Scoprire cosa significa censura nell'epoca del web in Cina. Non è facile capire cosa voglia dire "censura" se non ci si è passati veramente. Non è facile raccontare cosa voglia dire avere un'idea, un pensiero, il desiderio di conoscere qualcosa, e non poterlo fare su quello che è il mezzo più veloce e diretto che oggi esiste, il web, se per noi gli unici limiti nell'utilizzo di internet sono quelli tecnologici o della nostra personale esperienza con lo strumento.
Fino a quando non capita di incontrare qualcuno che, con molta semplicità e quasi con stupore sarcastico ("cosa pensavi, che quando si parlava di censura in Cina fosse una roba teorica, come il buco dell'ozono?") non ti dice: "No, io non posso parlare con voi delle applicazioni di Facebook, perché noi lì in Cina Facebook non possiamo usarlo".
E tac, il resto del gruppo, italiani, svedesi, francesi, tedeschi e brasiliani, rimangono senza commenti o like da aggiungere. Perché la censura, per chi non ci è nato o non l'ha vissuta, è così, una freddura che ti lascia un po' interdetto, senza che ci sia niente di intelligente da dire. A chi scrive questa cosa è successa veramente la scorsa estate, a Londra, e visto che qui ci siamo occupati spesso di web e cyberdiritti, ma anche delle contraddizioni che spesso vi sono in paesi emergenti (o ormai già completamente emersi) come la Cina e libertà, ci sembra giusto tornarci su.
Nei giorni in cui avveniva questa conversazione, a Londra, alla Tate Modern si inaugurava una mostra, quella di un artista, Ai Weiwei, la cui sparizione (poi ufficialmente dichiarata detenzione da parte del governo cinese) aveva mosso gli internauti di tutto il mondo, in un tam tam di solidarietà mai visto prima. Tutti chiedevano alla Cina di dare risposte, di dire cosa fosse successo a Weiwei, le cui colpe erano quelle di aver criticato apertamente il suo governo. La liberazione, dopo due mesi di prigionia e una multa salatissima per "reati fiscali" che probabilmente impedirà a Weiwei di vivere se non con l'aiuto di sovvenzioni dall'estero, è stata accolta con gioia, ma ha nuovamente aperto gli occhi a quelli che non si rendono ancora conto di cosa voglia dire, per un paese così fondamentale negli equilibri geopolitici mondiali, tenere parte della popolazione sotto una campana di vetro in cui circola solo l'aria viziata della propaganda.
Il web è uno dei nemici che la grande Cina teme più di ogni altra cosa. Perché la grande barriera che la nazione ha innalzato tra sé e l'occidente è stata violata più volte dalle informazioni che arrivano attraverso la rete. Ben 450 milioni di cittadini hanno un accesso continuativo a internet, ma non è l'internet che conosciamo noi. Già nel 1998 veniva ideata la cosiddetta Grande muraglia di Fuoco, un filtro online che blocca parole chiave di scelta governativa, evitando che l'eccessiva curiosità degli internauti li possa far pensare troppo. L'idea principale è quella di evitare che ci sia un confronto, tra i cinesi e gli altri. Ma i proxy non bastano più, e i dissidenti aumentano. Liu Xiabo, uno dei più famosi per le sue critiche al potere, Nobel per la pace 2010, non ha potuto ritirare il suo premio, e in Cina è stato fatto di tutto perché la gente non venisse a conoscenza di questa onorificenza. Nascono software che violano la censura, luoghi segreti da dove navigare liberamente. Allo stesso tempo un numero crescente di volontari, guardie giurate del web, pattuglia i siti senza sosta, alla ricerca incessante di posti virtuali in cui i dissidenti viaggiano in libertà.
Dallo scorso luglio, poi, anche i locali devono chiedere le generalità a chi si connette alla rete wi-fi, e nuove restrizioni sono state recentemente annunciate dal segretario di partito Liu Qi, che vuole che i blog limitino considerevolmente la loro capacità di espressione.
Quello che la Cina non vuol vedere, quello che i governi che si succedono, tutti uguali, non vogliono prevedere, è che il futuro è nelle nuove generazioni, generazioni che in questo momento vengono lasciate indietro rispetto a quelle delle altre nazioni. L'accesso alle informazioni, le ricerche, gli stimoli che le discussioni in rete possono creare, non vanno sottovalutati. Se la Cina lascerà i suoi giovani crescere con questo grosso limite rispetto ai loro coetanei d'occidente, non basterà essere uno dei colossi economici mondiali per tenere il passo. Ragazzi che, coinvolti in un argomento a cui non hanno avuto accesso per colpa della censura, resteranno esclusi dal resto della conversazione, in un mondo in cui le conversazioni, quelle che navigano sul web, sono lunghe, vivaci, multiculturali, e danno vita a quella cosa che si chiama progresso. E non è detto che la Cina, con tutte le sue opzioni sul grande mercato globale, possa sostenere il prezzo, altissimo, di una generazione disconnessa.
