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Giorno della Memoria 2012: Intervista a Janiki Cingoli

In occasione della Giornata della Memoria abbiamo intervistato Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente. Cingoli si occupa di gestire e comprendere i conflitti ora in atto e di mantenere viva la memoria dell'olocausto nel mondo contemporaneo.

Come si gestisce e si incoraggia la pace? Qual è lo scenario resente e quali sono i possibili scenari futuri in medio oriente e nel conflitto tra Israele e Palestina? E infine qual è l'eredità della shoah oggi, come è possibile parlarne e raccontarla al mondo contemporaneo, trovando i modi e gli appigli giusti per raccontare un episodio unico e terribile della storia umana, proprio ora che a distanza di tempo la memoria sembra stare scomparendo?

Sono domande difficili, a cui ogni giorno cerca di dare risposta Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, istituto di altissimo profilo promosso e sostenuto dal Comune di Milano, dalla Provincia di Milano e dalla Regione Lombardia. Le attività del centro prevedono conferenze aperte e incontri ristretti su temi delicati, per aiutare la pace nel miglior modo possibile: tramite occasioni di conoscenza e dialogo, di scambio e comprensione politica e sociale in modo da poter realizzare terreni comuni per leader e cittadini.

In questa video intervista non manca la riflessione del direttore Cingoli per l'occasione del 27 gennaio 2012, Giorno della Memoria, che diventa così un momento per parlare in un modo comprensibile ai contemporanei di quello che è stato, ricordando le donne e gli uomini che hanno sofferto la più grande atrocità che la storia abbia conosciuto, così come quelli che vengono considerati "i giusti", tutti quelli che si sono battuti con coraggio e sprezzo della propria incolumità contro una follia che aveva coinvolto interi popoli.

Una riflessione attualissima per accendere il lume della ragione e del pensiero individuale (ma volto alla collettività) contro la massificazione delle idee e le facili distinzioni.

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In migliaia alla Marcia della pace di Assisi

marcia pacePerché la Marcia della Pace, un appuntamento che va avanti dal 1961 (50 anni, 19 edizioni in tutto), e che si tiene oggi 25 settembre lungo la distanza che separa Perugia e Assisi, non può che avere un impegno a 360 gradi, visto che coinvolge ogni anno centinaia di migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani. Dopotutto non si può parlare di pace quando ci sono tirannidi e soprusi. E mentre oggi si festeggia in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Pace dell'Onu, intesa come momento in cui, idealmente, l'invito al "Cessate il fuoco" diventa anche un modo per riflettere, informare ed educare alla legalità e al rispetto dei diritti umani, il popolo della pace si prepara con anticipo alla scarpinata di domenica.

Gambe in spalla e camminare, e certamente non per tenersi in forma. Perché la lunga strada per la pace richiede forza di volontà e determinazione. Soprattutto quando si cammina tutti insieme non solo contro la guerra, ma anche contro le morti bianche, le mafie, gli abusi sulle donne, gli anziani lasciati da soli. Ovvero tutte le situazioni di ingiustizia, violenza e illegalità che sono alla base della convivenza "incivile" dei popoli del mondo.

A cominciare dall'iniziativa "1000 giovani per la pace", una due giorni di seminari, incontri e laboratori che si terranno due giorni prima della marcia. E la voglia di pace ci dev'essere eccome se i giovani dai 14 ai 30 che parteciperanno alle giornate sono non mille ma ben quattromila. Provenienti da 114 città di tutte le regioni della penisola, ci saranno anche molti giovani del Mediterraneo che stanno lottando per la libertà, la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Verranno infatti dalla Siria, dall’Egitto, dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco e dal Sahara, dalla Turchia, dalla Palestina e da Israele, per dar vita a uno dei primi grandi incontri tra le due sponde del Mediterraneo dopo lo scoppio della primavera araba. L'appuntamento, a Bastia Umbra, dove i ragazzi si confronteranno tra loro e con degli esperti sui temi della politica, dell'uso dei nuovi media, sul ruolo della scuola, preparandosi mentalmente al 25 settembre, e dormendo e mangiando tutti insieme come in campeggio. Quest'anno, poi, l'occasione vede la partecipazione di nuovi protagonisti, geograficamente strategici nel dialogo globale per la pace.

