musulmani

Parigi, vietato pregare per strada. E in Italia che succede?

preghiera islamUn anno fa il senato francese dichiarava fuorilegge il velo islamico, annunciando il divieto di esibizione in luogo pubblico di un simbolo religioso che, spesso, impediva anche il solo riconoscimento della persona attraverso i tratti del viso. Oggi che anche nel nostro paese si discute dell'opportunità o meno di approvare una normativa anti-burqa (se ne parlerà in Parlamento il prossimo ottobre), la Francia annuncia che d'ora in poi sarà vietato pregare per strada.

E che i trasgressori potranno essere puniti severamente, anche ricorrendo all'uso della forza. La decisione, che andrà ovviamente a colpire le migliaia di cittadini musulmani che, soprattutto il venerdì (giorno di preghiera comune), si riuniscono in strada visto che le moschee parigine non bastano per tutti, è stata presa dal Ministro dell'Interno Claude Guéant, dopo mesi di aspre polemiche dovute alla proteste degli altri cittadini e alle istanze per il diritto di culto portate avanti dalla comunità islamica.

Il ministro ci ha tenuto a sottolineare che quella che è in vigore dallo scorso venerdì non sarà un'imposizione, bensì una convenzione, una decisione presa in comune con le associazioni, e che un'ex caserma dei pompieri verrà da subito messa a disposizione di chi vuole pregare. Per ora il divieto vale solo per la capitale, Parigi, dove maggiori sono stati i problemi di ordine pubblico, ma presto potrebbe essere esteso ad altre città come Nizza e Marsiglia. Intanto l’Alto consiglio per l’integrazione francese (Hci) fa sapere che i dirigenti d’azienda devono, se lo vogliono, poter dire no al velo e ai segni religiosi esibiti al lavoro. Devono inoltre poter rifiutare le richieste di modificare l’orario di lavoro durante il Ramadan.

Una scelta che senza dubbio ha un sapore molto politico, visto che dopo le primarie per la scelta dei prossimi candidati presidenziali si passerà alla gara elettorale vera e propria. Che vede un 56% della popolazione francese ancora schierata con la sinistra, ma che lascia tutti i fronti ancora aperti. E questa, da parte della destra di Sarkozy, potrebbe essere un'ottima mossa, anche viste le priorità della popolazione che, dopo disoccupazione e deficit, ha la sicurezza come priorità.
Guéant ha ricordato che in Francia ci sono già duemila moschee, raddoppiate negli ultimi dieci anni, e altre duecento allo studio o in costruzione.
Il quotidiano Libération ha fatto i conti: i musulmani, che dovrebbero essere circa 6 milioni (con precisione non si sa, visto che in Francia, sempre causa laicità dello Stato, è vietato censire la popolazione sulla base della religione), dispongono di circa 300 mila metri quadrati di luoghi di culto, il che significa che ogni fedele si può rivolgere alla Mecca in 0,05 metri quadrati. In effetti davvero troppo pochi.

Certo che fa abbastanza sorridere che nel nostro paese, invece, non si voglia prendere ancora atto di una situazione simile, e che nella città di Milano il dibattito sulle moschee è sempre più aspro. E dopo l'attribuzione al sindaco Pisapia della volontà di costruire 12 moschee nel capoluogo lombardo (affermazione poi smentita a causa di un fraintendimento), le comunità islamiche cittadine chiedono a gran voce che una decisione, una volta per tutte venga presa.
Non solo perché è davvero ormai necessario l'adeguamento degli spazi esistenti, ma anche perché non si può rimandare ulteriormente la ricerca di nuove soluzioni per affrontare le emergenze. I musulmani milanesi pensano anche di chiedere una pausa più lunga il venerdì per consentire ai fedeli di pregare in moschea, o permessi per le due grandi festività islamiche e di trasformare Milano in un laboratorio della libertà di culto. Diciamo che, viste le premesse, sono ancora soltanto belle speranze. Ma da qualcosa si dovrà pur cominciare.

