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Femminile plurale: il Nobel per la Pace 2011 va a tre donne

nobel donne"Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace", recita la motivazione del premio. Perché quest'anno il Nobel per la Pace lo condividono in tre, e si tratta di tre donne diverse tra loro che in comune hanno la tenacia e la determinazione con cui hanno lottato per la pace nei rispettivi paesi. Annunciato o meno (alcuni propendevano anche per i blogger arabi, che hanno avuto un ruolo enorme nella cosiddetta primavera araba), il premio è stato infatti assegnato a è stato assegnato a Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, all’avvocatessa liberiana Leymah Roberta Gbowee, e all’attivista yemenita Tawakkol Karman.

La prima, forse la più famosa, anche conosciuta come la Signora di Ferro africana, è l'attuale presidente della Liberia e in assoluto la prima donna a rivestire questo incarico nel continente africano. Arrivata al potere nel 2005, si  è impegnata nella ricostruzione del suo Paese, devastato da 14 anni di guerra civile che ha fatto 250.000 morti.

La seconda, Gwobee, un'energica donna di 39 anni, è una militante pacifista, anche lei liberiana e da sempre paladina nonviolenta dei diritti civili, e soprattutto una delle più determinanti figure che hanno contribuito a mettere fine alle guerre che hanno dilaniato il suo paese. Piccola, di carnagione chiara (e per questo motivo soprannominata “la rossa”, ma anche La guerriera della pace), l'avvocatessa Gbowee ha recentemente dato alle stampe la sua autobiografia, Mighty Be Our Powers: How Sisterhood, Prayer, and Sex Changed a Nation at War (“La forza dei nostri poteri: come le comunità di donne, la preghier e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra”).

Infine la più giovane, appena 32 anni, è Tawakkol Karman, un’attivista yemenita che ha tre figli e molto coraggio, ed è una delle protagoniste della protesta femminile contro il regime del suo Paese. La sua lotta per la trasparenza dell'informazione (è una giornalista, ed è la fondatrice dell'associazione "Giornaliste senza catene"), nel gennaio di quest’anno era stata arrestata dalle autorità yemenite per i suoi continui proclami antiregime e la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti umani. La polizia è stata alla fine costretta a rilasciarla sotto la pressione delle manifestazioni in suo sostegno, che hanno portato in strada migliaia di persone.


In un giorno in cui ricorre il decimo anniversario della dichiarazione di guerra all'Afghanistan, in un periodo in cui le guerre civili (in Asia come in Africa) non sembrano cedere alle pressioni della diplomazia, spesso troppo debole o troppo incastrata tra interessi politici ed economici, il Nobel per la Pace ci ricorda che ci sono, e si spera ci saranno sempre, figure che non smettono di arrendersi, che prendono molto sul serio la battaglia per il riconoscimento dei diritti di tutti, che sono pronte, come già abbiamo visto per Liu Xiaobo, a sacrificare la propria libertà per la pace di tutti. E questo, a noi, sembra già abbastanza per avere fiducia nell'umanità.

La foto è di Nancy Pelosi



Ven, 07/10/2011 - 10:45 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Ma dove sono i pacifisti senza se e senza ma?

Non è facile e nemmeno difficile. Per dire no alla guerra, basta essere delle brave persone e pensare che no, a noi le bombe non piacciono e nemmeno i morti. E che, soprattutto, certe guerre, forse tutte, con un po’ più di lungimiranza e qualche saggia scelta fatta in passato, sarebbero state evitabili. No, la guerra non è per niente facile da appoggiare. Perché non è semplice (e forse nemmeno troppo comune) fermarsi lì a riflettere pensando che in questo caso, forse, ma solo per questa volta, forse un intervento un senso ce l’ha. Hanno un sito, i pacifisti che  porteranno in piazza, il 2 aprile, il loro dissenso, la loro contrarietà a ciò che sta accadendo in Libia, proprio di fronte alle nostre coste.Una guerra vicina, com’era vicina quella in Kosovo. Hanno un sito, si chiama 2 aprile e serve soprattutto a raccogliere adesioni, perché stavolta, ahinoi, non è stato facilissimo decidere se scendere in piazza o meno.

È vero, sui balconi, alle finestre, per le strade, il posto che toccherebbe alla bandiera della pace è occupato dal tricolore che festeggia i 150 anni dell’unità d’Italia. Niente arcobaleni, se non qualcuno, timido, nascosto dai gerani. Eppure l’appello è chiaro, e basandosi sul manifesto di Bertrand Russell e Albert Einstein redatto nel 1955, dice che “Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. Ogni "guerra umanitaria" è in realtà un crimine contro l'umanità. Se si vuole difendere i diritti umani, l'unica strada per farlo è che tutte le parti si impegnino a cessare il fuoco, a fermare la guerra, la violenza, la repressione”.

