minori

L'educazione a internet

Abbiamo già parlato dei pericoli che corrono i minori se lasciati soli nella navigazione sul web. Iniziative come il Safer Internet Day sono utili per sensibilizzare famiglie e istituzioni nell’accompagnare i ragazzi durante la navigazione su internet.
La prof.ssa Maria Rita Parsi ci spiega quale ruolo devono quindi avere scuola, famiglia e istituzioni in questo processo: gli adulti devono essere i primi a conoscere il web, capire gli strumenti che poi utilizzeranno i loro figli; al tempo stesso la legge deve prevedere i giusti controlli e la scuola deve prevedere ore di lezione specifiche sulla materia.

Safer Internet Day: consigli per navigare più sicuri

Oggi si celebra il Safer Internet Day, una giornata dedicata all’informazione sui pericoli che corrono in Rete, soprattutto per gli internauti più giovani. La tutela dei minori che si avvicinano al mondo di Internet è un argomento molto sentito, e diverse organizzazioni e istituzioni collaborano al programma Safer Internet della Comunità Europea.
Save the Children è tra le organizzazioni schierate in prima fila (collabora anche con Telecom Italia al progetto NavigareSicuri) e quindi abbiamo intervistato il presidente Valerio Neri per fare il punto con lui sul rapporto tra gli adolescenti e l’universo della Rete. Inoltre gli abbiamo chiesto cosa dovrebbero fare scuola, istituzioni e famiglia per proteggere i ragazzi dalle persone malintenzionate che purtroppo approfittano di Internet per i loro crimini.
Credi anche tu che Internet sia pieno di potenzialità ma anche di pericoli? Cosa occorre fare per tutelare i più giovani?

Il minore straniero in Italia

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I minori stranieri possiedono una doppia configurazione politica e sociale: sono minori e sono stranieri. Lo statuto giuridico “minore” limita lo statuto giuridico “straniero”, in quanto nei confronti dei minori non può avvenire l’espulsione, per cui non potranno mai essere considerati clandestini. La loro presenza è tutelata e protetta dallo Stato italiano.

In Italia vivono minori stranieri “accompagnati” (che seguono la condizione dei genitori, fino al compimento del loro quattordicesimo anno di età; poi possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari), “affidati” e “non accompagnati”, quando vivono in stato di abbandono (come nel caso in cui i genitori siano rimasti nel Paese d’origine).

Il minore che arriva in Italia con età inferiore ai quindici anni, se partecipa a un programma sociale per due anni consecutivi, può ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio o di lavoro. In seguito egli avrà diritto al permesso di soggiorno convertibile alla maggiore età (ovvero al compimento del suo diciottesimo anno), in base ai parametri previsti dalla Legge n. 94 del 15/07/2009.

A partire dal 1994 sono stati creati in Italia i Comitati per i minori stranieri e il Servizio Sociale Internazionale (S.S.I.) che hanno lo scopo di rimpatriare i minori “non accompagnati”, seguendo una cosiddetta “politica di rimpatri assistiti”. Lo stesso permesso di soggiorno che viene rilasciato loro da questi due enti per la loro minore età, è stato concepito come provvisorio, perché vale a regolare la vita del minore, finché lo stesso non viene rimpatriato.

Esistono inoltre figure di giudici minorili o giudici tutelari, che possono designare un tutore (con poteri genitoriali) a cui affidare il minore straniero.

Gli articoli 31-32 del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero sono quelli che concretamente tendono a regolamentare e tutelare la condizione del minore straniero in Italia.

Pensi servano altre strategie da adottare per favorire e promuovere l'inserimento e l'integrazione di minori stranieri in Italia?

Foto di Coccoabiscuit

I diritti dei più deboli: donne, bambini, anziani, emarginati

La violenza di genere: la violenza su donne e bambini, su chi è indifeso. Una violenza che è ritenuta una violazione dei diritti umani.
Oggi sono proprio i più deboli che subiscono soprusi, gli stessi che vengono meno tutelati dalle leggi.

Da diverse ricerche emerge che la violenza di genere si esprime su donne e minori in vari modi e in tutti i Paesi del mondo La violenza può nascere tra le mura domestiche, in ambito familiare oppure nei luoghi pubblici, di lavoro.

Le vittime sono principalmente donne e bambini proprio perché considerati più fragili e inermi e i tipi di violenza sono di diversa natura: violenza sessuale, fisica, economica, verbale e psicologica.

In Italia la violenza di genere è diventata tema e dibattito pubblico solo da una ventina di anni, ma è subito evidente che il problema fondamentale è la mancanza di politiche di contrasto, di sensibilizzazione e di prevenzione.

Gli abusi verso donne e bambini hanno delle conseguenze spesso tragiche, bisogna quindi impegnarsi per creare delle misure atte a ostacolare il verificarsi di questi episodi.

Lo Stato dovrebbe muoversi per tutelare le vittime di questi avvenimenti, innanzitutto dovrebbe insistere sulla prevenzione, per fare in modo che queste tragedie non avvengano. Nei casi in cui le misure preventive non fossero sufficienti, bisogna offrire a donne e bambini la giusta assistenza psicologica e un’adeguata protezione.