Foto di Vipez
Che contribuiscano al Pil nazionale in maniera consistente lo sappiamo già da un po', ed è anche uno degli argomenti più utilizzati quando si parla del ruolo dei migranti nel nostro paese. Dopotutto ogni retorica dovrebbe cadere, di fronte ai soldi. Un'integrazione economica, la loro, che si gioca tutti sui numeri: 10 dipendenti su 100 sono immigrati, quasi 4 su 100 sono invece imprenditori, e vivono nel Nordest. Pagano circa 7 miliardi e mezzo di euro di contributi, e dichiarano un imponibile di 33 miliardi di euro. Ma soprattutto, per la prima volta, l’incidenza degli immigrati in Italia è superiore alla media europea: il 7% in confronto al 6,2% degli altri paesi.
Quindi un'Italia multietnica, anche perché è straniero un abitante su14 abitanti. Le etnie più rappresentate sono invariate da anni: in testa i romeni, che sfiorano il milione di unità, seguiti da magrebini e albanesi. I dati sono quelli dell'Eurisko sui consumi dei migranti, e si riferiscono ovviamente al 2010.
Dati interessanti ma che non dicono molto se non confrontati con quelli di un'integrazione sociale connessa ai consumi culturali, che racconta in maniera più definita chi sono e cosa fanno i migranti che hanno scelto l'Italia come seconda nazione. Un'integrazione che ha molto a che fare con la rete, perché è Internet il primo, vero strumento che tutti, stranieri compresi, utilizzano per le comunicazioni e la ricerca di informazioni. Un po' per necessità e un po' per abitudine, anche. Perché Internet è quel mezzo che permette di telefonare attraverso Skype e di utilizzare la posta elettronica, di tenere dunque i contatti con la comunità di origine e di attivarne di nuovi qui. La rete, dunque, è la scelta più immediata, che da necessità diventa invece un modo per creare connessioni, network, per organizzarsi. Perché è proprio sul web che nascono le prime comunità di stranieri e nuovi italiani, che gestiscono forum e gruppi di aiuto e consulenza per i nuovi arrivati, organizzano incontri, e fanno sì che non ci si senta troppo soli in un paese in cui la lingua è ancora ostica e in cui si sente la nostalgia di casa.
Il racconto di chi è arrivato prima, di chi ha affrontato le stesse difficoltà e infine ce l'ha fatta è una lettura sollevante, e quale modo migliore per esprimerla se non il blog? Ecco perché si sono moltiplicati, negli ultimi anni, i diari online, soprattutto quelli dei nuovi italiani, che narrano in prima persona ostacoli affrontati e conquiste. E allora c'è il blog di Sumaya, italiana col velo che sta per prendere la terza laurea. Quello di Lubna Ammoune, che si occupa di libri su Yalla Italia e su Vita, che ha fatto il liceo qui ed è fiera del suo multiculturalismo. E poi Jaska, di Non fare l'indiano, quello di Aly Baba Faye, e della filippina, milanese d'adozione, Leciram. E tantissimi altri.
Senza dimenticare che la rete, da qualche tempo, non è solo blog, ma anche web radio. Proprio un'inchiesta condotta dall'Università Bocconi si è interessata al fenomeno delle prime, analizzando sintonie e frequenze del popolo dell'integrazione. Lo studio, Immigration and New Media. “Diasporic Radio”: A Preliminary Case Based in Milan, ha analizzato i programmi radiofonici offerti a Milano, e mostra un posizionamento ibrido dei programmi curati da e destinati a comunità di stranieri. Sono soprattutto le associazioni a utilizzare il mezzo radiofonico, che è veloce e semplice, con un'immediatezza che raggiunge anche le comunità dislocate dall'altra parte del pianeta. Un po' sull'esempio della bolognese Asterisco Radio, con trasmissioni di servizio in italiano, cinese, francese e spagnolo. A volte limitandosi a programmi che però sono indirizzati esclusivamente ad alcune comunità, come quello di Roman Krlo, rom, su Radio Onda d'Urto. O palinsesti interamente pensati per una nazionalità, come lo Sri Lanka su Vivara News. O come Jewbox, la radio ebraica milanese, e Maximanet, per i migranti latinoamericani.
