Nazioni Unite

Aiuta Haiti: il messaggio di Drew Barrymore ambasciatrice del World Food Programme

Drew Barrymore, Ambasciatrice contro la fame per il World Food Programme sta chiedendo anche il tuo sostegno e contributo per aiutare Haiti.

Aiuta Haiti: il World Food Programme delle Nazioni Unite ha messo a disposizione un form per donare tramite carta di credito.



A fianco del popolo di Haiti

A fianco del popolo di Haiti

Il terribile terremoto che il 13 gennaio scorso ha sconvolto Haiti radendo al suolo la capitale Port-au-Prince e uccidendo decine di migliaia di persone, ha gettato nel caos la piccola nazione caraibica. I sopravvissuti, gli sfollati necessitano di aiuti immediati e numerose organizzazioni umanitarie – oltre ovviamente ai governi di tutto il mondo – si stanno adoperando per portare cibo, acqua e generi di prima necessità alla popolazione locale.
Avoicomunicare e Telecom Italia si sono prontamente attivate per sostenere lo sforzo di chi lavora in condizioni difficilissime al recupero e al soccorso dei superstiti.
Eccoci quindi schierati anche a fianco del World Food Programme delle Nazioni Unite: sul sito (raggiungibile al link https://it.wfp.org/donate/haiti-telecom) è possibile effettuare una donazione tramite carta di credito all’organizzazione internazionale che sin dalle prime ore dopo la terribile scossa si è attivata a pieno regime.
Anche in questo modo possiamo dare un aiuto concreto alle popolazioni terremotate.



Solo parole

Solo parole

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:

  • ritardo per l’applicazione del protocollo di Kyoto (2 miliardi euro/anno),
  • malattie da inquinamento atmosferico (6), costi esterni del trasporto (8),
  • carenza di acqua e desertificazione (3),
  • dissesto idrogeologico (2,5).

Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.

Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C  di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.

Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.

Mario Tozzi



Vertice sul clima: la resa dei conti

Vertice sul clima la resa dei conti

È arrivato il giorno conclusivo di Cop15, la conferenza mondiale sul clima ONU organizzata a Copenhagen, e sono ancora moltissimi i dubbi circa la possibilità di arrivare ad un accordo finale che possa portare davvero dei risultati concreti.

Ieri infatti è stata una giornata molto complicata dal punto di vista delle trattative, i negoziati erano giunti a un punto molto critico a causa delle rigidità di USA e Cina, i due maggiori produttori mondiali di gas serra. Gli USA avevano proposto la riduzione del 17% delle emissioni inquinanti entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005, il che vuol dire un taglio del 3% rispetto al livello emesso nel 1990, l'anno di riferimento del protocollo di Kyoto.

Non stupisce quindi la reazione del cancelliere tedesco, Angela Merkel "Onestamente, devo dire che l'offerta americana di ridurre le emissioni del 3% rispetto ai livelli del 1990 non è certamente ambiziosa".

Una boccata d'ossigeno e di speranza è giunta dal Segretario di Stato Hillary Clinton che ha comunicato alle Nazioni Unite la volontà da parte degli USA di contribuire, insieme ad altri partner internazionali, al fondo di 100 miliardi di dollari a favore dei Paesi più poveri per contrastare il riscaldamento climatico.

La notte è stata frenetica, moltissime le consultazioni e le trattative che hanno generato una bozza d'accordo che oggi sarà sottoposta all'esame dei grandi del mondo: due i punti salienti:

  • l'aumento della temperatura globale del pianeta dovrà essere tenuto entro i 2 gradi centigradi sui livelli pre-industriali;
  • i Paesi poveri saranno finanziati con un fondo di 100 miliardi di dollari entro il 2020 per adottare tecnologie pulite e poter affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

In questo contesto il presidente USA Barack Obama è in arrivo nella capitale danese, e i leader mondiali (e anche il popolo della rete) sperano che il neo premio Nobel possa fare qualcosa di più rispetto a quanto finora promesso per convincere Cina e India a impegnarsi sui tagli.

