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Un po' e-book, un po' iPad. Ecco il libro digitale

Sembrano un po' oggetti vecchio stile, comparati a un iPad sembrano strumenti nati vecchi. E invece animano un mercato in grande fermento, in continua innovazione. La verità è che gli e-book reader, gli strumenti che utilizzano inchiostro elettronico (e-ink) e sono pensati e ideati per leggere libri, non sono in concorrenza con i tablet. Parola di Antonio Tombolini, padre di Simplicissimus Book Farm, tra i pionieri e i maggiori esperti italiani in tema di libri elettronici.
Si vendono molti iPad ma anche il mercato degli e-book, come Kindle di Amazon, è in forte crescita. “Il futuro del libro – spiega Tombolini – percorre due strade parallele: da una parte gli e-book reader che cercano di dare al libro così come lo conosciamo un futuro digitale; dall'altra l'invenzione di qualcosa di completamente nuovo in cui il libro si contamina con altri oggetti multimediali e con l'interattività propria della rete”.



Benvenuti nell’epoca del "prosumer"

citizen journalism«Sfumature, punti di vista, sensibilità». Eccolo il valore aggiunto ai siti tradizionali dai contenuti prodotti dagli utenti di internet. Sergio Maistrello indica il bonus che la rivoluzione dei prosumer – consumatori e produttori al tempo stesso – ha aggiunto al giornalismo tradizionale.
Come aveva già evidenziato nel precedente La parte abitata della rete, il giornalista e docente di nuovi media all’università di Trieste mostra in Giornalismo e nuovi media – appena uscito per Apogeo – la dote rara del divulgatore, riuscendo a illuminare in maniera semplice e piana un universo in continua evoluzione ed espansione come quello della rete e dell’informazione che ci viaggia sopra.

«Più occhi – nota Maistrello – guardano gli stessi fatti e più differenze avremo nel suo racconto. Nulla è indispensabile, ma tutto è utile nel momento in cui l’accesso alla complessità del mondo diventa funzione di un percorso individuale. Internet è un ecosistema reticolare in cui ciascun individuo ha l’opportunità, ma non il dovere, di essere nodo attivo». Se le cose del mondo sono molte è meglio che le guardino e le raccontino più persone piuttosto che solo quelli che un tempo si sarebbero definiti i professionisti.

Rapidamente, si sta passando dai social network ai social media. Facebook e Twitter non sono più luoghi dove si stringono relazioni ma sono anche strumenti in mano a milioni di persone che fanno informazione e che leggono, ascoltano, guardano. Sono nuove redazioni e nuove edicole planetarie, in una sintesi impensabile fino a ieri. «Abilitano le persone a esserci, a essere in rete e a creare contenuti. A essere nodi attivi. Come altre tecnologie in precedenza, ma con la forza di piattaforme ormai mature e popolate da milioni di persone. Un nodo attivo è un potenziale testimone ovunque si trovi, un occhio che guarda per noi e che è in grado di raccontare ciò che vede in tempi eccezionalmente rapidi».

In questo momento, un problema serio, molto serio, per il mondo dell’editoria è quello di inventare un modello di business alternativo per l’informazione in rete. Come pagare contenuti di qualità in un panorama free come internet? Tra iPad, Kindle, micropagamenti ecc., sembra un puzzle al quale, finora, manca sempre una tessera. «Non credo funzioneranno i paywall, che chiudono i contenuti dentro un sito e li rendono avulsi da ogni processo virtuoso di rete. Per la pubblicità c'è speranza soltanto se torna a essere servizio per il lettore, perché la semplice esposizione di stampo televisivo è aliena al modo in cui funziona internet e non produce valore». Una speranza, secondo Maistrello, potrebbe venire dal finanziamento dal basso, collettivo, di progetti giornalistici. «Il crowdfunding journalism è la quintessenza del giornalismo inteso come servizio civico per la propria comunità. La comunità finanzia la ricerca della verità su se stessa. Tuttavia non avremo alcuna certezza su come finanziare il giornalismo in rete finché non faremo dell'ottimo giornalismo in rete. Solo sperimentando si può individuare un nuovo modo che crei utili in un modo trasformato».

Un mondo che cambia con una rapidità impressionante ma che in Italia sembra viaggi con il freno a mano tirato. I giornali si barcamenano nel gestire l’oggi, ma non riescono ancora a guardare avanti. Certo, ci sono episodi significativi di citizen journalism anche da noi come i twit partiti da L’Aquila e da tutto il centro Italia pochi attimi dopo la scossa di terremoto dell’aprile 2009 oppure il gran lavoro, raccontato anche da Maistrello nel suo libro, che un viareggino ha fatto la notte della tragedia ferroviaria nella stazione toscana.