Una scelta ampia, che però non si chiude affatto attorno alla comunità, ma cerca il dialogo, cercando di far ascoltare la propria voce anche al di fuori dei limiti dovuti alla lingua o alla cultura. E soprattutto con la piena coscienza che, dal modo in cui verranno raccontati gli immigrati che vivono in Italia, dipenderà un po' la percezione del fenomeno da parte degli italiani stessi. Perché la vera sorpresa è che il target di queste radio, sempre più frequentemente, non è composto solo da stranieri. Curiosità, amore per la musica etnica, esterofilia. Le motivazioni sono tante. E allora sarebbe davvero uno spreco non approfittarne per dipingere finalmente il ritratto di un paese multietnico che è là fuori e che molti ancora si ostinano a far finta di non vedere.
Foto di Taminator
Ci sono il video di Vera che documenta lo stato della Darsena milanese, oppure come le immagini di Renato che ci parlano di un'espansione industriale che seppellisce una vallata, o Paolo che fotografa l'ammasso di rifiuti nell'ex Snia di Varedo. E mentre Rocco ci parla dell'inquinamento della Valle del Sacco, in provincia di Frosinone, dove nell'acqua delle case sono stati rilevati nitrati, rame e ammoniache, Lorenzo mette l'attenzione su un'area molto importante del nostro Paese, “quella che colora di sé con un bel rosso la carta geologica d’Italia. È l’area che riunisce le province di Venezia, Rovigo, parte di quella di Padova, e ancora parti ampie di quelle di Udine, Gorizia, Ferrara e Ravenna. Sono zone al di sotto del metro sul livello del mare, un triangolo che ha come vertici Monfalcone, Casalserugo (in provincia di Padova) e Ravenna”.
Eccoli i primi contributi che ci sono arrivati. Raccontano quello che non va nell'ambiente in Italia. La fase iniziale del primo film collaborativo italiano sull'ambiente si è conclusa con la scelta del titolo che è Itali@mbiente. Lo avete inventato, scelto e deciso voi attraverso le pagine del wiki realizzato da Avoicomunicare, a vostra disposizione per ideare e realizzare il film che è coordinato da Mario Tozzi.
Ora è il momento di inviare i vostri filmati, le vostre foto, le vostre idee, per far nascere concretamente il primo film sull'ambiente nato e realizzato in rete.
Da qui in avanti, i lavori procedono parallelamente almeno su due binari. Da una parte c'è l'evoluzione del soggetto che man mano sta prendendo corpo, di contributo in contributo, e si arricchisce di un nuovo tassello ogni volta che un visitatore aggancia la propria idea a quelle già elaborate. Sull'altro binario ci stanno invece i materiali che i partecipanti stanno caricando sulla pagina dedicata del wiki: testi, immagini e filmati per comporre un mosaico di sguardi e riflessioni sulle brutture che feriscono il nostro paesaggio, sulle cattive abitudini che lo deturpano, ma anche sulle buone abitudini che dovremmo fare nostre, sulle possibili vie di uscita e le soluzioni praticabili.
Partecipa anche tu al film Itali@ambiente, invia i tuoi contributi, tutte le informazioni sono nel wiki dedicato al progetto. Qui puoi vedere, il manifesto che spiega l'iniziativa e lo stato di avanzamento del soggetto dove puoi aggiungere i tuoi contributi, le tue obiezioni e le tue modifiche oltre, ovviamente, a caricare direttamente nel sito i tuoi video, audio o testi scritti.
Immagine di theglocalblog.com
Per i giovani che si costruiscono una prospettiva, per le piccole imprese che devono competere nel mondo, per i cittadini che cercano una migliore qualità della vita, l'opportunità offerta dalla tecnologia è irrinunciabile.
Il XIX secolo è stato caratterizzato dalle macchine a vapore, il XX secolo dall'elettricità. Il XXI secolo è il secolo digitale. La politica ha posto la strategia digitale al centro del dibattito in tutte le principali economie del mondo. Ma non in Italia. Eppure in Italia metà della popolazione usa Internet.
La tecnologia è parte integrante della vita quotidiana di milioni di cittadini. Studenti, lavoratori, professionisti e imprenditori si confrontano costantemente con i rischi e le opportunità determinate dall'innovazione tecnologica. Siamo convinti che affrontare con incisività questo ritardo, eliminare i digital divide, sviluppare la cultura digitale con l'obiettivo di conquistare la leadership nello sviluppo ed applicazione delle potenzialità di Internet e delle tecnologie, costituisca la principale opportunità di sviluppo, con benefici economici e sociali per l'intero Paese.
