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I numeri della fame nel mondo

195 milioni di bambini denutriti in età compresa tra zero e cinque anni (uno su tre nel mondo in via di sviluppo), 120 milioni sono i bimbi sottopeso e, di questi, uno su dieci soffre di gravi problemi di malnutrizione.

Pochi giorni prima della giornata mondiale delll'Alimentazione (16 ottobre) esce l’Indice Globale della Fame 2010 (GHI), secondo cui è la malnutrizione tra i bambini una delle sfide cruciali da affrontare per ridurre la fame, non solo perché  può causare danni permanenti alla salute, ma anche per le sue conseguenze sulla produttività e sulle potenzialità economiche.  Realizzato  dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IFPRI) e pubblicato in Italia in collaborazione con Link 2007, il documento rappresenta un'istantanea della situazione in  122 paesi in via di sviluppo e in transizione dei quali sono disponibili i dati sulle tre componenti della fame che servono per calcolare l'indice: la percentuale di persone malnutrite, la percentuale di bambini sottopeso in età compresa tra 0 e 5 anni e il tasso di mortalità infantile.

“Se vogliamo incidere davvero sul problema della fame nel mondo dobbiamo occuparci molto di più dei bambini, in particolare i più piccoli tra zero e due anni”, spiega Stefano Piziali che è il curatore, con Vera Melgari, della edizione italiana del rapporto e policy advisor di Cesvi.
Nei primi due anni di vita, infatti, si concentrano le opportunità migliori per invertire la spirale negativa della fame, perché è in questa età che i bambini devono assumere quei micronutrienti che, superati i due anni, consentono loro di crescere in modo più sano, più protetti da malattie e quindi maggiormente in grado di andare a scuola e lavorare quando saranno più grandi. “Questi micronutrienti sono che cose che per noi possono sembrare banali come vitamina A, sale iodato, zinco contro la diarrea, ma per sono la chiave – spiega ancora Peziali – per innescare un circolo virtuoso che  il ciclo negativo della fame continua a perpetuare”.

Il bersaglio su cui punta la sua attenzione l’Indice Globale della Fame 2010 è la finestra di opportunità che si apre dal momento del concepimento di un nuovo nato fino a ai 24 mesi. La cura della malnutrizione  infantile inizia dalla salute della madre e da qui, conclude Peziali, nasce un messaggio positivo: “L'obiettivo su cui lavorare è molto preciso e questo aiuta a indirizzare le iniziative degli attori pubblici che, invece di investire risorse a pioggia su ambiti diversi, possono indirizzare i propri sforzi su ambiti specifici e circoscrivibili, e così si possono ottimizzare i risultati”.
E' possibile scaricare integralmente l'indice Globale della Fame in pdf.

La foto è di Wonderlane



Cosa rimane dopo COP15?

La blogger Antonella Napolitano ha trascorso per noi alcuni giorni a Copenhagen, raccontandoci la Conferenza ONU sul clima giorno per giorno, partecipando alle manifestazioni e agli eventi collaterali e raccogliendo le opinioni della gente presente nella capitale danese. Ora, terminata COP15 e tornata a casa, Antonella ci descrive la sua esperienza e perché questo grande summit ha in larga parte fallito.

La speranza non è cieca, e a Copenaghen in questi giorni non lo è mai stata: certo, potrebbe essere stata una serie di coincidenze, ma parlando con le persone, per strada o nei luoghi di incontro, col passare dei giorni ho notato pareri progressivamente meno fiduciosi, più pessimisti.
All’inizio di COP15 i punti chiave su cui lavorare erano abbastanza delineati, già a una lettura leggermente più attenta dei quotidiani: l’individuazione delle quote di riduzione delle emissioni e la definizione di validi meccanismi di controllo e governante; le forze in gioco, l’importanza del coinvolgimento consapevole dei Paesi emergenti (primi tra tutti India e Cina) e il loro contributo cruciale in termini di peso e di prospettiva.
Un accordo ambizioso e all’altezza delle necessità è mancato, ma, soprattutto, il grosso fallimento sembra stare nell’assenza di un trattato vincolante: era una delle richieste fatte a gran voce dalle ONG, ma, nonostante le rassicurazioni di Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, trovare un modo per renderlo tale non sembra semplice. Inoltre, nei giorni successivi al summit c’è stato un susseguirsi di accuse tra Paesi e anche nell’opinione pubblica nazionale degli stati più importanti, dagli Stati Uniti (dove molto controverso è stato l’apporto del presidente Obama) a Francia e Germania, fino alla stessa Danimarca che ha ospitato COP15, forse il Paese davvero più avanzato in questo campo.

Ma forse il punto è proprio questo, sostengono alcuni: non si può più pensare di risolvere problemi globali come questi senza coinvolgere soggetti altri dai governi e dalle organizzazioni sovranazionali: l’importanza dei cittadini, delle ONG, delle aziende, dei governi locali va enfatizzata, e il loro contributo integrato nel processo decisionale. “Tra qualche anno i libri di storia ci mostreranno che Copenhagen è fallita perché è stato l’ultimo tentativo di risolvere le sfide del ventunesimo secolo con gli strumenti del ventesimo secolo” conclude Simon Zadek, docente universitario che si occupa di governance e sostenibilità attraverso l’associazione Accountability21.
 