Foto di UN Climate Talks



Intervista a Ilaria Pretelli

Intervista a Ilaria Pretelli

Ilaria Pretelli è docente di diritto internazionale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e un’esperta di diritti umani: abbiamo discusso con lei del rispetto di tali diritti nella realtà italiana e internazionale.

1) Ci può fornire la sua definizione di "diritti umani"?

I diritti dell’uomo sono studiati da varie discipline (filosofia, politica, diritto); il mio punto di vista è quello del diritto internazionale, nell’ambito del quale esistono numerose norme in difesa dei diritti che gli Stati devono riconoscere alla persona. Io mi sono occupata in particolare della liceità di alcune forme di tutela dei diritti dell’uomo che presentano profili di criticità al punto da porsi in contraddizione con i diritti di “altri” uomini: mi riferisco agli interventi militari c.d. “di umanità” (si vedano l’operazione “Provide Comfort” del 1991 in zona Curda-Irachena; l’operazione “Restore Hope” in Somalia del 1992, le operazioni “Turquoise” in Ruanda e “Uphold democracy” ad Haiti, entrambe del 1994).
Dal punto di vista sostanziale i diritti dell’uomo o meglio i “diritti fondamentali della persona” sono quei particolari diritti soggettivi che devono essere garantiti a ogni persona per potergli permettere di fare la propria esperienza di vita nel modo più ampio possibile e senza interferenze.
Semplificando si possono indicare tre percorsi (o fondamenti) che hanno caratterizzato l’evoluzione dei diritti dell’uomo:

  1. Giusnaturalismo: il giusnaturalismo è la dottrina sulla quale si fondano le prime dichiarazioni dei diritti dell’uomo (quella americana e quella francese) e che collega l’universalità dei diritti dell’uomo all’esistenza di un ordine naturale che gli Stati devono riconoscere e attuare. È evidente però che dalla “natura” non può ricavarsi alcuna definizione di diritto e giustizia, nessuna verità invariabile che prescinda dalla storia dell’uomo e dalla sua evoluzione culturale, pertanto ogni teoria giusnaturalistica è oggi confutata;
  2. Diritto positivo: le teorie moderne dei diritti dell’uomo si fondano sul positivismo giuridico che caratterizza gli ordinamenti attuali. Nei manuali si trovano perciò definizioni formali di diritti dell’uomo che subordinano l’esistenza di un diritto dell’uomo all’esistenza di una norma positiva che ascrive all’uomo tale diritto. Nessun diritto può esistere infatti senza una sua previa codificazione in una fonte del diritto quale la Carta costituzionale di un Paese o una convenzione internazionale in vigore.
    Per esempio quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo giudica l’Italia responsabile della violazione del diritto alla libertà religiosa di un suo cittadino, si riferisce al fatto che un determinato comportamento, ascrivibile allo Stato italiano, si pone in contrasto con un articolo della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che è in vigore in l’Italia.
    Anche la teoria positivista soffre però di un’aporìa fondamentale: alcune di queste pretese “codificazioni” dei diritti dell’uomo, contengono delle formulazioni di tali diritti che si pongono in palese contrasto con la concezione contemporanea di essi: si legga ad esempio la dichiarazione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani relativamente ai problemi che la Carta araba dei diritti dell’uomo pone con riferimento alla formulazione dei diritti della donna, degli stranieri e dei minori.
  3. realismo giuridico: semplificando, si può indicare una terza via per la quale i diritti dell’uomo non procedono né dalla nuda realtà metafisica né dalla norma giuridica positiva ma sono la manifestazione di una progressiva acquisizione di consapevolezza da parte dell’umanità. Oltre alla realtà fenomenica esiste una realtà psichica, o si potrebbe dire una coscienza collettiva che riconosce il valore altissimo della dignità umana, che è inviolabile. Al di là delle differenze culturali che pure esistono e sono visibili nelle diverse formulazioni contenute nelle codificazioni regionali dei diritti dell’uomo (Convenzione europea, Carta Araba, Carta africana, Convenzione interamericana, Dichiarazione di Bangkok, per citarne alcune) esiste un nocciolo duro di diritti la cui violazione non è più tollerata e su questo nocciolo duro, convergono sia pure in tempi e con modalità diverse, tutti i Paesi del mondo (si pensi al divieto della schiavitù, del genocidio, della tortura).

