multiculturale

Checco Zalone, l'amore e l'islam

La canzone si chiama “L’amore non ha religione”, e il tormentone ti si appiccica addosso già prima di andare a vedere il nuovo film di Zalone. È così con tutte le sue canzoni, d’altronde, rifacimenti di hit di successo che diventano parodie o originali composizioni di Checco, nella vita reale Luca Medici, uno di quelli che, nonostante Zelig, fanno ridere davvero. L’amore non ha religione, insomma, e la strofa continua con un “non è cattolico, non è mormone”.

Perché stavolta il comico più famoso della televisione si è messo a trattare, a modo suo ovviamente, un tema complesso come quello della convivenza pacifica di diverse culture (e dunque religioni), dei pregiudizi sugli stranieri che arrivano nel nostro paese, di integrazione. Riuscendo a raccontare una storia che fa divertire (molto) prendendo un po’ in giro quelli che vedono nella diversità un ostacolo e non un pretesto per conoscersi meglio. Il personaggio interpretato da Zalone, invece, questi problemi di socialità non ce li ha proprio. E forte di una curiosità che lo porta ad avvicinarsi agli altri (e alle altre, soprattutto), avanza tra gaffes e perle di saggezza popolare senza mai vacillare e facendo piuttosto crollare le certezze di chi lo circonda.

Un lavoro (e per fortuna ci sono le raccomandazioni) come addetto alla sicurezza del Duomo di Milano e della Madonnina e un’imprevisto incontro con Farah, una ragazza musulmana che gli ruba il cuore (Nabiha Akkari), danno il via a una serie di esilaranti vicissitudini tra la Lombardia e la Puglia, dove Checco finisce per tornare ogni volta, da vero immigrato che lascia il cuore a casa. La ragazza finge di studiare architettura per avere la possibilità di avvicinarsi molto al Duomo, a cui sta preparando un attentato insieme a dei complici. Ma l’aver pensato di poter agevolmente sfruttare l’ingenuità del guardiano pugliese le si ritorcerà contro ben presto.

Le polemiche che hanno preceduto l’arrivo del film nelle sale italiane (dopo nemmeno una settimana è già al primo posto nella classifica dei più visti) parlano di pregiudizi verso gli arabi, ma basta andare al cinema per accorgersi che gli unici a uscirne maluccio sono quelli che malpensano. Alla fine i terroristi verranno battuti (non dalle forze dell’ordine ma da una pepata di cozze), ma soprattutto Checco avrà modo di far cambiare idea a Farah portandola con sé in Puglia, dove l’accoglienza calorosa e invadente della famiglia di lui le darà modo di riflettere sul suo proposito.

Ma soprattutto darà modo a Zalone di mostrare come a un certo punto sia persino semplice azzerare le diversità di religione, quando c’è la volontà di farlo senza doppi fini e in buona fede. Tanto che a Farah viene chiesto di battezzare il nipotino di Checco, e cosa importa se lei è musulmana e il battesimo è cattolico? Ci si penserà il giorno dopo. L’amore, appunto, non ha religione.



L'Europa meticcia e gli strani numeri del Corriere della sera

Il Corriere della sera si chiede se l'Europa multiculturale sia fallita. E risponde con le parole di autocritica di Angela Merkel che dice chiaro e tondo che l'integrazione di turchi e arabi in Germania è stata quasi un fallimento e che è giunto il momento di rivedere il meccanismo.
Il giornale di via Solferino non è stato mai tenero verso gli slanci in avanti e con i modelli d'integrazione che auspicano uno spazio nelle nostre società anche per le minoranze come quelle islamiche (rileggere gli articoli di Magdi Allam e Giovanni Sartori per averne un'idea). E tuttavia fa bene a tornare sul tema e a porre una questione che in Italia è affrontata solo, o quasi, in termini propagandistici o ideologici: “Burqa sì o burqa no” oppure “Non ci fanno fare le chiese al paese loro e noi non gli facciamo fare le moschee” ecc.

