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Petrini: "Il paradosso dell'Africa che muore perché butta troppo cibo"



Lo spreco di cibo non è solo in Occidente. Cause diverse ma stessi risultati per un fenomeno che sta mettendo in ginocchio molte economie africane. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, parla della crescente "tossicodipendenza" dell'Africa dal cibo importato.



E' giusto vietare il velo?

veloDue delle discussioni più accalorate degli ultimi mesi sulla nostra pagina di Facebook sono state intorno al velo islamico e all’opportunità o meno del suo divieto nei paesi occidentali (qui un esempio). È un dato curioso che un po’ ci ha sorpreso. In fondo, sono proprio poche le donne che in Italia indossano il velo integrale, quello che copre anche il volto; è raro, rarissimo, vedere in giro per Roma o Milano una signora che indossa il burqa, il velo celeste tipico dell’Afghanistan e che abbiamo imparato a conoscere da qualche anno.

Sull’onda di una multa comminata a una signora velata a Novara oppure dell’approvazione in Belgio e Francia di una legge restrittiva, si riaccende la discussione. Come se fosse un nervo che tutti sentiamo scoperto e come se fosse un tema sul quali ci sentiamo tutti di avere una posizione, un’opinione da difendere. Che può avere le sue ragioni nel senso di giustizia nei confronti di una donna che si giudica oppressa oppure per la paura che può incuterci una persona della quale non si vede il volto o ancora per l’idea che sotto un burqa possa nascondersi un terrorista.

E allora ci si divide. Favorevoli o contrari al divieto che due civilissimi paesi europei hanno imposto di indossare il velo nei luoghi pubblici? A Parigi si approvano multe, addirittura corsi di qualche mese per rivelare alle velate il vero senso del velo che indossano e indurle a toglierselo.

Quel che forse non ricordano – o non ricordano abbastanza – coloro che gridano allo scandalo per i “sarcofagi” oppure per le “prigioni ambulanti” è che non esiste il Velo con la “v” maiuscola. Non solo perché di veli ne esistono di molti tipi, ma anche perché lo stesso pezzo di stoffa può voler dire molte cose diverse per altrettante donne.
La pratica di indossare il velo si estende per migliaia e migliaia di chilometri da ovest a est, tutti quelli nei quali la religione islamica ha rilevanza. E ciò significa dal Marocco sulla via della modernizzazione all’Indonesia tigre asiatica, dalla Turchia laica di Ataturk alle sconfinate pianure della Cina passando per la più grande democrazia al mondo, l’India, nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani.
Di veli ce ne sono molti a seconda delle latitudini (niqab, burqa, hijab, chador ecc.) e molte sono le ragioni per le quali le donne li indossano. È semplicistico e sciocco affermare che sia solo simbolo della sottomissione femminile oppure esclusivamente simbolo religioso. È in alcuni casi certamente questo, altre volte altro, e dipende dai singoli individui, da ragioni a volte anche imperscrutabili, fatte di vincoli culturali, psicologici o chissà cos'altro. Capita che anche nello stesso paese il velo significa per alcune donne una moda e per altre un'abitudine, per altre ancora sottomissione oppure affermazione di un'identità contro l’invasione culturale dell'Occidente. Ripetiamolo, pensare che esista un solo velo e un solo modo di indossarlo è una semplificazione che non aiuta a comprendere quel che capita.

Uno degli argomenti utilizzati a favore del divieto è quello di aiutare l’emancipazione delle donne musulmane dal dominio dei maschi. Uno Stato laico, si sente dire spesso, deve tutelare la donna da una forma di oppressione simbolica e fisica. Ma veramente questa è la strada per raggiungere l’obiettivo? Malgrado ognuno di noi possa esprimere riprovazione per quella pratica, chiediamoci: lo Stato può operare una discriminazione tra i suoi cittadini, per esempio, a partire da uno standard dell’abbigliamento? Al di là delle buone intenzioni, nella motivazione libertaria sembra risuonare la tragica formula “esportare la democrazia” con tutti i danni che ha prodotto. Le scelte autonome di qualcuno sono come la maturità di un ragazzino, non possono essere imposte, sono un percorso che può essere aiutato e incoraggiato e per il quale bisogna sapere attendere.

Foto di See Wah



Anna Momigliano e i preconcetti su Israele

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Qualche mese fa ero in metropolitana, qui a Milano: accompagnavo un mio amico, un giovane designer israeliano, al Salone del Mobile, insieme a una sua collaboratrice giapponese. Per rispetto della collega giapponese, parlavamo in inglese anziché in ebraico. Ad alta voce.

Il mio amico si lamentava, non avrebbe voluto prendere il metrò e proprio non gli andava giù di non avere trovato un taxi che di portasse dal centro città fino alla Fiera: è mai possibile che non ci sia un taxi libero per un evento così importante? Io gli rispondevo che bisogna avere pazienza, che l'organizzazione non è propriamente il punto forte di noi italiani, che a Milano ci sono pochi taxi e che al Salone del Mobile è venuta molta più gente del previsto.
A questo punto un signore un po' attempato e ben vestito, dall'aria apparentemente innocua, si fa avanti... e comincia a urlarmi addosso. Sbraita che aveva riconosciuto l'accento fortemente israeliano del mio interlocutore, e che non avevo il diritto di parlare male della mia città davanti a un israeliano: “L'Italia è amica di Israele, ed è tutto quello che c'è da capire”. Segue una tirata sul terrorismo palestinese, sul disfattismo dei giovani d'oggi, la politica estera dell'Unione europea, e le mezze stagioni che non esistono più... il tutto, urlando.
Il mio amico scoppia a ridere: “Mi sembra quasi di essere su un autobus di Tel Aviv!”, dice (stavolta in ebraico, per non farsi capire dal tizio surriscaldato). “Non solo voi italiani siete disorganizzati come noi israeliani, ma avete anche lo stesso vizio di litigare sempre per qualsiasi cosa. La gente fa una questione politica di tutto!”.