Foto di ninjawil



Burqa? No, grazie. Parte in Francia la legge contro il velo

Passata lo scorso 11 ottobre, la legge che da oggi in Francia vieterà di indossare nei luoghi pubblici qualsiasi velo che impedisca di riconoscere la persona che lo sta portando, è una legge precissima, che non lascia spazio ai malintesi. Un vademecum, in alcuni punti contestatissimo, su tutte le varianti con cui è (e non è) possibile abbigliarsi quando si è tra la gente, e che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto fortemente. Tanto da dichiare, all'indomani dell'approvazione "Il burqa non è un simbolo religioso ma è un simbolo di oppressione. Non è benvenuto in Francia".

Vietata, dunque, qualsiasi tenuta che nasconda il volto e renda difficile l'identificazione, e la legge, dettagliata come solo la burocratica Francia sa essere, esplicitamente dichiara che nell'elenco di tenute che cadono sotto il divieto non ci sono maschere da saldatore o da schermitori, bendaggi o caschi integrali. E vabbè.

La legge, inoltre,  prevede in caso di infrazione il pagamento di un'ammenda di 150 Euro e, in aggiunta o in sostituzione, la frequenza obbligatoria di un corso di educazione civica, una specie di stage di cittadinanza che rieduchi ai sani principi repubblicani. Istituendo, tra l'altro un nuovo reato, che consiste nell'imporre ad una donna di portare il velo integrale attraverso "la minaccia, la violenza, la costrizione, l'abuso di autorita' o l'abuso di potere". La tolleranza verso fratelli, mariti e padri è zero, e le pene previste comprendono periodi di reclusione fino a 12 mesi e multe fino a 30mila Euro o reclusione fino a 24 mesi e 60mila Euro di multa se si tratta di minorenni.

Viste le polemiche e le proteste da parte delle comunità islamiche che hanno manifestato contro la legge, il provvedimento prevede in maniera molto pignola anche l'applicazione del divieto. E chiarisce che i poliziotti non potranno mai, in nessun caso, togliere il velo con la forza, bensì tentare fino in fondo un'opera di persuasione. Per convincere la donna velata a rinunciare al velo, le si potranno prospettare i rischi che corre, e magari portare le più ostinate in caserma. Ma il fermo non potrà durare più di quattro ore.

Cosa sarà vietato, dunque? Sicuramente il Niqab, che indossato con il Khimar (il velo che copre capelli, collo e spalle) lascia scoperti solo gli occhi. E ovviamente il Burqa, un mantello che copre completamente viso e corpo, e che ha, come unica apertura, una retina davanti agli occhi per vedere. Dovrebbero essere invece permessi il Chador (il velo che copre il corpo ma non il viso indossato dalle donne iraniane), lo Shayla (sciarpa rettangolare che copre il capo e viene fissata con una spilla), l'Hijab (un foulard corto, uno dei più comuni, che copre testa e spalle) e l'Al Amira (velo in due pezzi: sopra una specie di berretto in tessuto che trattiene i capelli, sotto un foulard che copre il collo). Il divieto si estende a strade, spiagge, parchi, negozi e altri luoghi pubblici, mentre è possibile indossarlo in albergo (ma solo nella propria camera) e sul luogo di lavoro (ma solo se non si è a contatto con il pubblico).

Un appello è stato firmato invece dai capi religiosi di Francia, dai cattolici ai protestanti, dagli ebrei agli ortodossi e ai buddisti, in cui si chiede al governo di non buttare così facilmente al vento una lunga storia di laicità. Abbastanza paradossale, in effetti: da quando, in Francia e nel mondo, le religioni si ergono a paladine dell'agnosticismo?

Foto di Twocentsworth



Jihad eco, alla scoperta dei musulmani per l'ambiente

Il clima e l'ambiente sono loro la sfida più grande del nostro tempo. È per la salvaguardia del pianeta che bisogna battersi e impegnarsi, partecipando all'Eco-jihad. La parola fa risuonare una specie di controsenso, un paradosso. Sembra avvicinare all'ecologia e all'ambientalismo un termine che invece risuona nelle nostre orecchie di occidentali come una minaccia, sinonimo di guerra. Ma così non è. In realtà, Eco-jihad nasconde l'impegno dei musulmani verso l'ambiente, è una parola che altro non fa che mettere insieme le sensibilità ambientaliste all'interno del mondo islamico.
È esattamente quello che chiamiamo ecologismo quando vogliamo intendere una attenzione pienamente concentrata sui temi che riguardano la salvaguardia del pianeta, la biodiversità, il clima, l'acqua. Siamo arrivati a questo tema grazie alla segnalazione del ricco blog 30 Secondi curato dallo studioso di cultura islamica Lorenzo Declich.

