immigrati sono integrati nel tessuto sociale?

Il mediatore culturale: il messaggero di un mondo "altro"

Il mediatore culturale il messaggero di un mondo altro

La mediazione culturale possiede una qualifica giuridica, in quanto la nostra legislazione ha previsto la creazione e la formazione specifica di mediatori culturali. Queste figure hanno lo scopo di cercare di favorire il contatto con i cittadini stranieri.

Seconda una direttiva normativa, i mediatori previsti dalla legge devono essere di origine straniera. La limitazione risulta opportuna se si considera che questo ruolo implica un percorso maturo di inclusione sociale. Il mediatore culturale dovrebbe essere colui che riesce a permettere l’incontro di due mondi: il mondo della cultura di accoglienza e il mondo dell’immigrazione.

Nelle attività collegate ai mediatori culturali possono invece essere coinvolti altri soggetti anche non stranieri. Per dare un senso di incentivazione sociale alla popolazione straniera, il livello di base viene pertanto lasciato a loro, mentre il quadro o la dirigenza rimane aperto a soggetti italiani e non. Viene in questo caso messa in atto una discriminazione positiva, riservando il profilo dell’operatore allo straniero, ma allo stesso tempo lasciando libera la figura dirigenziale.

L’intermediazione culturale (o la mediazione interculturale) deve fornire ai cittadini di origine straniera la possibilità di partecipare attivamente nella vita politica e sociale del proprio comune di residenza, garantendo e valorizzando risorse culturali diverse.

Il mediatore interculturale è colui che per vocazione si rivolge al mondo dell’immigrazione, ma allo stesso tempo è una figura strategica. E’ il messaggero di un mondo “altro”, che si fa conoscere e amare e fa amare la diversità del mondo ad una platea di cittadini che non sono suoi connazionali (non tutti almeno). A livello regionale è attualmente riconosciuta questa professione, ma non lo è ancora a livello nazionale: è stata nominata, ma non disciplinata dal Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero - purtroppo è questa la causa che conduce a vari abusi.

Pensi sia giusto istituire un albo nazionale di operatori di mediazione interculturale per stranieri nel nostro Paese? (il Comune di Roma ne ha istituito già uno ad esempio)
Qual è la strategia che suggeriresti alle varie Regioni o Comuni italiani per includere e stimolare una maggiore partecipazione consapevole e attiva da parte dei cittadini stranieri?

Foto di Caveman 92223

Il minore straniero in Italia

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I minori stranieri possiedono una doppia configurazione politica e sociale: sono minori e sono stranieri. Lo statuto giuridico “minore” limita lo statuto giuridico “straniero”, in quanto nei confronti dei minori non può avvenire l’espulsione, per cui non potranno mai essere considerati clandestini. La loro presenza è tutelata e protetta dallo Stato italiano.

In Italia vivono minori stranieri “accompagnati” (che seguono la condizione dei genitori, fino al compimento del loro quattordicesimo anno di età; poi possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari), “affidati” e “non accompagnati”, quando vivono in stato di abbandono (come nel caso in cui i genitori siano rimasti nel Paese d’origine).

Il minore che arriva in Italia con età inferiore ai quindici anni, se partecipa a un programma sociale per due anni consecutivi, può ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio o di lavoro. In seguito egli avrà diritto al permesso di soggiorno convertibile alla maggiore età (ovvero al compimento del suo diciottesimo anno), in base ai parametri previsti dalla Legge n. 94 del 15/07/2009.

A partire dal 1994 sono stati creati in Italia i Comitati per i minori stranieri e il Servizio Sociale Internazionale (S.S.I.) che hanno lo scopo di rimpatriare i minori “non accompagnati”, seguendo una cosiddetta “politica di rimpatri assistiti”. Lo stesso permesso di soggiorno che viene rilasciato loro da questi due enti per la loro minore età, è stato concepito come provvisorio, perché vale a regolare la vita del minore, finché lo stesso non viene rimpatriato.

Esistono inoltre figure di giudici minorili o giudici tutelari, che possono designare un tutore (con poteri genitoriali) a cui affidare il minore straniero.

Gli articoli 31-32 del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero sono quelli che concretamente tendono a regolamentare e tutelare la condizione del minore straniero in Italia.

Pensi servano altre strategie da adottare per favorire e promuovere l'inserimento e l'integrazione di minori stranieri in Italia?

Foto di Coccoabiscuit

Identità e dinamiche di gruppo

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L’identità individuale si costruisce nei soggetti dopo la nascita. Essa può definirsi persistente e invariabile nel tempo; si tratta di un’entità stabile, nonostante le trasformazioni e le evoluzioni che subisce.
L’identità collettiva o sociale - che mette in moto il sentimento dell’appartenenza - è invece considerata come parte costitutiva di un gruppo, che nasce e si sviluppa intorno ad uno stesso interesse o valore.
Sono le situazioni a creare le condizioni di appartenenza.
Secondo gli studi della psicobiologia, negli animali il fattore consanguineo è la garanzia della riproduttività per tutelare e conservare il proprio gruppo; in questo modo vengono marcati i confini di appartenenza: chi è “oltre” tali confini, viene percepito come nemico.
Come ci insegna la psicologia sociale, il gruppo di appartenenza viene chiamato ingroup, mentre il gruppo esterno ad esso è chiamato outgroup.
Il sentimento di appartenenza al gruppo viene enfatizzato, quando in esso si riconoscono e si riescono a valorizzare i singoli componenti.
Nella storia abbiamo assistito purtroppo a vari processi di ipervalutazione della razza o del proprio gruppo di appartenenza, che ha generato razzismo e processi di deumanizzazione.
La cultura andrebbe sempre intesa come una negoziazione di significato.
Sul piano culturale umano, l’elemento corrispondente al fattore della consanguineità del mondo animale è il pregiudizio.
Nell’economia della nostra mente, gli stereotipi svolgono una funzione (economica) esemplificativa. Secondo lo psicologo e pedagogista americano George Kelly, ognuno di noi si crea un costrutto che ci permette di vivere più facilmente.
Ogni azione è preceduta da rappresentazioni mentali, che guidano la nostra vita. Tendiamo a tipizzare caratteri che consolidano la differenza, che nelle forme estreme generano il razzismo.