2) Quanto sono rispettati (o calpestati) nella società italiana di oggi? Qual è invece la situazione nel resto del mondo?

Il problema in Italia si pone più sul piano delle garanzie del rispetto dei diritti dell’uomo che sul piano di un loro riconoscimento. Inoltre, è rilevante la distinzione tra discriminazioni operate dalle autorità pubbliche e discriminazioni sociali, spesso più subdole perché meno evidenti ma ugualmente importanti. Per avere un quadro d’insieme si può fare riferimento al rapporto del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa in visita in Italia all’inizio dell’anno in corso.
Valgano due esempi: basta leggere le pagine dei quotidiani per comprendere quanto sia urgente risolvere il problema della discriminazione nei confronti degli stranieri extracomunitari, provenienti da paesi non occidentali. Un’altra situazione che mi sta a cuore è quella della donna, la cui situazione, grazie al consolidamento di una sua visione stereotipata, sta peggiorando anno dopo anno nel silenzio di tutti, salvo i casi purtroppo non rari, di violenze fisiche che giungono alle pagine di cronaca nera.

La situazione nel resto del mondo – soprattutto in alcune zone – è ancora più triste e sconfortante: in troppi Paesi vige ancora la pena di morte (in certi Stati anche nei confronti dei minori). Il continente africano è un lago di sangue: qui mancano le condizioni per garantire il rispetto per il diritto alla vita: si prenda la situazione della Guinea Bissau – uno degli stati africani più corrotti, crocevia per il traffico di cocaina in provenienza dall’America Latina e destinato al mercato europeo; oppure le uccisioni massicce di civili che sono perpetrate nella Repubblica Democratica del Congo. In molte realtà purtroppo non sono rispettati neppure i diritti la cui esistenza nessun Paese del mondo metterebbe in discussione, come il divieto del genocidio e il divieto della tortura.

3) Che cosa intende per “cultura dell'integrazione”?

La cultura dell’integrazione di fatto in Italia non esiste ancora: il nostro Stato fino alla caduta del muro di Berlino è stato solo un Paese di emigranti.
La breve esperienza d’immigrazione che abbiamo vissuto nel nostro territorio non è sufficiente per vincere determinati pregiudizi nei confronti dello straniero. Spesso basta un fatto di cronaca a stigmatizzare un’intera popolazione.
Sia chiaro, in Italia non c’è solo lo stereotipo per il quale lo straniero è pericoloso e turba l’ordine sociale ma anche quello opposto: alcuni fatti di violenza sono scaturiti da una maldestra esterofilia; con questo voglio dire che l’ignoranza è super partes: caratterizza sia le fasce conservatrici che quelle progressiste.

4) Secondo Lei la nostra società è caratterizzata da pregiudizi razziali? In caso affermativo, quali sono le strategie da mettere in atto per cercare di neutralizzarli o perlomeno ridurli?

Non si può negare che una parte della nostra società nutra pregiudizi razziali soprattutto in forma di stereotipi che vengono ascritti in modo sistematico a diverse categorie di stranieri, in base alla loro provenienza.
Prendiamo ad esempio il caso della popolazione Rom: per evitare la loro ghettizzazione è importante integrarli nel tessuto sociale italiano, ma come fare?
Le strategie da attuare per cercare di eliminare la stereotipizzazione degli stranieri (e delle loro comunità) può essere ricercata solo nell’uso della mediazione culturale, oltre che intervenendo attraverso il canale dell’istruzione (il diritto all’istruzione è riconosciuto dalle principali codificazioni dei diritti dell’uomo). Solo un approfondimento della propria e altrui identità culturale può aiutare gli italiani e gli stranieri ad avere un confronto sereno.

5) Come definisce la tolleranza? È possibile migliorarla, magari promuovendo la diversità linguistica e culturale?