Ci rivolgiamo a tutte le forze politiche, nessuna esclusa, sollecitando il loro impegno a porre concretamente questo tema al centro del dibattito politico nazionale. Chiediamo la redazione, entro 100 giorni, di proposte organiche per un'Agenda Digitale per l'Italia coinvolgendo le rappresentanze economiche e sociali, i consumatori, le università e coloro che, in questo paese, operano in prima linea su questo tema.
Richiamiamo l'attenzione di tutte le forze politiche, gli imprenditori, i lavoratori, i ricercatori, i cittadini, perchè non vedano in queste parole la missione di una sola parte, ma di tutto il Paese.
Vi invitiamo a manifestare la vostra adesione: www.agendadigitale.org
Fan della prima ora di The Social Network, non potevamo ignorare che il film ha fatto incetta di premi ai Golden Globe (l'unico importante non preso è quello per migliore attore protagonista, ma contro Colin Firth che fa il re balbuziente c'era poco da fare). Capolavoro che ha conquistato anche i cinefili più critici, è il film migliore del 2010. Ecco l'articolo che abbiamo scritto quando è uscito in Italia.
“Se voialtri foste stati in grado di inventare Facebook, be', allora l’avreste inventato.” Mark Zuckerberg si spazientisce e risponde così a uno di quelli che, dopo aver assistito all’inarrestabile ascesa del social network più cliccato al mondo, gli fanno causa per avere avuto l’idea prima di lui. Solo che, come spiega il Mark Zuckerberg di The Social Network, il film di David Fincher scritto da Aaron Sorkin (nelle sale italiane dal 12 novembre), non è che se uno fa una sedia particolarmente bella poi deve pagare i diritti a tutti quelli che hanno costruito sedie prima di lui.
C’è chi si chiede perché il 26enne Mark, che a soli 20 anni ha abbandonato Harvard ed è diventato il più giovane miliardario al mondo, non abbia fatto causa al film. Ma sono solo quelli che il film ancora non l’hanno visto o non l’hanno guardato con attenzione. La storia di Zuckerberg, così come vede la luce dai dialoghi mozzafiato di Sorkin e dalle riprese nervose, ritmate, di Fincher, è la creazione di un eroe epico. Che non sappiamo nemmeno, come giustamente fa notare Zadie Smith, quanto in realtà assomigli allo Zuckerberg reale, quello che a malapena muove le palpebre quando è in pubblico. E comunque chi se ne importa se agli albori di tutto questo l’eroe ha litigato con il suo migliore amico e ha rotto con la sua ragazza del college. Il ragazzo che se ne sta tra in mezzo alla neve con le ciabattine dell’Adidas senza sentire freddo, volendolo o meno si è inventato un nuovo modo di comunicare attraverso il più vecchio gioco del mondo, quello che al college (all’università) ti insegnano dal primo giorno: inclusione/esclusione, non c’è altro. Dentro o fuori.
E se ti tengono fuori dal circolo, tu che fai? Ne inventi uno di cui sei il presidente, il fondatore, il responsabile, l’ideatore, il sovrano. E lo fai nell’unico modo che conosci, ovvero il linguaggio informatico. Che poi questo abbia avuto conseguenze sulle vite di tutte noi, lo sappiamo, è storia. Signori e padroni del nostro Wall (la bacheca), ci illudiamo di poter includere/escludere a piacimento. Tagghiamo la gente senza chiedere il permesso, sbirciamo tra commenti imbarazzanti, dichiarazioni d’intenti, patetici tentativi di attirare l’attenzione. E veniamo a sapere che Tizia ha mollato Caio prima che il povero Caio se ne sia quantomeno reso conto. In poche parole, calpestiamo senza troppi rimorsi quella che in altri sedi dichiariamo di considerare una delle nostre priorità: la privacy.
La Generazione F e la privacy negata
È la generazione Facebook dicono. Quella che ha un’altra idea della privacy rispetto a quella dei suoi predecessori. Tim Garton Ash, che sull’argomento ha scritto un bel pezzo su The Guardian, non è d’accordo. O, piuttosto, non accetta una versione così semplice della questione. Perché se è vero che l’erosione della privacy è iniziata ben prima dell’invenzione di Facebook e dei social network in generale, è vero anche che Zuckerberg e compari hanno fatto sì che anche gli analfabeti informatici possano accedere, con un click, a informazioni sensibili su chiunque non sia abbastanza diffidente da nascondersi. Fantastico, democratico, in pratica il futuro. E chi vuole mettersi a discutere con il futuro per difendere una roba che ha circa 130 anni e di cui, guarda caso, si è parlato per la prima volta sulla Harvard Law Review?