Anche perché nel mondo i conflitti sono molti più di quelli di cui si sente parlare o si legge sui giornali, visto che non ci sono solo l'Afghanistan e la Libia, ma anche le persone che continuano a morire nel Corno d'Africa e nelle guerre civili in Thailandia, Cambogia, Colombia, per un totale di 31 guerre che fanno migliaia di morti ogni anno. Senza dimenticare la situazione mediorientale, che proprio in questi giorni è protagonista di una delle conferenze dell'Onu tra le più importanti degli ultimi anni, con la richiesta da parte della Palestina dello status giuridico di nazione. Istanza la cui accoglienza influenzerà moltissimo gli equilibri già precari di una zona ormai caldissima, che la guerra civile in Siria (con i massacri di Assad contro la sua stessa popolazione) ha reso ancora più instabili. Tanto che secondo un sondaggio pubblicato dalla BBC, i sostenitori della richiesta palestinese, nel mondo, sono moltissimi, e spesso non tanto perché sostengono direttamente l'Anp, quanto perché auspicano un ritorno della pace in quella zona del mondo.

Il sondaggio, realizzato dall'istituto GlobeScan, vede tra i più favorevoli al riconoscimento palestinese all'Onu gli egiziani, con il 90% dei consensi, contro il 9% di chi ha espresso parere contrario. A seguire i cinesi, con il 56% dei favorevoli e solo il 9% dei contrari. Di contro, i paesi in cui l'opposizione è più forte sono gli Stati Uniti (45% di contrari, 36% favorevoli), il Brasile (41% di sì e 26% di no), l'India (32% a favore, 25% contro). Nei tre paesi dell'Unione europea in cui è stato effettuato il sondaggio, i pareri favorevoli hanno avuto la meglio sui contrari: Francia (54% si sì, 20% di no), Germania (53% di sì, 28% di no), Regno Unito (53% di sì e 26% di no). Di sicuro ognuno avrà i suoi motivi, ma la pace è l'obiettivo di tutti. Perché non partire da lì?

Foto di Catarsi Onlus



Culture a confronto: dall'Irlanda del Nord a Gerusalemme

Culture a confronto dall Irlanda del Nord a Gerusalemme

L’Irlanda del Nord è uno stato complesso, nel quale convivono due comunità differenti. Da un lato gli unionisti, principalmente protestanti, dall’altro i nazionalisti, a maggioranza cattolica.

Due comunità protagoniste di una difficile convivenza fin dal 1920, anno in cui, con il Government of Ireland Act, l’isola fu divisa in due parti.

Dal 1998, anno del Good Friday, che segnò una tregua agli scontri tra il governo britannico e la popolazione di origine irlandese, la situazione è nettamente migliorata e gli scontri violenti sono diminuiti. Ma i passi verso una migliore convivenza continuano e, ad aprile, un nuovo accordo tra il governo britannico ed il Sinn Fein, partito irlandese che si impegna per l’indipendenza dal Regno Unito segnerà una nuova tappa verso un clima più disteso.

Ma l’Irlanda del Nord non è il solo Paese in cui convivono popolazioni con tradizioni, religioni e culture diverse.
Il caso più noto è Gerusalemme, città nella quale ogni giorno il contatto tra palestinesi ed israeliani è sempre più difficile.
Current ha realizzato un reportage che mostra scene relative agli ultimi scontri avvenuti nella città, all’interno dello speciale sui diritti umani che va in onda ogni martedì. Roberta Zunini è andata, infatti, a Gerusalemme est per sperimentare sul campo le difficoltà della vita quotidiana nella città contesa tra le due etnie.



Video intervista a Manuela Dviri

Manuela Dviri è una scrittrice italiana naturalizzata israeliana da sempre molto attiva nella ricerca della pace in medio oriente.
Anche lei ha aderito al movimento Science for Peace, e in questa intervista ci spiega cosa la scienza possa fare attivamente per portare la pace.

La sua lucida visione della realtà, vista da un Paese straniero, aiuta a comprendere come una cosa che ci sembra tanto lontana come la guerra, sia in realtà così vicina a noi tutti.

Ascoltate le parole di Manuela, e diteci se anche voi, come lei, pensate che la scienza possa intervenire concretamente in favore della pace.



Anna Momigliano e i preconcetti su Israele

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Qualche mese fa ero in metropolitana, qui a Milano: accompagnavo un mio amico, un giovane designer israeliano, al Salone del Mobile, insieme a una sua collaboratrice giapponese. Per rispetto della collega giapponese, parlavamo in inglese anziché in ebraico. Ad alta voce.