Molte delle vittime non accusano il loro aggressore per paura, per impossibilità di essere autonome e indipendenti.

Dovremmo renderci conto che sempre più spesso le violenze accadono perché le vittime non sanno come uscirne, come difendersi, quali alternative intraprendere.
La colpa è delle politiche di tutela inesistenti. L’aggressore, dopo aver commesso il reato, può continuare ad abitare nelle vicinanze della vittima creando in quest’ultima un forte senso di insicurezza e paura perché a rischio ritorsioni.
Le donne e i bambini, dopo aver denunciato violenza e abusi, vengono abbandonati a se stessi e così preferiscono scappare, nascondersi, tacere per non dover affrontare tutto da soli.

In una società che non garantisce i diritti umani e la sicurezza dei suoi cittadini non ci può essere libertà e giustizia.

 

Sara Grillo

L'infanzia negata in Africa. Una speranza all’orizzonte contro lo sfruttamento minorile

Non deve essere facile essere bambini in certe zone dell'Africa. Sì, perché in gran parte di quel continente ai più piccoli è tuttora negata un'infanzia e lo sfruttamento minorile – dal lavoro nei campi all’orrore dello sfruttamento chirurgico o sessuale, fino al fenomeno dei bambini-soldato – è all'ordine del giorno, tacitamente accettato dalla società come un male necessario.

La storia sembra ripetersi: l'Africa, lacerata da mille divisioni spesso incomprensibili e attanagliata dalla miseria non riesce a curare i propri mali. E anche se chiede aiuto ai Paesi più sviluppati non ottiene risposta.

Perché accade tutto questo? Perché l'Occidente, così solerte nell' "esportare la democrazia" là dove casualmente c'è tanto petrolio non fa molto contro lo sfruttamento minorile?

Difficile dare una spiegazione razionale di fronte ad una mancanza simile, senza cadere in complottismi e dietrologie. Quel che mi pare evidente è non tanto un disinteresse dei Paesi più sviluppati per l'infanzia negata in Africa, quanto una sempre più forte prevalenza degli interessi economici nell’agenda politica dell’Occidente, a scapito di quelli etici.

C'è tuttavia un segnale di speranza, al di là dei tanti volontari, delle tante associazioni che, spesso tra mille rischi e difficoltà, lottano affinché ai bambini africani sia dato il diritto ad una vita serena.

Poco prima di essere eletto Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si è impegnato pubblicamente a cambiare con forza la politica estera degli Stati Uniti, cercando di trasmettere i valori della democrazia, della tolleranza, del rispetto dei diritti dell’individuo nel mondo, non solo per motivi economici o di sicurezza interna, ma anche per motivi etici.

La speranza è che quest'uomo, che ha un po' di Africa che scorre nel suo sangue, tenga fede alla promessa fatta ed esporti l'infanzia in Africa, anziché la "democrazia" in Iraq.

 

Stefano Ballarini

Lottiamo con China contro i bambini soldato?

Si stima che nel mondo circa 300.000 ragazzi, al di sotto dei 18 anni, siano stati costretti a diventare bambini-soldato. La maggioranza ha 10-18 anni.

Di fronte alla testimonianza del sofferto passato di coraggio e di violenza da bambina soldato di China è stata inizialmente la sensazione di impotenza ad avere il sopravvento. China ci invita tutti a “lottare: alzare la voce e chiedere giustizia”, perché “questa non è solo la sua battaglia né tanto meno solo la nostra, ma è la battaglia di tutti”. È la battaglia di tutti coloro che credono in un mondo unico, perché qualunque Paese senza figli o mutilati nel corpo, negli affetti e nella vita sociale equivale ad un Paese senza futuro e speranza, abitato da generazioni cresciute senza sapere cosa sia la pace.

China conclude la sua intervista con un interrogativo fondamentale, che è poi la nostra domanda: cosa faremo? Ma prima ancora di domandarci cosa possiamo fare come Italiani, chiediamoci cosa può fare ognuno di noi: sono pronto/a concretamente ad impegnarmi, iniziando dal sensibilizzare chi mi è più vicino? Come posso contribuire, in prima persona, a sostenere questa battaglia contro l’immorale utilizzo dei bambini nelle guerre?

La malavita minorile

Gli abusi, gli sfruttamenti e le punizioni sui minori sono un tipo terribile di violenza, ma purtroppo non l’unico. Altre pressioni possono strappare un bambino alla sua età.

In Italia, per esempio, la malavita organizzata recluta ragazzi sempre più giovani per i propri traffici illegali, strappandoli alla scuola e al normale percorso formativo. Per molti giovani entrare nelle organizzazioni criminali è diventata una scelta o un’ambizione, a rischio della vita.

Perché, secondo voi, un minore sceglie la criminalità? Si può veramente parlare di “scelta” in un caso del genere?
Se li aveste davanti, cosa direste a questi ragazzi?