Tolleranza significa rispetto per la storia, le tradizioni, il sentimento religioso e, in definitiva l’identità culturale di un altro popolo.
Non è sempre un compito facile: si può restare perplessi di fronte alla concezione della donna in certi Paesi perché riduttiva e penalizzante ma sarebbe assurdo che questo portasse a svalutare la cultura e la storia di tutto un popolo; la constatazione di una diversità che può essere di primo acchito sgradita deve porsi piuttosto come punto di partenza per un approfondimento: al fine di conoscere, ad esempio, i meccanismi di compensazione che consentono comunque un certo avanzamento della donna in tali società.
Il rispetto implica anzitutto una volontà di conoscere. E’ necessaria un’apertura alle culture altre. Certo non dev’essere un’apertura indiscriminata a tutto ciò che viene dall’estero senza la consapevolezza della diversità, perché, così attuata, può portare anche a conseguenze drammatiche per talune persone.
Il caso classico è quello in cui una donna europea si sposa con un uomo proveniente da un Paese che ha una visione della donna completamente diversa dalla sua. Spesso, le aspettative dei due coniugi sono molto diverse senza che essi se ne rendano conto al momento del matrimonio. Se durante il matrimonio la donna non tiene un comportamento compatibile con quello prescritto dalla cultura di appartenenza dell’uomo possono nascere problemi di incomprensione culturale, la forza dello stereotipo può tornare a condizionare il pensiero e il comportamento di entrambi e l’esperienza si può concludere con separazioni difficili e violente. Se poi vi sono figli, che sono coloro che più soffrono di questa differenza culturale, si possono verificare casi di sottrazione internazionale di minori, sui quali esiste, purtroppo, una giurisprudenza copiosa ed eloquente.
È dunque indispensabile, per prevenire degli “choc culturali”, intervenire nel campo dell’istruzione e favorire sia la conoscenza delle culture di provenienza degli stranieri che soggiornano in Italia da parte degli italiani, sia la conoscenza della nostra lingua, cultura e società da parte degli stranieri.
In definitiva è indispensabile una mediazione culturale seria, promuovendo la conoscenza linguistica e culturale del paese d’accoglienza e viceversa. Da parte italiana è importante non sottovalutare la diversità culturale, per non incorrere in errori che possono pagarsi molto cari, ma anche riflettere sulla filastrocca di Bertold Brecht: L’uomo ricco e l’uomo povero si guardavano e quello povero disse: “se io non fossi povero tu non saresti ricco”.

Foto di sashamd



COP15 vista da Palermo

Tutti i telegiornali e i giornali in questi giorni parlano di Cop15, il summit sul riscaldamento globale che si terrà a Copenhagen dal 7 al 18 dicembre.

Ma quanto è percepita la sua importanza dai cittadini comuni? Quali sono le aspettative in merito? E quali miglioramenti sono attesi anche per la vita quotidiana?

Avoicomunicare è scesa in strada per porre questa e altre domande ai cittadini. Oggi sentiamo cosa ne pensano i cittadini di Palermo.



COP15 e la partecipazione virtuale

COP15 e la partecipazione virtuale

L'UNFCCC - United Nations Framework Convention on Climate Change - per brevità definito COP15, sarà un grandissimo evento, raggiungibile non solo recandosi fisicamente a Copenhagen in Danimarca, ma anche online attraverso i social networks.

Gli organizzatori hanno infatti organizzato per il popolo della rete una lunga lista di strumenti per garantire a tutti la possibilità di seguire i lavori della conferenza in tempo reale.

Oltre ai canali Youtube Climateconference e Cop15, è stato preparato un account twitter, una fan page su facebook e un gruppo flickr.

Oltre alla copertura dei social networks, è stata realizzata un’applicazione per Iphone, scaricabile tramite Itunes Store; per chi volesse seguire tutti i lavori ci sarà un webcast disponibile dal sito della conferenza.

Anche avoicomunicare si dedicherà con attenzione ai lavori di COP15: stiamo preparandoci per vivere l'atmosfera di Copenhagen e seguire attentamente gli sviluppi e i risultati ottenuti durante i giorni della conferenza.