Il mio amico si lamentava, non avrebbe voluto prendere il metrò e proprio non gli andava giù di non avere trovato un taxi che di portasse dal centro città fino alla Fiera: è mai possibile che non ci sia un taxi libero per un evento così importante? Io gli rispondevo che bisogna avere pazienza, che l'organizzazione non è propriamente il punto forte di noi italiani, che a Milano ci sono pochi taxi e che al Salone del Mobile è venuta molta più gente del previsto.
A questo punto un signore un po' attempato e ben vestito, dall'aria apparentemente innocua, si fa avanti... e comincia a urlarmi addosso. Sbraita che aveva riconosciuto l'accento fortemente israeliano del mio interlocutore, e che non avevo il diritto di parlare male della mia città davanti a un israeliano: “L'Italia è amica di Israele, ed è tutto quello che c'è da capire”. Segue una tirata sul terrorismo palestinese, sul disfattismo dei giovani d'oggi, la politica estera dell'Unione europea, e le mezze stagioni che non esistono più... il tutto, urlando.
Il mio amico scoppia a ridere: “Mi sembra quasi di essere su un autobus di Tel Aviv!”, dice (stavolta in ebraico, per non farsi capire dal tizio surriscaldato). “Non solo voi italiani siete disorganizzati come noi israeliani, ma avete anche lo stesso vizio di litigare sempre per qualsiasi cosa. La gente fa una questione politica di tutto!”.

E infatti, non so a voi, ma a me il nesso tra il funzionamento dei taxi di Milano e la politica in Medio Oriente sfuggiva completamente. Continua a sfuggirmi ancora adesso.
Anzi, ogni tanto penso che davvero sia questo il problema: ormai molte persone hanno preso la brutta abitudine di fare di tutto una questione politica. Nel senso negativo del termine.
Chissà perché, poi, quando si parla di Israele, anche la più piccola cosa diventa il pretesto per uno scontro ideologico. Molti amano definirsi, per partito preso, pro o contro Israele e bollare tutti gli altri di conseguenza, spesso in modo del tutto arbitrario.
Il brutto è che ormai a ben pochi interessa conoscere gli israeliani come persone, al di là della bandiera che rappresentano e delle ideologie che sono associate ad essa.
Mi è capitato tante volte di trovarmi imbarcata in vere e proprie conversazioni dell'assurdo, con sconosciuti o semi-sconosciuti, per il solo fatto di essere in compagnia di un israeliano o di essere presentata come qualcuno che ha vissuto in Israele.

Tornando all'aneddoto raccontato sopra, credo che il mio adirato compagno di vagone volesse andare a parare più o meno così: “Ti lamenti dell'efficienza dei trasporti pubblici? Allora sei anti-israeliano”. (Peccato che in Israele lo sport nazionale sia proprio lamentarsi degli autobus che non arrivano mai...). Altre volte mi è capitato di scatenare discussioni politiche di ore e ore, che non portavano mai a niente, per un commento innocuo come: “Buono questo tè. Starebbe proprio bene preparato alla maniera israeliana, con le foglie di menta” (in genere seguono domande a raffica di cosa ne penso di questa o quella guerra, “non ti vergogni di avere a che fare con Israele”?).

Da un lato sono lusingata dall'interesse del pubblico italiano sulle vicende israeliane. Ma non sopporto come spesso questo interesse venga utilizzato come un pretesto per litigare a qualsiasi costo. Credo sia un gran bel peccato, perché adesso più che mai ci sarebbe bisogno di un dialogo vero, aperto e senza preconcetti.

Anna Momigliano

Foto di Tommaso Ravaglioli



Israeliani e Palestinesi

“Stanno cancellando la nostra religione e la nostra memoria”: questa è l’accusa dei Palestinesi al “Museo della Tolleranza”, che gli Israeliani progettano di costruire a Gerusalemme, sulle tombe dell’antico cimitero musulmano di Mamilla.

Il progetto, “dedicato a ebrei, musulmani e cristiani senza distinzioni”, fa discutere tutti; non solo i Palestinesi, ma anche gli Ebrei ultraortodossi.

Tu cosa ne pensi? Il “Museo della Tolleranza”, concepito per unire le religioni, potrebbe essere il simbolo di un mondo unico? Oppure è solo il simbolo del confronto impossibile tra la cultura ebraica e quella islamica?

E’ realizzabile “una società pluralista e interculturale” a Gerusalemme?