Quel che sorprende è che il quotidiano presenti il tutto con dati che non spiegano molto e che anzi andrebbero spiegati per bene, ché altrimenti sembrano proprio sbagliati. Scrivere, come fa a più riprese il principale quotidiano italiano, che in Gran Bretagna “gli immigrati sarebbero 2,1 ogni 1000 abitanti” o 2,4 per mille in Olanda o l'1,4 in Francia (per esempio, l'articolo su Parigi) è un dato che da qualunque lato lo si guardi è a prima vista incomprensibile. Il 2 per mille significa lo 0,2 per cento ovvero per una popolazione tedesca di circa 82 milioni di abitanti significherebbe circa 160mila immigrati. Vuol dire solo qualche migliaio in città come Colonia o di Francoforte. Percentuali che colpiscono per l'implausibilità anche di fronte ai numeri dei musulmani presenti nei vari paesi europei: 3,7 per cento in UK, 5,8 in Olanda, tra il 5 e il 10 per cento in Francia.

E allora? Proviamo a dare una spiegazione a quei numeri: probabilmente si riferiscono alla migrazione netta, ovvero a tutti coloro che si stabiliscono in un paese rispetto a quelli che l'abbandonano in un dato anno (si veda questa tabella). Ma si tratta di un numero che va spiegato, altrimenti non si capisce.

Altra cosa sarebbe stato fornire i numeri assoluti sulla presenza di immigrati nei vari paesi europei. La popolazione straniera residente in Europa al 1 Gennaio 2008 secondo i dati diffusi dall’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ammontava a circa 30 milioni e 798mila unità, il 6,2 per cento della popolazione residente. Di questi circa un terzo, ovvero l’11,9 milioni, sarebbero cittadini di altri paesi dell’Ue. Invece circa 19 milioni e cinquecentomila sarebbero cittadini di paesi extraeuropei. In cifre assolute, il maggior numero di cittadini stranieri risiede in Germania (7,2 milioni), Spagna (5,7 milioni), Regno Unito (4,0 milioni), Italia (3,9 milioni) e Francia (3,7 milioni). I paesi di lunga tradizione di immigrazione hanno una presenza straniera  rispettivamente del 5,8 per cento la Francia, del 8,8 per cento la Germania e del 6,6 per cento il Regno Unito, del 5,7 per cento la Svezia.

Ovviamente, le percentuali risentono dei diversi modelli di integrazione e di riconoscimento della cittadinanza agli stranieri. Per dire, in Italia risiede un numero inferiore di stranieri rispetto alla Gran Bretagna eppure la percentuale è superiore (il 7,3 per cento del nostro paese contro il 6,6 inglese).
I numeri fanno brutti scherzi, maneggiare con cura.

Foto di payhere



Multiculturalità e interculturalità: due termini diversi

Multiculturalità e interculturalità due termini diversi

Quando si parla di multiculturalità si tende spesso a fare coincidere questo termine con interculturalità, ma si tratta di un’imprecisione, che viene continuamente adottata nell’uso comune.
Multiculturale è un termine di tipo descrittivo - descrive uno stato di fatto, allude alla presenza di diverse culture nello stesso spazio o territorio, ma non riguarda l’eventuale interazione razziale di gruppi o individui. E’ relativo a dimensioni molteplici, ma si tratta di un processo statico.
Interculturale invece è un termine che identifica persone che culturalmente differiscono per la loro formazione frammentaria, che per ognuno di loro rappresenta sostanzialmente una scelta.
La globalizzazione in cui viviamo implica l’interculturalità intesa nell’accezione di un processo di tipo dinamico, perché presuppone uno scontro e uno scambio, che aggiunge arricchimento e nuove co-costruzioni semantiche.
L’interculturalità molto probabilmente sarà l’unico percorso praticabile per gettare le basi per una pacifica convivenza e tolleranza tra più culture.

Quali sono secondo te i problemi connessi alla globalizzazione?

Come pensi si possa valorizzare ogni singola cultura nel rispetto e nella tolleranza delle altre?

Foto di Cayusa