E infatti, non so a voi, ma a me il nesso tra il funzionamento dei taxi di Milano e la politica in Medio Oriente sfuggiva completamente. Continua a sfuggirmi ancora adesso.
Anzi, ogni tanto penso che davvero sia questo il problema: ormai molte persone hanno preso la brutta abitudine di fare di tutto una questione politica. Nel senso negativo del termine.
Chissà perché, poi, quando si parla di Israele, anche la più piccola cosa diventa il pretesto per uno scontro ideologico. Molti amano definirsi, per partito preso, pro o contro Israele e bollare tutti gli altri di conseguenza, spesso in modo del tutto arbitrario.
Il brutto è che ormai a ben pochi interessa conoscere gli israeliani come persone, al di là della bandiera che rappresentano e delle ideologie che sono associate ad essa.
Mi è capitato tante volte di trovarmi imbarcata in vere e proprie conversazioni dell'assurdo, con sconosciuti o semi-sconosciuti, per il solo fatto di essere in compagnia di un israeliano o di essere presentata come qualcuno che ha vissuto in Israele.

Tornando all'aneddoto raccontato sopra, credo che il mio adirato compagno di vagone volesse andare a parare più o meno così: “Ti lamenti dell'efficienza dei trasporti pubblici? Allora sei anti-israeliano”. (Peccato che in Israele lo sport nazionale sia proprio lamentarsi degli autobus che non arrivano mai...). Altre volte mi è capitato di scatenare discussioni politiche di ore e ore, che non portavano mai a niente, per un commento innocuo come: “Buono questo tè. Starebbe proprio bene preparato alla maniera israeliana, con le foglie di menta” (in genere seguono domande a raffica di cosa ne penso di questa o quella guerra, “non ti vergogni di avere a che fare con Israele”?).

Da un lato sono lusingata dall'interesse del pubblico italiano sulle vicende israeliane. Ma non sopporto come spesso questo interesse venga utilizzato come un pretesto per litigare a qualsiasi costo. Credo sia un gran bel peccato, perché adesso più che mai ci sarebbe bisogno di un dialogo vero, aperto e senza preconcetti.

Anna Momigliano

Foto di Tommaso Ravaglioli



Un incontro con la storia

Per concludere l'intenso dibattito che ha preso le mosse dalla pubblicazione del discorso di Gandhi e ha animato questo blog negli ultimi mesi, sentivamo la necessità di offrirvi un altro incontro con la Storia. E la scelta non poteva che ricadere su Mikail Gorbaciov.
L'ultimo segretario del partito comunista sovietico che ha avuto il coraggio di aprire il paese alla democrazia, combattendo per la trasparenza delle istituzioni e la libertà dei cittadini.  Lo statista che, per primo, ha proposto alla Russia e alla Comunità Internazionale "un nuovo modo di pensare il mondo", per promuovere con i fatti il dialogo tra Oriente e Occidente. Il premio Nobel per la pace che ha posto fine alla guerra fredda e favorito il disarmo nucleare. L'uomo che, con Gandhi, crede in un "mondo unico" e ha ancora molto da dire sul futuro delle nazioni, del dialogo e della politica.
Lo abbiamo incontrato a Barcellona, per porgli le vostre domande.



Equilibri economici

Gandhi si rivolgeva ai deboli, ai poveri e agli oppressi d’Africa e Oriente per esortarli a liberarsi dal dominio coloniale occidentale.

Ma siamo proprio sicuri che, nell’epoca globale, si possa ancora parlare di dominio dell'Occidente a scapito dell'Oriente?

La produzione industriale cinese ha superato quella americana.
L’India sta per entrare nel G8.
La Russia manifesta intenzioni neocoloniali.
I paesi arabi continuano a far lievitare il prezzo del petrolio.
I fondi sovrani di molti paesi "dell'Oriente" hanno importantissime partecipazioni azionarie nelle più potenti multinazionali dell' "Occidente".



Lun, 08/09/2008 - 04:34 | Scritto da: avoicomunicare | | Link permanente | Tags:

Oriente e Occidente, luci e ombre

Gandhi parlava di una superiorità del messaggio d’amore orientale sull’approccio occidentale che ha portato alla “polvere da sparo, alla bomba atomica”.

Ma l’Occidente ha “inventato” anche i diritti umani e la democrazia, per non parlare della solidarietà praticata ogni giorno da volontari e missionari senza frontiere.

Viceversa in Oriente si è ancora in presenza di dittature che puntano allo sviluppo economico, senza migliorare le condizioni di diritto e le libertà dei loro popoli.
Tutte e due  le culture hanno generato i loro eroi e tutte e due hanno le loro contraddizioni.