Video della manifestazione pacifica che si è svolta il 12/12/09 tra le strade di Copenhagen realizzato dagli inviati di avoicomunicare.it.
Ve lo proponiamo per mostrarvi il lato migliore del popolo ambientalista che si è riunito a Copenhgen, un lato che finora non è emerso a sufficienza.
Leggi il racconto della giornata dalla nostra inviata

Klimaforum è un evento imponente organizzato dalle ONG presenti a Copenaghen: quasi duecento tra conferenze, interventi, workshop e dibattiti si stanno svolgendo al DGI-byen, un grande complesso sportivo che ospita centinaia di persone da tutto il mondo.
L’atmosfera è rilassata, tra mostre e stand, bar con cibo rigorosamente biologico, persone che chiacchierano sedute a terra o mentre guardano una delle tante mostre fotografiche presenti. Nonostante la quantità di gente non c’è rumore né confusione – il clima di queste iniziative dal basso continua a stupirmi.
Dopo averli incontrati alla manifestazione mentre spingevano un carro che rappresentava un mondo all’interno di una serra, decido di partecipare al workshop dell’associazione Campaign against Climate Change. L’obiettivo dell’organizzazione è di fare pressione sui governanti perché capiscano che si tratta di un’emergenza che richiede misure d’urgenza, quello del workshop è di discutere come una simile campagna si possa esportare dal Regno Unito (l’associazione è inglese) ad altre nazioni, su cosa fare leva e in quale modo.
Nella prima parte del seminario Phil Thornhill, coordinatore dell’associazione, spiega la loro visione, in relazione alle informazioni sullo stato del problema e sulle misure prese fino ad ora per contrastarlo. Le politiche internazionali e quelle nazionali di molti Paesi, spiega, sono basate sui report di IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): “Questo organismo è il punto di incontro di molti scienziati e lavora con onestà intellettuale, ma non è forte come dovrebbe essere. Inoltre, stabilire consenso tra esperti comporta tempo (e studio) e questo rallenta il processo di divulgazione dei risultati delle ricerche: gli ultimi dati sistematici forniti dall’IPCC risalgono al 2007”.
La situazione climatica invece si sta evolvendo molto in fretta, ben oltre i dati a disposizione dei politici che stanno negoziando un accordo, e in modo tanto grave da richiedere soluzioni di emergenza: quasi come in tempo di guerra, si dovrebbe pensare a soluzioni condivise e “scomode” a cui tutti dovrebbero uniformarsi.
E i cinque punti della campagna sono certamente destinati a far discutere:
Il passo successivo è fare pressione sul governo perché si prenda carico delle sfide che questa situazione comporta: l’associazione è in contatto con un parlamentare che ha apprezzato le proposte, inserendole in una mozione, firmata al momento da 45 altri parlamentari. Probabilmente questo non diventerà un disegno di legge ma è “un seme piantato” e un modo per far arrivare certe idee nei luoghi dove si prendono decisioni.
Come portare un messaggio del genere in altre nazioni e adattarle al contesto politico? Questa domanda è al centro della seconda parte del workshop, quando i partecipanti si dividono in gruppi e parlano delle situazioni nazionali, confrontando contesti e possibilità di azione. Le soluzioni variano da imporre ulteriori tasse sul carbone a fare pressione sulle compagnie di assicurazione, nella convinzione abbastanza generalizzata che una regolamentazione non porterà comunque lontano.
Ovviamente il tempo è troppo poco e le situazioni troppo diverse per tirare le somme, ma il confronto tra diverse situazioni e sistemi politici è stimolante.
La domanda finale me la pone Phil Thornhill: “Se si dovesse fare una campagna in Italia su uno di quei cinque punti, quale avrebbe più impatto?”.
Gli spiego, punto per punto, perché alcuni di questi argomenti verrebbero difficilmente capiti e quasi sicuramente considerati impopolari. “Appunto” sorride lui.
E voi? Cosa scegliereste per una “campagna impopolare” ambientalista?
A Copenaghen sabato mattina c’è il sole e vento freddo.
Prendiamo un caffè e arriviamo nella piazza del Parlamento poco prima dell’una, trovandola piena. La attraversiamo con calma, scattando foto e facendoci largo tra i gruppi di persone che arrivano dalle strade laterali.