Sono tutti temi che riguardano molto da vicino il mondo musulmano, soprattutto perché le aree del pianeta che sono particolarmente vulnerabili ai previsti effetti negativi dei cambiamenti climatici coinvolgono grande parte delle popolazioni di fede musulmana. Ma dalle pagine di Emel  rivista inglese che da anni lavora per comunicare un messaggio positivo e fiducioso della comunità islamica nel Regno Unito, si capisce anche che c'è qualche motivo in più che le l'Islam alla sensibilità ambientale.

Il terrorismo, la “guerra al terrore”, guerre locali e povertà globali, sono tutte grandi sfide dei nostri tempi – scrive la direttrice di Emel Sarah Joseph nell'editoriale di un numero intitolato tempo fa proprio all'Eco-jihad – ma tutti questi grandi problemi diverrebbero irrilevanti se il pianeta non sarebbe più abitabile dagli esseri umani a causa di quello che gli stiamo facendo.
In questo senso allora, la parola jihad va accompagnata sempre con la raccomandazione di interpretarla nella maniera più corretta. “Sacrificio, sforzo, questo – dicono gli islamologi – è il significato primigenio, nel Corano. E non ‘guerra’, come dice la vulgata”, spiega Paola Caridi nel suo blog Invisible Arabs.

Un impegno, dunque, che prende molte forme, che affronta il tema nelle sue molteplici sfaccettature, da quelle scientifiche sui cambiamenti climatici fino alle delicate questioni che riguardano i mercati energetici e l'esigenza di liberare il mondo dalla CO2. Il tutto visto con lo sguardo e dalla prospettiva del mondo musulmano al quale si rivolgono i   numerosi blog che si iscrivono alla jihad ecologica, come The eco muslim blog di ambientalisti musulmani americani impegnati, sono loro parole, “in una lotta verde per endere il mondo quel tanto più pulito che serve per viverci dentro. O almeno un po' più scintillante per il futuro prossimo”.

Immagine dall'album Flickr di madmonk



Gio, 18/11/2010 - 15:11 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Yalla Italia, un giornale contro gli stereotipi

Yalla ItaliaC’è una via a Milano che la dice lunga su come i nostri sterotipi sull’altro, sullo straniero, sul musulmano debbano cambiare definitivamente. E’ via Quaranta dove, l’una di fronte all’altra, stanno l’entrata della Moschea e quella della redazione di Yalla Italia. Questo il nome della rivista, al suo secondo anno di vita, messa in piedi dal settimanale Vita come inserto ideato da Martino Pillitteri e Paolo Branca, docente di lingua araba alla Cattolica.

“Sono giovani capaci d’ascoltare e desiderosi di comunicare” spiega Branca. “Arabi e italiani, uguali e diversi; e anche se si trovano nello stesso paese, ciascuno lo rappresenta a modo proprio. Non rispondono a un modello predefinito e non si lasciano ingabbiare da sbrigative definizioni, perché sono liberi e reali con le contraddizioni sane di giovani qualsiasi”. Sono ragazzi della “2G”, cioè della seconda generazione, tutti poco più che ventenni e quasi tutti i collaboratori sono donne: venti su ventitré. Ed è questo uno dei primi obiettivi della redazione, ribaltare i luoghi comuni e perché no, cominciando già dalla sua composizione di genere.

Lontano da un atteggiamento vittimistico o radicale, in un momento in cui per i giovani musulmani è alto il rischio e la tentazione di cadere in forme di chiusura, questi ragazzi presentano la vera alternativa: non assimilazione, ma integrazione e condivisione di problemi e interessi comuni, guardati dall’originale prospettiva di chi vive il processo di integrazione. Il mix delle culture diviene un occhio originale e ironico per raccontare con passione di burkini (burka e bikini), di jeans e hijab, di sesso, di coppie miste, di letteratura, cronaca, attualità e di tabù.