La nuova realtà interculturale in cui viviamo attualmente richiede quindi una risocializzazione.
In che modo pensi si possa realizzare questo processo?

Come ti definisci dal punto di vista della tua identità collettiva? Provi un sentimento di appartenenza molto forte nei confronti del tuo ingroup?
Come pensi si possano attenuare i pregiudizi verso i componenti dell’outgroup?

Foto di Webzer

L'anagrafe: strumento di inclusione sociale

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Il termine straniero non è sinonimo di immigrato. L’inclusione sociale è l’espressione politicamente più corretta, perché presuppone semanticamente che qualcuno sia incluso in uno spazio. Nella società liberale in cui viviamo, il vero termometro dell’inclusione sociale è la mobilità sociale.

Per garantire la giusta integrazione a tutti i cittadini (italiani e non), è necessario che lo Stato individui strumenti che permettano e facilitino questo tipo di processo sotto due aspetti:

  1. garantire eque condizioni di vita inclusive e dignitose in tutte le fasce della piramide della popolazione italiana (ammesso che debba esistere la piramide),
  2. promuovere l’ascesa di qualche rappresentante al vertice di ogni entità collettiva, altrimenti non si realizza una società democratica.

L’anagrafe permette di conoscere e censire la composizione della popolazione comunale.
Ha quindi una funzione di inclusione sociale. All’anagrafe può iscriversi anche il cittadino immigrato:

  • se possiede il regolare permesso di soggiorno (anche nel caso in cui il documento sia in fase di rinnovo),
  • se non ha permesso di soggiorno, ma è residente e ha una stabile dimora.

Comunque sia l’amministrazione non ha responsabilità istituzionali per la concessione di alloggi a coloro che risiedono nel territorio comunale. Con la L.125/2008 (pacchetto sicurezza) vengono estesi i poteri (ma non i doveri) ai Sindaci. Il dovere dei Sindaci è garantire l’incolumità e la sicurezza ai propri cittadini, oltre ad assicurare il decoro urbano.
L’iscrizione anagrafica (sia per i cittadini italiani che per i cittadini immigrati) non deve essere collegata alle condizioni dell’abitare.
Il diritto anagrafico è il diritto di esistere, in quanto dall’iscrizione anagrafica derivano vari diritti sociali.

E tu, sei a favore di un’integrazione che parta dal singolo diritto anagrafico? O ritieni che solo i cittadini italiani possano usufruire di tale diritto?

Quali sono secondo te altri strumenti di inclusione sociale dei cittadini immigrati che si possono adottare nelle singole realtà locali?

Foto di Ascaro41

Il principio di reciprocità

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Il principio di reciprocità introdotto nel 1942 - contenuto nell’art. 16 del Codice civile - è un vero e proprio strumento giuridico di integrazione. Secondo questo principio lo straniero è titolare in Italia di diritti civili, a condizione che il cittadino italiano sia ammesso agli stessi diritti nel Paese straniero di riferimento.
Questo principio serve a difendere i propri cittadini all’estero con strumenti di rappresaglia giuridica, ma è valido ed efficace solo se lo stato controparte rispetta le stesse logiche.
Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si stabilisce che tutti gli stranieri regolari in Italia sono esentati da tale principio.

A seguito della globalizzazione dell’intera economia mondiale, sono sorte numerose problematiche relative all’immigrazione, quali ad esempio:

  • il problema dell’impiego nei pubblici esercizi: questo tipo di mercato è ampio e necessita di manodopera anche straniera (ad es. c’è una grande carenza di personale infermieristico negli ospedali). Gli immigrati che lavorano di fatto in questo settore esistono, ma non possono essere assunti come personale di ruolo - al massimo possono dipendere da cooperative;
  • la gestione degli stranieri di seconda generazione, ovvero coloro che sono nati in territorio italiano dall’unione di genitori stranieri;
  • l’esclusione al voto del cittadino straniero regolarmente residente in Italia alle elezioni amministrative.

La gestione dell'immigrazione non è un tema facile, ma di certo non lo si può considerare un tema politico.
La geopolitica dell'immigrazione è sociologicamente variegata. Non appartiene né alla destra, né alla sinistra: è ontologicamente trasversale.

Sei a favore del voto del cittadino straniero - titolare di permesso di soggiorno regolare - per l'amministrazione in cui è residente?

Pensi che sia un diritto da riconoscere anche ai cittadini stranieri? O pensi invece che il diritto di voto nel nostro Paese vada esclusivamente riconosciuto ai soli cittadini italiani?

Foto di Taniart79

I diritti umani in una prospettiva interculturale

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Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.

Che significato attribuisci ai diritti umani?

Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

Foto di Sweet Trade