Anche questo cambiamento di paradigma decisionale, però, è responsabilità di chi governa.
Il cambiamento di prospettiva l'ho visto già all'inizio, la prima sera, quando Trine mi diceva che il cambiamento, la direzione devono arrivare dall'alto, dalla politica. In quel momento, arrivata a Copenaghen da poche ore, mi è sembrato curioso sentir dire a una volontaria che il cambiamento deve arrivare dall’alto. Ne sono rimasta stupita: in fin dei conti c’era stato un gran parlare della presenza di voci indipendenti, di iniziative di gruppi di persone, di approfondimenti a tutto tondo. E il mio viaggio non mi ha certo deluso: dagli attivisti ai cittadini danesi, dalla gente arrivata da tutto il mondo ai dipendenti del Comune di Copenaghen, tutti mi hanno dato voci alternative o prospettive di contributi “in piccolo”, ma rilevanti, spesso esemplari, ricchi di innovazione.
Ma quanto di tutto questo è arrivato al Bella Center? Quanti di questi apporti sono stati davvero presi in considerazione nella miriade di incontri, in un così ampio e complicato contesto?
In un contesto in cui proprio le iniziative indipendenti e le voci non ufficiali sono state parte integrante (e, probabilmente, la più interessante), in una società in cui i cittadini sempre più spesso sentono di avere voce in capitolo e possono rendere conto di determinate esigenze, è necessario un cambio di marcia: forse è questa la principale lezione della conferenza di Copenaghen.
Condurre questi incontri “con le migliori intenzioni dei Paesi partecipanti” (questo sembrava il leitmotiv all’inizio del summit) non basta più, se si vogliono raggiungere soluzioni condivise e strategiche.
Non basterà più, se davvero si tiene alla salvaguardia e allo sviluppo futuro del nostro pianeta.

Cosa rimane dopo COP15



Video intervista a Flora Ijjas - Climate Sustainability Platform

Vi proponiamo questa video intervista realizzata dalla nostra inviata da Copenhagen durante il Klimaforum 09 ad un'attivista ungherese: Flora Ijjas, del Climate Sustainability Platform.

Oltre a parlare delle attività dell'associazione di cui fa parte, ha condiviso con noi le sue opinioni sull'andamento della conferenza di Copenhagen.

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Klimaforum - il raduno delle ONG

Klimaforum è un evento imponente organizzato dalle ONG presenti a Copenaghen: quasi duecento tra conferenze, interventi, workshop e dibattiti si stanno svolgendo al DGI-byen, un grande complesso sportivo che ospita centinaia di persone da tutto il mondo.
L’atmosfera è rilassata, tra mostre e stand, bar con cibo rigorosamente biologico, persone che chiacchierano sedute a terra o mentre guardano una delle tante mostre fotografiche presenti. Nonostante la quantità di gente non c’è rumore né confusione – il clima di queste iniziative dal basso continua a stupirmi.

Dopo averli incontrati alla manifestazione mentre spingevano un carro che rappresentava un mondo all’interno di una serra, decido di partecipare al workshop dell’associazione Campaign against Climate Change. L’obiettivo dell’organizzazione è di fare pressione sui governanti perché capiscano che si tratta di un’emergenza che richiede misure d’urgenza, quello del workshop è di discutere come una simile campagna si possa esportare dal Regno Unito (l’associazione è inglese) ad altre nazioni, su cosa fare leva e in quale modo.

Nella prima parte del seminario Phil Thornhill, coordinatore dell’associazione, spiega la loro visione, in relazione alle informazioni sullo stato del problema e sulle misure prese fino ad ora per contrastarlo. Le politiche internazionali e quelle nazionali di molti Paesi, spiega, sono basate sui report di IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): “Questo organismo è il punto di incontro di molti scienziati e lavora con onestà intellettuale, ma non è forte come dovrebbe essere. Inoltre, stabilire consenso tra esperti comporta tempo (e studio) e questo rallenta il processo di divulgazione dei risultati delle ricerche: gli ultimi dati sistematici forniti dall’IPCC risalgono al 2007”.

La situazione climatica invece si sta evolvendo molto in fretta, ben oltre i dati a disposizione dei politici che stanno negoziando un accordo, e in modo tanto grave da richiedere soluzioni di emergenza: quasi come in tempo di guerra, si dovrebbe pensare a soluzioni condivise e “scomode” a cui tutti dovrebbero uniformarsi.
E i cinque punti della campagna sono certamente destinati a far discutere:

  • Riduzione del 10% di emissioni entro il 2010
  • Creazione di un milione di posti di lavoro “verdi” (legati all’ambiente e alla green economy) entro il 2010
  • Eliminazione dei voli domestici
  • Limite di velocità a 55 miglia all’ora (circa 90 chilometri)
  • Eliminazione degli agrocarburanti

Il passo successivo è fare pressione sul governo perché si prenda carico delle sfide che questa situazione comporta: l’associazione è in contatto con un parlamentare che ha apprezzato le proposte, inserendole in una mozione, firmata al momento da 45 altri parlamentari. Probabilmente questo non diventerà un disegno di legge ma è “un seme piantato” e un modo per far arrivare certe idee nei luoghi dove si prendono decisioni.
 
Come portare un messaggio del genere in altre nazioni e adattarle al contesto politico? Questa domanda è al centro della seconda parte del workshop, quando i partecipanti si dividono in gruppi e parlano delle situazioni nazionali, confrontando contesti e possibilità di azione. Le soluzioni variano da imporre ulteriori tasse sul carbone a fare pressione sulle compagnie di assicurazione, nella convinzione abbastanza generalizzata che una regolamentazione non porterà comunque lontano.
Ovviamente il tempo è troppo poco e le situazioni troppo diverse per tirare le somme, ma il confronto tra diverse situazioni e sistemi politici è stimolante.
La domanda finale me la pone Phil Thornhill: “Se si dovesse fare una campagna in Italia su uno di quei cinque punti, quale avrebbe più impatto?”.
Gli spiego, punto per punto, perché alcuni di questi argomenti verrebbero difficilmente capiti e quasi sicuramente considerati impopolari. “Appunto” sorride lui.
 
E voi? Cosa scegliereste per una “campagna impopolare” ambientalista?

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