Cinque nomi per cinque personaggi di seconda generazione che sono famosi in tutto il mondo. Dallo spettacolo alla politica scopriamo le storie di coloro per cui l'essere figli di più culture si è rivelata una marcia in più.
Si parla molto di "seconde generazioni", cioè di tutti quei bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che convivono con la ricchezza e le difficoltà di una doppia identità culturale: quella delle proprie origini e quella del paese in cui vivono. L'Italia è però un paese in cui la storia delle immigrazioni è ancora giovane e tutta da scrivere, al contrario di quei luoghi che sin dall'inizio del '900 accolgono popolazioni ed etnie straniere, come ad esempio gli Stati Uniti. Vediamo, proprio dagli States (e non solo!), cinque personaggi, conosciuti in tutto il mondo, che possono essere considerati a tutti gli effetti di "seconda generazione"!
5 - John Belushi. Genio, comicità e sregolatezza, Belushi è stato uno degli attori comici più conosciuti e amati dal pubblico in patria e nel mondo. Nato e cresciuto a Chicago, Belushi è figlio di Agnes e Adam Belushi, immigrati provenienti da Qyteze, in Albania. John e i suoi fratelli James, Marian e Billy crescono in seno alla comunità del luogo, legata alla Chiesa Ortodossa Albanese di Wheaton. Belushi raggiunge la fama grazie alla partecipazione prima al National Lampoon Inc e poi al Saturday Night Live, ruoli televisivi e radiofonici che lo portano a recitare nel cinema negli indimenticabili Animal House e The Blues Brothers. John Belushi lascia sin troppo presto il palcoscenico della vita, e il 5 marzo del 1982 viene trovato morto a seguito di un overdose nel cottage dove risiedeva in California. Ancora oggi, a 30 anni dalla sua morte, il ragazzo di Chicago, proveniente dall'Albania, viene considerato uno degli attori più capaci e geniali che la storia della comicità abbia conosciuto.

4 - Steve Jobs. Stephen Paul Jobs non è un personaggio che abbia bisogno di presentazioni. Conosciuto in tutto il mondo come uno dei più grandi innovatori del modo di vivere e intendere l'elettronica, il fondatore di Apple può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più brillanti esponenti delle "seconde generazioni" nel mondo. Nonostante abbia vissuto da sempre con i genitori adottivi Paul Reinholdt Jobs e Clara Jobs, Steve è infatti figlio di una cittadina americana e un immigrato siriano, Joanne Schliebe e Abdulfattah John Jandali. A far sì che il giovane venisse dato in adozione furono i genitori della madre che non vedevano di buon occhio la nascita al di fuori del matrimonio di Steve. Jobs non interruppe però i contatti con i due e chissà forse una parte del genio che ha contraddistinto il fondatore di Apple nasce proprio da una così ricca e variegata eredità culturale.

3 - Freddie Mercury. Non sempre è facile accettare le proprie origini, così diverse da quelle degli altri. E' proprio il caso di una delle icone del rock mondiale: Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury, frontman dei Queen. Freddie nasce a Stone Town, la parte vecchia della capitale del protettorato britannico di Zanzibar, in Tanzania, il 5 settembre 1946. E' figlio di Bomi e Jer Bulsara, entrambi di etnia Parsi e provenienti dal Gujarat, stato dell’India occidentale. Farrokh trascorre la sua adolescenza in India, con la nonna e la zia, e poi di nuovo a Zanzibar. Il 1964 è l'anno della fuga dal paese natìo a causa delle rivolte incombenti e dell'arrivo in Inghilterra. Per tutta la sua carriera Freddie Mercury cercherà di tenere lontana la stampa dalla "scoperta" delle proprie origini, sostenendo che fossero "poco compatibili" con la sua immagine. Ciò non toglie che Farrokh Bulsara è stato uno dei più grandi interpreti della storia della musica mondiale.

2 - Madonna. Ammettiamo di avere un po' imbrogliato, qui, perchè nel caso di Madonna Louise Veronica Ciccone parliamo di una sorta di "terza generazione". Madonna è figlia di Silvio Ciccone, a sua volta figlio di emigrati italiani, provenienti dal paese abruzzese di Pacentro, in provincia de L'Aquila. Per la sua carriera come cantante e protagonista a tutto tondo del mondo dello spettacolo non c'è bisogno di dire nulla, mentre vale la pena ricordare le origini italiane di Madonna, così come quelle di tantissimi personaggi dello spettacolo e della vita mondana di tutto il mondo: noi italiani siamo, da sempre un mondo di migranti e di "seconde generazioni". La storia del paese è infatti costellata da ingressi, influenze di altre culture e viaggi intrapresi dagli italiani per scoprire nuovi mondi e poter vivere in maniera dignitosa. Insomma, se siamo un popolo così ricco almeno un po' forse lo dobbiamo alla voglia e alla necessità di allontanarci da nostro paese e portarci dietro la nostra cultura, esattamente come ogni giorno fanno migliaia di persone che dal mondo vengono in Italia!