“Nasce in noi” dice una delle “yalla girls” come ironicamente si definiscono, “giovani in bilico tra appartenenza ed estraneità, il desiderio di esprimerci e di far capire che siamo a tutti gli effetti italiani e che colore della pelle, idiomi e usi diversi non sono simboli di pericolo, ma segni di diversità che può e deve arricchirci.”
Il successo di questo prodotto editoriale, d’altra parte, è destinato a diffondersi ulteriormente e non solo a Milano; già il New York Times e l’Herald Tribune si sono occupati di Yalla Italia, salutandolo come una grande e nuova risorsa per il nostro paese.

Yalla Italia, che in arabo significa Forza Italia, lontano da ogni implicazione politica, sembra essere un invito rivolto a tutti noi e come Paolo Branca suggerisce “questo potrebbe essere il primo passo, affinché i problemi tornino ad essere questioni che si affrontano insieme a vantaggio di tutti e non per l’alibi delle nostre inadempienze.”



La religione nella società multiculturale

La religione nella società multiculturale

La religione aiuta a delineare il disegno multiculturale e la composizione della popolazione straniera residente nel nostro Paese.
Su quasi 4 milioni e mezzo di stranieri residenti attualmente in Italia, ci sono:

  • 2.100.000 cristiani non ortodossi
  • 1.200.000 cristiani ortodossi
  • 1.000.000 di musulmani
  • 150.000 buddisti
  • 50.000 induisti.

Collegare l’immigrazione all’islamizzazione dell’Europa è una grossa bugia. L’immigrazione nel nostro continente è sociologicamente cristiana e non musulmana. Quella asiatica potrebbe essere in fase espansiva, in considerazione dei loro flussi immigratori, che si stanno progressivamente allargando. Inoltre è bene sottolineare che la fine del comunismo nell’Europa orientale ha portato ad una liberalizzazione del mercato religioso.
La previsione degli scenari futuri dell’immigrazione nel nostro Paese non è più dipendente solo dal parametro della distanza geografica, ma diventa un quadro complesso.
Sono ipotizzabili tre tipi di immigrazione:

  • se sarà prevalente un’immigrazione da parte delle popolazioni provenienti dall’Europa dell’Est, si avrà un’ immigrazione privilegiata di tipo cristiano,
  • se aumenterà l’immigrazione dello scacchiere africano, si avrà invece una connotazione di due realtà in progress, in cui comunque l’islamismo crescerà percentualmente in maniera inferiore rispetto alle religioni cristiane; è previsto infatti:
    • una riduzione dell’immigrazione dal Maghreb, di cui solo la minoranza è di fede islamica,
    • un aumento dell’immigrazione sudsaheliana, di religiosità cristiana, musulmana, ma anche indecifrabile – vedi il sincretismo religioso,
  • se aumenterà l’ immigrazione asiatica (in particolare da Paesi quali la Cina, l’India, il Bangladesh e la Birmania), si avrà un’immigrazione fortemente areligiosa. Le religioni asiatiche hanno subìto processi di secolarizzazione diversi dalle religioni monoteistiche; la religione si è allontanata dalla quotidianità, quindi la popolazione si può definire “religiosamente vergine”.

L’unica certezza sembra sia la riduzione di immigrati animisti: si tratta di un culto religioso poco radicato culturalmente, di tipo visionario, miracolistico e spesso fanatico.
La religiosità vissuta come nuovo movimento rischia di essere meno umana e controllata della religiosità più profonda e sperimentata nella storia. Le nuove religiosità cristiane interessano anche la popolazione italiana autoctona (vedi testimoni di Geova, che oggi hanno siglato un’intesa con lo Stato).
Una delle sfide delle società multiculturali è senza dubbio rappresentata dalla convivenza di tutte queste differenti realtà religiose in uno stesso territorio. Quali pensi siano i metodi e le strategie per ottimizzare e perfezionare questo connubio di culture, rituali e tradizioni che sembrano (e talvolta sono) così diverse tra loro?

Foto di papaitox