La cosa che viene spontanea è sorridere: i cortei che stanno formando il gruppo in piazza sono fatti da gente vestita in modo colorato e fantasioso, con disegni in faccia. Molti hanno in mano i cartelli di Greenpeace con slogan che incitano a un cambiamento della politica, più che del clima. Greenpeace è forse la manifestazione con i carri più visibili: un grosso pupazzo di neve gonfiabile alto alcuni metri e un carro in cui i leader dei paesi occidentali sono rappresentati come burattini sono circondati da tante persone e il giallo predomina in quella parte della piazza.
Il freddo si fa sentire e anche lo speaker dal palco se ne rende conto e quindi ci chiede di abbracciare il vicino, di saltare con la musica, di intonare slogan. Il più gettonato è “Action now” ma particolarmente sentito è anche quello che riprende il famoso slogan della campagna di Barack Obama: nella versione dei manifestanti diventa “Yes we can, yes we must, yes we will”. Il senso è che le persone devono far sentire la propria voce e che l’impatto della protesta dovrebbe far capire ai politici impegnati nelle discussioni di COP15 che la necessità di un accordo importante e vincolante è tanto forte da non poter essere rimandata.
Dal palco lo speaker grida che siamo centomila e ci invita a metterci in marcia e a formare il corteo che percorrerà i sei chilometri dalla piazza al Bella Center, sede del summit. Anche qui devo stupirmi per l’organizzazione: il corteo e le ONG sono organizzati in gruppi numerati e alla chiamata dello speaker, ogni gruppo si sposta e si mette diligentemente in fila, senza nemmeno sconfinare sui marciapiedi.
In qualche minuto il Global Day of Action inizia e ci muoviamo tra musica, specie reggae, tanti carretti e bici, tanti bambini nei passeggini. Me ne stupisco un po’, anche pensando che non ci saranno più di due gradi.
L’atmosfera è rilassata, quasi hippie, nonostante i poliziotti ai lati della strada che vigilano su quello che accade. Ma nessuna ostilità, nessun coro o cartello che non sia pacifico e a volte anche buffo. Le idee, però, sono chiarissime: la politica non fa abbastanza, il summit non sta andando come previsto e sarà un fallimento se non ne verrà fuori un trattato ambizioso e legalmente vincolante.
Chiacchierando scopriamo gente da tante parti d’Europa, arrivati dopo 20 ore di treno, o che hanno sistemazioni di fortuna nelle scuole o nelle case che molti danesi hanno messo a disposizione. Ci sono moltissimi giovani e giovanissimi, sono motivatissimi e molto allegri. L’atmosfera è quasi surreale: trovarsi ad ascoltare discorsi inneggianti alla pace e considerazioni su come noi tutti possiamo fare la differenza può sembrare surreale, quasi ingenuo. Ma è un fatto che questa sia la motivazione che ha portato qui decine di migliaia di persone nel freddo di un sabato danese con carri, cartelli, travestimenti (molto gettonato quello da orso polare).
Alle cinque è già buio e mentre ci avviciniamo al Bella Center un applauso spontaneo scroscia e vengono accese tante torce e candele, speriamo che la visione di tutta questa gente colpisca i politici, così come colpisce me.
A fine manifestazione si torna a casa, ripercorrendo tutto a ritroso e ripensando alla giornata. Al ritorno, però, la sorpresa è grande nel sentir parlare di scontri e violenze, una cosa di cui non abbiamo visto traccia (ci siamo mantenuti nella prima metà della manifestazione), e nel vedere che lo spazio sui giornali italiani è stato dato quasi solo a quello.
Stamattina, stupita, chiedo notizie a Henry (che è venuto da Londra per girare un documentario su COP15), sapendo che ha girato anche nella coda del corteo. Lui mi dice che sì, ha visto che qualcuno ha tirato oggetti e fatto esplodere qualcosa dopo circa mezz’ora dall’inizio della manifestazione, ma che il tutto è durato circa un quarto d’ora. Tanto ci ha messo la polizia danese a dividere in due il corteo, isolare i violenti e portarli fuori dalla folla.
Ho appena il tempo di mettere online le foto che sono riuscita a scattare e di scrivere qualche frase con le prime impressioni, sperando che questo riesca a raccontare qualcosa di una manifestazione che in Italia, forse, non è stata vista affatto.
Già ieri sera ho letto alcuni commenti in Rete e ho dato qualche risposta, mi auguro che ci siano ulteriori conversazioni e considerazioni a partire da questo mio racconto del Global Day of Action che ho vissuto.