1 - Barack Obama. Come chiudere questo nostro piccolo excursus se non con uno degli uomini più potenti del mondo? Barack Obama, 44° Presidente Eletto degli Stati Uniti d'America è a tutti gli effetti un rappresentante delle seconde generazioni. Barack nasce a Honolulu, Hawaii, da madre del Kansas e padre keniota di etnia Luo. Dal padre, che vedrà una sola volta dopo il divorzio dei genitori, Obama riceve un patrimonio culturale e identitario non semplice da gestire e far proprio, che lo porterà negli anni dell'adolescenza a doversi porre difficili domande sul proprio senso di appartenenza e le proprie origini, questioni fondamentali della vita umana che lo spingeranno con il passare del tempo verso la politica e l'attivismo, prima nel campo delle questioni razziali e poi, in un percorso ancora non concluso, alla politica a 360°. Il viaggio e l'esempio di Barack Obama è fondamentale anche perchè rispecchia, in molti modi, quello percorso da tanti giovani di seconda generazione in tutto il mondo, compresa l'Italia. La politica, l'associazionismo, la voglia di mettersi in discussione, di lavorare concretamente per il paese e per chi si trova nelle proprie stesse condizioni di vita in due "mondi" diversi è infatti un tratto comune per tanti ragazzi di "seconda generazione" su tutto il territorio italiano.
E allora la domanda che nasce spontanea è proprio questa: negli Stati Uniti l'attuale presidente è figlio di un cittadino non statunitense; quanto tempo ci vorrà prima che lo stesso succeda anche da noi?