Eppure, la sensazione è che si proceda a rilento. Come mai? «L'Italia sconta gli ultimi trent’anni di predominio televisivo, un predominio che non è solo mediatico e commerciale ma costitutivo del modo in cui il nostro Paese guarda e racconta se stesso. Il cambiamento nasce per lo più a livello del singolo nodo. Sarà profondo e inarrestabile, ma in Italia continuerà a essere rallentato da ostacoli strutturali profondi. È inevitabile che l'informazione spontanea faccia le spese di questo stato di cose: richiede una consapevolezza e una responsabilità che il cittadino digitale medio in Italia spesso non possiede oppure possiede soltanto a uno stadio televisivo, monodirezionale, emotivo, superficiale».

Foto di digitaljournal



iPad, quanto inquini

iPad, quanto inquini Sono i giorni dell'iPad. “L'oggetto magico e meraviglioso” (parole di Steve Jobs) arriva in Italia e il biglietto da visita da protagonista sui mercati e di conseguenza sulle abitudini degli utenti. I numeri parlano chiaro: un milione di esemplari venduti nei primi 28 giorni di vita nei negozi americani (l'iPhone ci mise oltre 70 giorni per raggiungere lo stesso risultato), 100mila prenotazioni in Italia incassate prima di arrivare alla messa in commercio vera e propria, 10mila applicazioni già disponibili, ma il numero è destinato a crescere moltissimo in breve tempo. Tutto questo fa della “tavoletta magica” un kit capace di conquistarsi un ruolo in ogni aspetto della nostra vita: quando leggiamo il giornale o un libro, ascoltiamo musica, giochiamo, guardiamo foto o film, organizziamo il tempo libero o di lavoro, conversiamo o comunichiamo con i nostri amici. L'iPad è (e sarà sempre più) pronto a garantire accesso in mobilità al mondo delle informazioni, tanto che il progetto It Mobility del Parlamento Europeo prevede di darne uno in dotazione a ciascun parlamentare.

Ma pensereste mai che tutto questo abbia un forte impatto sull'ambiente e sull'inquinamento?
In genere si pensa il contrario: se una cosa ci risparmia spostamenti fisici e mette in un unico dispositivo numerose possibilità, è sinonimo di meno inquinamento (perché richiede meno utilizzo di veicoli e quindi di combustibili, di materiali, e via dicendo). Ma un rapporto di Greenpeace dal titolo Make IT Green: Cloud Computing and its Contribution to Climate Change avverte sulla possibilità che tutto ciò possa produrre “un grande salto nelle emissioni di gas serra”.

Oggetto del rapporto di Greenpeace non è tanto l'iPad in sé, quanto il cloud computing, ossia quella grande architettura di tecnologie informatiche che si possono utilizzare anche se sono fisicamente molto lontane e che rendono possibile il miracolo della mobilità grazie al quale sistemi com l'iPad rappresentano una comoda ed elegante porta d'accesso a sterminate quantità di dati raggiungibili agilmente (senza fili) e fruibili nelle forme più disparate.

Basandosi su ricerche che stimano i consumi energetici in ambito industriale, il rapporto di Greenpeace mostra che, seguendo gli attuali tassi di crescita, i grandi centri di elaborazione dati e i server delle compagnie di telecomunicazioni necessari a far funzionare social network e tutto ciò che va sotto il nome di cloud computing, consumeranno nel 2020 circa 1.963 miliardi di kilowatt l'ora, “più dell'attuale consumo di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”, sottolineano gli autori.
Il messaggio sembra chiaro: il cloud computing ci offre grandi possibilità e i dispositivi che ne utilizzano gli sviluppi, dall'iPad in poi, sono destinati a una grande diffusione; tutto ciò richiederà grandi server per l'elaborazione dati che impenneranno il consumo energetico del settore, e di conseguenza ingrandiranno l'impronta di carbonio prodotta dal cloud computing.

Ma, specifica Greenpeace, non si tratta di un attacco al marchio di Cupertino:
“Per essere chiari, non ce la stiamo prendendo con Apple”, si legge chiaramente nella presentazione del rapporto, il lavoro vuole essere solamente un avvertimento per quello che potrebbe essere se le cose dovessero continuare senza cambiamento, ma non necessariamente lo scenario proposto dovrà realizzarsi. Anzi, Greenpeace auspica proprio il contrario, suggerendo che “i grandi innovatori dell'era digitale possono e dovrebbero essere leaders nella promozione di una rivoluzione energetica”. Così da mettere insieme il miracolo della mobilità con le esigenze della sostenibilità.

Foto: dalla copertina del Rapporto di Greenpeace