
Qualche mese fa ero in metropolitana, qui a Milano: accompagnavo un mio amico, un giovane designer israeliano, al Salone del Mobile, insieme a una sua collaboratrice giapponese. Per rispetto della collega giapponese, parlavamo in inglese anziché in ebraico. Ad alta voce.
Il mio amico si lamentava, non avrebbe voluto prendere il metrò e proprio non gli andava giù di non avere trovato un taxi che di portasse dal centro città fino alla Fiera: è mai possibile che non ci sia un taxi libero per un evento così importante? Io gli rispondevo che bisogna avere pazienza, che l'organizzazione non è propriamente il punto forte di noi italiani, che a Milano ci sono pochi taxi e che al Salone del Mobile è venuta molta più gente del previsto.
A questo punto un signore un po' attempato e ben vestito, dall'aria apparentemente innocua, si fa avanti... e comincia a urlarmi addosso. Sbraita che aveva riconosciuto l'accento fortemente israeliano del mio interlocutore, e che non avevo il diritto di parlare male della mia città davanti a un israeliano: “L'Italia è amica di Israele, ed è tutto quello che c'è da capire”. Segue una tirata sul terrorismo palestinese, sul disfattismo dei giovani d'oggi, la politica estera dell'Unione europea, e le mezze stagioni che non esistono più... il tutto, urlando.
Il mio amico scoppia a ridere: “Mi sembra quasi di essere su un autobus di Tel Aviv!”, dice (stavolta in ebraico, per non farsi capire dal tizio surriscaldato). “Non solo voi italiani siete disorganizzati come noi israeliani, ma avete anche lo stesso vizio di litigare sempre per qualsiasi cosa. La gente fa una questione politica di tutto!”.
E infatti, non so a voi, ma a me il nesso tra il funzionamento dei taxi di Milano e la politica in Medio Oriente sfuggiva completamente. Continua a sfuggirmi ancora adesso.
Anzi, ogni tanto penso che davvero sia questo il problema: ormai molte persone hanno preso la brutta abitudine di fare di tutto una questione politica. Nel senso negativo del termine.
Chissà perché, poi, quando si parla di Israele, anche la più piccola cosa diventa il pretesto per uno scontro ideologico. Molti amano definirsi, per partito preso, pro o contro Israele e bollare tutti gli altri di conseguenza, spesso in modo del tutto arbitrario.
Il brutto è che ormai a ben pochi interessa conoscere gli israeliani come persone, al di là della bandiera che rappresentano e delle ideologie che sono associate ad essa.
Mi è capitato tante volte di trovarmi imbarcata in vere e proprie conversazioni dell'assurdo, con sconosciuti o semi-sconosciuti, per il solo fatto di essere in compagnia di un israeliano o di essere presentata come qualcuno che ha vissuto in Israele.
Tornando all'aneddoto raccontato sopra, credo che il mio adirato compagno di vagone volesse andare a parare più o meno così: “Ti lamenti dell'efficienza dei trasporti pubblici? Allora sei anti-israeliano”. (Peccato che in Israele lo sport nazionale sia proprio lamentarsi degli autobus che non arrivano mai...). Altre volte mi è capitato di scatenare discussioni politiche di ore e ore, che non portavano mai a niente, per un commento innocuo come: “Buono questo tè. Starebbe proprio bene preparato alla maniera israeliana, con le foglie di menta” (in genere seguono domande a raffica di cosa ne penso di questa o quella guerra, “non ti vergogni di avere a che fare con Israele”?).
Da un lato sono lusingata dall'interesse del pubblico italiano sulle vicende israeliane. Ma non sopporto come spesso questo interesse venga utilizzato come un pretesto per litigare a qualsiasi costo. Credo sia un gran bel peccato, perché adesso più che mai ci sarebbe bisogno di un dialogo vero, aperto e senza preconcetti.
Per concludere l'intenso dibattito che ha preso le mosse dalla pubblicazione del discorso di Gandhi e ha animato questo blog negli ultimi mesi, sentivamo la necessità di offrirvi un altro incontro con la Storia. E la scelta non poteva che ricadere su Mikail Gorbaciov.
L'ultimo segretario del partito comunista sovietico che ha avuto il coraggio di aprire il paese alla democrazia, combattendo per la trasparenza delle istituzioni e la libertà dei cittadini. Lo statista che, per primo, ha proposto alla Russia e alla Comunità Internazionale "un nuovo modo di pensare il mondo", per promuovere con i fatti il dialogo tra Oriente e Occidente. Il premio Nobel per la pace che ha posto fine alla guerra fredda e favorito il disarmo nucleare. L'uomo che, con Gandhi, crede in un "mondo unico" e ha ancora molto da dire sul futuro delle nazioni, del dialogo e della politica.
Lo abbiamo incontrato a Barcellona, per porgli le vostre domande.
Gandhi si rivolgeva ai deboli, ai poveri e agli oppressi d’Africa e Oriente per esortarli a liberarsi dal dominio coloniale occidentale.
Ma siamo proprio sicuri che, nell’epoca globale, si possa ancora parlare di dominio dell'Occidente a scapito dell'Oriente?
La produzione industriale cinese ha superato quella americana.
L’India sta per entrare nel G8.
La Russia manifesta intenzioni neocoloniali.
I paesi arabi continuano a far lievitare il prezzo del petrolio.
I fondi sovrani di molti paesi "dell'Oriente" hanno importantissime partecipazioni azionarie nelle più potenti multinazionali dell' "Occidente".
Gandhi parlava di una superiorità del messaggio d’amore orientale sull’approccio occidentale che ha portato alla “polvere da sparo, alla bomba atomica”.
Ma l’Occidente ha “inventato” anche i diritti umani e la democrazia, per non parlare della solidarietà praticata ogni giorno da volontari e missionari senza frontiere.
Viceversa in Oriente si è ancora in presenza di dittature che puntano allo sviluppo economico, senza migliorare le condizioni di diritto e le libertà dei loro popoli.
Tutte e due le culture hanno generato i loro eroi e tutte e due hanno le loro contraddizioni.
Per Gandhi il messaggio della verità viene da Oriente. E’ un messaggio d’amore “che non deve essere appreso attraverso la lente occidentale”.
Gandhi sprona i popoli oppressi a “conquistare l’occidente” per diffondervi il messaggio di amore dei suoi maestri. La verità e la non-violenza diventano così le armi di una conquista pacifica e metaforica per creare un “mondo unico”.
Un “mondo unico”: è questa la risposta agli inquietanti interrogativi sollevati dalle recenti notizie internazionali? O la risposta si trova invece nel dialogo tra “mondi diversi”?
E’ possibile, infine, dialogare senza una chiara visione della propria, irrinunciabile, identità?
Sono questi alcuni degli interrogativi sollevati dal discorso il Gandhi, che abbiamo deciso di pubblicare.
Oggi più che mai il mondo ha bisogno di comunicare.