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Il 15 gennaio nasceva ad Atlanta Michael King, conosciuto come Martin Luther King, storico leader pacifista che ha scritto la storia dei diritti civili attraverso la protesta non violenta. Dal 1983 gli Stati Uniti festeggiano la ricorrenza della nascita dell'uomo e le sue idee attraverso il Martin Luther King Day.
"Ho un sogno": chi non riconosce in queste parole l'incipit di uno dei più famosi discorsi della storia dell'umanità? A pronunciarle fu Martin Luther King, un uomo la cui caratura e importanza è pari nella storia dell'uomo a quella di grandi come il Mahatma Gandhi e Nelson Mandela. Il terzo lunedì di gennaio gli Stati Uniti si fermano per ricordare il Reverendo e la sua opera e per riflettere su quello che egli definiva il "vero significato del suo credo": "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali", parole che aprono la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti.
L'istituzione di un giorno dedicato all'attivista fu proposta per la prima volta da John Conveys, membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, attraverso un disegno di legge che però non raggiunse, nel 1979, il numero di voti necessario per l'approvazione. In dubbio non era la levatura storica e politica di Martin Luther King, ma la liceità di dedicare una giornata di festa a un civile, avvenimento che non era mai capitato nella storia del paese, che allora festeggiava solo altri due personaggi: George Washington e Cristoforo Colombo.
A insistere per l'approvazione della proposta furono nel 1980 proprio i cittadini statunitensi, chiamati in causa dal King Center e appoggiati persino dal musicista Stevie Wonder che pubblicò il singolo "Happy Birthday" apposta per l'occasione. Nel 1981 viene presentata quella che verrà definita la "più grande petizione a favore di una proposta nella storia degli Stati Uniti", con più di sei milioni di firme a sostegno dell'istituzione del Martin Luther King Day.
Il 2 novembre del 1983 il Presidente Ronald Reagan firmò, non senza riserve, l'approvazione della legge, che però solo nel 1993, dieci anni dopo, verrà riconosciuta e adottata da tutti gli stati confederati.
Anche quest'anno nelle celebrazioni è stato in prima linea il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che spesso ha ammesso di dovere moltissimo alla figura del Reverendo King. Come ormai è tradizione il Presidente ha visitato nella mattina una scuola a Washington, ribadendo, nel suo discorso per l'occasione l'importanza fondamentale dell'aiuto e del servizio nei confronti della comunità e dei propri vicini: "Non c'è modo migliore per celebrare King che servire la comunità - ha detto il presidente parlando agli studenti - Non c'è nessuno che non possa prestare servizio, nessuno che non possa aiutare qualcun'altro".
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A un certo punto in piazza Tahrir erano circa due milioni, tutti a reclamare la fine del regime di Hosni Mubarak. L’esercito è rimasto a presidiare la manifestazione annunciata, ma aveva già dichiarato che non avrebbe partecipato con atti di repressione. E il popolo egiziano, che da giorni è per strada a chiedere un cambiamento al vertice di governo, alla fine ce l’ha fatta. Sarà forse per l’intervento diretto di Obama, che ha chiesto al presidente egiziano di evitare una sua candidatura alle prossime elezioni, o per le pressioni provenienti da una delle manifestazioni più importanti e trasversali mai avvenute nell’Egitto contemporaneo, ma Mubarak alla fine ha promesso che questo sarà il suo ultimo mandato.
“Un cambiamento non può che far bene. Ma ricordiamoci che l’Egitto di Mubarak non può essere sbrigativamente liquidato come una dittatura, semmai si potrebbe parlare di una 'democrazia autoritaria'.” La pensa così Sherif El Sebaie, egiziano che vive a Torino e che da sempre si occupa di politiche di integrazione, titolare del blog Salamelik. “Le critiche contro Mubarak sono tutte valide, e il fatto che il popolo intero, dagli intellettuali ai ceti popolari, sia sceso in piazza, è il segno che si tratta di istanze comuni che non possono che volere il bene del paese. Bisogna dire, che se si è arrivati a queste manifestazioni è anche perché l’opposizione ha avuto libertà di espressione e di dire la sua contro il governo attuale, in modo da creare una forte opinione pubblica che è la stessa che oggi dice la sua contro il governo.”
Quello che è successo è sicuramente frutto dell’esempio della vicina Tunisia, dove il movimento popolare ha mandato a casa il governo in carica di Ben Ali. “Ma anche di una situazione economica globale che ha fatto sentire le sue conseguenze in Egitto. Bisogna però tenere in conto che i problemi economici del paese sono di natura strutturale e che sono stati aggravati da una distribuzione inequa della ricchezza”, spiega El Sebaie, preoccupato che l’aver ottenuto la rinuncia a una ricandidatura di Mubarak non risolva affatto la situazione: “Chiunque verrà dopo Hosni Mubarak dovrà fare i conti con una situazione economica molto pesante, aggravata da quello che è successo negli ultimi giorni. Per molti investitori stranieri l’Egitto adesso è un paese instabile. Senza contare le perdite dovute al crollo della borsa e al fatto che il turismo, per qualche tempo, non sceglierà il nostro paese come meta.” A parte la presa di posizione di Obama e una più tiepida reazione dell’UE a cui si è pavidamente accodata anche l’Italia, a livello internazionale si è guardato alla rivoluzione egiziana con poca comprensione del fenomeno. Mentre i paesi vicini, come il nostro, avrebbero dovuto forse prestare più attenzione a quello che stava succedendo. Non foss’altro per le conseguenze. Già dopo quello che è successo in Tunisia in soli tre giorni sono arrivati 118 sbarchi a Lampedusa, quasi tutti provenienti dalle coste tunisine. Se la situazione si manterrà politicamente ed economicamente instabile (il tam tam su facebook parla di una possibile rivolta anche in Siria, con i giovani di Damasco pronti a mobilitarsi), il numero di arrivi non potrà che aumentare.
Si può dire che piuttosto che permettere ad altri di esportare la democrazia all’interno dei loro confini, molti paesi arabi stiano decidendo di fare da soli, grazie anche alla forza delle nuove generazioni e ai social network che li mettono in contattocon il resto del mondo. I movimenti sono ancora troppo giovani per poter capire quanto realmente riusciranno a incidere in un cambiamento vero e proprio, ma è certo che qualcosa di grosso sta succedendo proprio sulle coste di fronte a noi.
“Qualcosa che potrebbe cambiare l’equilibrio geopolitico di una delle regioni più “calde” del mondo, soprattutto se pensiamo al peso diplomatico che ha avuto finora l’Egitto nella gestione della situazione che c’è tra Palestina e Israele.” E lo stesso ruolo degli Stati Uniti, che aveva ovviamente rapporti di lunga data sia con Mubarak che con Ben Ali, andrà a cambiare. Nel frattempo molti degli egiziani che vivono in Italia (e sono tanti, quasi tutti gestori di ristoranti e pizzerie) osservano la situazione con preoccupazione ma non senza speranza. “Dopotutto gli egiziani hanno sempre dimostrato di avere a cuore il benessere comune”, conclude El Sebaie. “Siamo un popolo maturo, con una lunga tradizione di multipartitismo e di convivenza tra più religioni. Sperando che la rivoluzione non venga strumentalizzata, credo che potrebbe essere un’occasione unica per conquistare pace e stabilità solide. Affinché gli ideali nobili non rimangano solo ideali.”
Foto di Karim Rezk
Se la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”. E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”. Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone. Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia. Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.
Foto ufficiali della White House