La tecnologia ha cambiato tutto, e l’11 settembre 2001 ha spazzato via quello che rimaneva, prendendosi nomi, cognomi, conversazioni e semplici desideri in nome della sicurezza nazionale. Quello che è successo con Facebook però va oltre. Siamo 500 milioni lì dentro. Un numero impressionante ovviamente destinato a crescere ancora. In mezzo ai like, ai test, agli scambi di poke (solo uno che è stato timido poteva aggiungere tra i tanti modi per entrare in contatto con gli altri il “poke”), ci sono elenchi in cui rientrano preferenze, idiosincrasie, buone e cattive abitudini incautamente pubblicate negli status. Che poi la nostra vera indole non assomigli affatto al quadro dipinto dal nostro profilo online, quello è un altro discorso. Quella roba lì l’abbiamo scritta noi, e qualcosa di noi la deve pur dire.
Tanto che succede quello che David Kirkpatrick descrive nel suo The Facebook Effect: un sondaggio condotto nel 2009 su un grosso numero di datori di lavoro e responsabili delle risorse umane di grandi aziende americane ha rivelato come il 35% (una su tre) delle domande di assunzione ricevute è stato cestinato a causa delle informazioni reperite sul profilo Facebook del candidato. Poi chiaramente ogni giorno ce n’è una. E allora veniamo a sapere, salvo smentite e controsmentite (prima qui e poi qui) che non solo negli Stati Uniti è al vaglio un disegno di legge che permette alla polizia federale di tuffarsi senza alcun mandato nelle piattaforme tecnologiche di Facebook per acquisire i dati riservati in loro possesso. Ma che la nostra polizia, quella che non ha i soldi per mettere la benzina alle volanti, è invece volata in gran segreto a Palo Alto (ovvia sede dell’azienda di Zuckerberg) per stringere un accordo di collaborazione che permetterebbe controlli sui social network senza rogatoria internazionale e bypassando il mandato del magistrato. Chissà.
La ricetta migliore è: pochi amici ma buoni
Dice: se ti accorgi che ti danneggia o, peggio, che tutta questa esposizione ha iniziato a darti fastidio, cancella il profilo. Fosse facile. Chi c’ha provato lo sa. Non è semplice, a meno di non mettersi a eliminare manualmente ogni foto, ogni iscrizione a una fan page dimenticata in fondo alla bacheca, ogni tag. L’Unione Europea sembra essersi accorta del problema, e proprio giorni fa, a 15 anni dalla direttiva sulla privacy che da noi è diventata il Testo Unico del 2003, ha ribadito che è necessario proteggere i dati di quelle 500 milioni di anime virtuali come se si trattasse di cittadini Ue. Stabilendo il “diritto all’oblio degli utenti, che devono poter scomparire da social network e motori di ricerca senza lasciare tracce, le quali consegnano ai surfisti del web un pieno potere sui propri dati personali.” Forse un po’ scontato, è vero. Ma necessario. Se scrolliamo le spalle asserendo di non avere niente da nascondere, non abbiamo idea dell’uso che si può fare delle informazioni sul nostro conto. Ce l’hanno invece gli inventori di Firesheep, un’applicazione che permette a tutti, ma proprio tutti, di captare i nostri dati quando si naviga in modalità wi-fi. Pensateci bene: vi piacerebbe?
Che si tratti di paure concrete o scenari fantascientifici alla Minority Report, resta il fatto che un po’ di cautela proprio male non fa. Le impostazioni privacy di Facebook potrebbero essere migliori, questo è vero, ma se le usiamo bene e se impariamo a dosare quest’ansia esibizionista che fa di noi i protagonisti di monologhi piuttosto che di vere interazioni, riusciremo a mantenere riservata almeno un’area della nostra vita virtuale. Per cominciare, intanto, possiamo aderire all’Unfriend Day: lanciato con un video da Jimmy Kimmel, comico e conduttore statunitense, il 17 novembre sarà il giorno in cui tutti dovremmo dedicare almeno un paio d’ore a cancellare dalla lista degli amici di Facebook quelli che amici veri non sono. Ovvero: vogliamo davvero che un centinaio di sconosciuti vedano le foto del nostro viaggio a Parigi?
Marìka Surace
Foto di Andrew Feinberg
La storia di Ismail Ademi arrivato in Italia da Valona (Albania) a quattordici anni. Oggi studia all'università e gestisce un hotel in Toscana, vicino ad Arezzo e ce l'ha fatta con determinazione, imparando l'italiano subito e, soprattutto, dandosi da fare sul Web, tanto che su Facebook oggi ha più di mille amici sparsi sulle due sponde dell'Adriatico. I suoi consigli per chi arriva in Italia.