È arrivato il giorno conclusivo di Cop15, la conferenza mondiale sul clima ONU organizzata a Copenhagen, e sono ancora moltissimi i dubbi circa la possibilità di arrivare ad un accordo finale che possa portare davvero dei risultati concreti.
Ieri infatti è stata una giornata molto complicata dal punto di vista delle trattative, i negoziati erano giunti a un punto molto critico a causa delle rigidità di USA e Cina, i due maggiori produttori mondiali di gas serra. Gli USA avevano proposto la riduzione del 17% delle emissioni inquinanti entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005, il che vuol dire un taglio del 3% rispetto al livello emesso nel 1990, l'anno di riferimento del protocollo di Kyoto.
Non stupisce quindi la reazione del cancelliere tedesco, Angela Merkel "Onestamente, devo dire che l'offerta americana di ridurre le emissioni del 3% rispetto ai livelli del 1990 non è certamente ambiziosa".
Una boccata d'ossigeno e di speranza è giunta dal Segretario di Stato Hillary Clinton che ha comunicato alle Nazioni Unite la volontà da parte degli USA di contribuire, insieme ad altri partner internazionali, al fondo di 100 miliardi di dollari a favore dei Paesi più poveri per contrastare il riscaldamento climatico.
La notte è stata frenetica, moltissime le consultazioni e le trattative che hanno generato una bozza d'accordo che oggi sarà sottoposta all'esame dei grandi del mondo: due i punti salienti:
In questo contesto il presidente USA Barack Obama è in arrivo nella capitale danese, e i leader mondiali (e anche il popolo della rete) sperano che il neo premio Nobel possa fare qualcosa di più rispetto a quanto finora promesso per convincere Cina e India a impegnarsi sui tagli.
Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e conduttore de La Gaia Scienza su La7 ci parla in quest'intervista dello stato di salute del pianeta in un momento molto delicato, durante i negoziati della conferenza mondiale sul clima Onu di Copenhagen.
Secondo il giornalista lo stato in cui versa la Terra è grave; le sue parole descrivono molto chiaramente la crisi ecologica in corso: l'emergenza climatica che colpisce tutti è in larga parte causata dai comportamenti errati dell'uomo, a partire dall'utilizzo di combustibili fossili.
Emergenza climatica e background energetico sono strettamente collegate e sono in larga misura frutto delle decisioni delle nazioni economicamente più potenti ed energivore, USA in testa – che tuttavia con Obama sembra possano aver cambiato la loro linea - ma anche Cina e gli altri Paesi in via di sviluppo che sono adesso riuniti per Cop15.
L'opinione del geologo è che la congiuntura attuale sia teoricamente favorevole e forse stavolta si potrebbero ottenere degli accordi più vincolanti per risolvere i problemi del nostro pianeta; problemi che secondo Tozzi non possono però essere risolti con l'ausilio delle centrali atomiche e dell'energia proveniente dal nucleare.

I Paesi intervenuti al Cop15 sembrano studiarsi a vicenda: ognuno cerca di capire le intenzioni altrui prima di esprimersi con cifre precise; alcuni chiedono un impegno maggiore, altri non vogliono raggiungere i livelli minimi.
Le ricerche scientifiche hanno concluso che per evitare un ulteriore surriscaldamento climatico i Paesi dovrebbero ridurre le emissioni nocive del 40% entro il 2050 (rispetto ai dati del 1990), ma pochi hanno già palesato la loro volontà di raggiungere l'obiettivo.
Prima dell'apertura del Congresso la Cina aveva annunciato di mirare a ottimi obiettivi ma dopo aver assistito alla reticenza di alcuni Paesi, soprattutto europei, ha tentennato e ha posto condizioni al proprio impegno: manterrà i propositi solo se anche gli altri Paesi si impegneranno considerevolmente.
Xie Zhenhua, capo negoziatore della delegazione cinese, auspica che l'intervento di Obama e degli Stati Uniti sia positivo e di sprone per tutti gli altri: Cina e America producono il 40% delle emissioni inquinanti mondiali, quindi il loro contributo è essenziale.
Obama deve anche ascoltare le proteste che giungono proprio dal proprio Paese: i repubblicani, guidati dall'ex governatrice dell'Alaska Sarah Palin, chiedono al loro presidente di boicottare il Cop15 e di pensare in primis alla crisi che mette a dura prova gli americani.
Barack Obama è sicuramente il più atteso al Cop15 e le sue parole giocheranno un ruolo fondamentale nelle difficili trattative tra i Paesi. Dopo i primi giorni molto difficili in tanti sperano nel suo intervento risolutore.