Tra i firmatari Gino Strada, Don Ciotti, Alex Zanotelli, Moni Ovadia, Frankie Hi-nrg mc,che sulla sua pagina Facebook e su Friendfeed dice: “Non si può cedere così alla guerra, far finta di niente e lasciare che le persone muoiano mentre noi ci riempiamo la bocca di frasi senza senso quando diciamo che alcune guerre sono giuste”. È vero, le guerre non possono essere giuste. Ma allora cos’è successo a tutti quelli che 8 anni fa manifestavano senza se e senza ma? Alcuni sostengono che in questo caso, che prevede l’eliminazione di un dittatore odioso come Gheddafi, pochi abbiano voglia di dire che sono contrari all’intervento. Ma nemmeno Saddam era un simpaticone, visto che aveva più volte usato armi chimiche contro i civili. E allora? Conta il fatto che l’intervento non sia stato una decisione unilaterale degli Stati Uniti, stavolta. Ma anche nel caso di Milosevic ci fu una partenza sotto l’egida della Nato, avallata successivamente dalle Nazioni Unite. E allora?

Non è semplice, come dicevamo. Quello che è successo in Libia è nato da una rivoluzione che è frutto di una presa di coscienza (democratica? Si spera) di altri paesi arabi, primi fra tutti Egitto e Tunisia. Con condizioni diverse, ovviamente, tra cui una personalità da abbattere, quella di Gheddafi, che ha saputo dividere la popolazione, e che sapevamo non si sarebbe facilmente rassegnato a dare l’addio al suo enorme feudo sul Mediterraneo. Quello che gli ha permesso di fare il tiranno con molti paesi occidentali e di utilizzare le sue risorse petrolifere per ricattare energeticamente nazioni come la nostra.

Le notizie dalla Libia non sono buone. È di oggi quella secondo cui un raid aereo dell’operazione Odissea avrebbe colpito un convoglio in cui viaggiavano civili, facendo sette morti, tra cui 4 donne, tutte persone tra i 12 e i 20 anni. la Nato non ha ancora confermato. I cittadini libici, i cosiddetti ribelli, sanno che dovranno affrontare anche questo. Le guerre iniziano velocemente, di notte, tra summit internazionali e negoziazioni commerciali. Le guerre fanno presto, a diventare un'abitudine nei telegiornali. Le guerre uccidono, e quei morti sono considerati un sacrificio inevitabile. Stavolta è per mandare via Gheddafi, un uomo che da 40 anni fa il bello e il cattivo tempo e i cui archivi custodiscono gelosamente trattati di alleanze che farebbero arrossire gli stessi che, seduti attorno a un tavolo, decidono se schiacciare o meno un bottone che cambierà la storia. Va così da sempre, dicono, e un mondo senza guerre è solo un'utopia. Ma chi glielo dice, ai morti?

Foto di Vertigogen



Liu Xiaobo, i falsi Nobel della Cina e quella sedia vuota

I cinesi sono i maestri delle imitazioni. Chi meglio di loro è riuscito negli anni a riempire il mondo di fake di qualunque cosa, dalla borsa firmata alla crema per il viso super costosa? Che poi le imitazioni siano palesemente tali al tatto e all’olfatto poco importa. L’importante è dissimulare. Non c’è stupore, quindi, quando leggiamo che pur di distogliere l’attenzione dalla cerimonia di consegna del Nobel per la pace a Liu Xiaobo, il dissidente al regime ancora detenuto nelle carceri di Liaoning, i cinesi si sono inventati l’imitazione del Nobel.

Premio Confucio per la Pace l’hanno chiamato, e guarda caso la consegna è avvenuta il giorno prima di quella del più prestigioso originale. Una risposta pacifica a chi sostiene quel guerrafondaio di Xiaobo, affermano i promotori del premio. Sicuramente un modo nuovo per la Cina di rispondere al resto del mondo, piuttosto che le solite minacce economiche e i musi lunghi dei diplomatici.

Il premio Confucio, lanciato da un imprenditore, un privato, dalle colonne del populista Global Times, è stato assegnato dunque a Lian Chen, ex presidente di Taiwan e presidente onorario del Kuomintang, il partito nazionalista che vuole la riunificazione con la Cina.
Accompagnato da un assegno premio di 15mila dollari, il premio aveva altri illustri candidati, come il presidente dell’Anp Abu Mazen, l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, il fondatore di Microsoft Bill Gates. Poco importa che Lian Chen abbia dichiarato di non essere stato nemmeno avvertito. La cosa importante, oggi, è che la gente sappia il meno possibile (o almeno faccia finta) della premiazione dell’autore della Carta08.

Indignati per il sostegno che persino la Camera Usa ha ufficialmente dichiarato nei confronti di Xiaobo (onorandolo per aver promosso le riforme democratiche nel suo paese), i cinesi sostengono che la maggior parte della popolazione mondiale è assolutamente contraria alla decisione del comitato che assegna i Nobel. E che ben 20 nazioni non parteciperanno alla cerimonia perché assolutamente d’accordo con la linea cinese: Afghanistan, Algeria, Cina, Colombia, Cuba, Egitto, Iraq, Iran, Kazakhstan, Marocco, Pakistan, Russia, Arabia Saudita, Serbia, Sri Lanka,Sudan, Tunisia, Venezuela e Vietnam. La Russia, che ha firmato accordi commerciali con la Cina il mese scorso per 8.5 miliardi di dollari, ha ufficialmente giustificato la propria assenza con altri impegni.
La Serbia ha più onestamente dichiarato di non voler nuocere ai suoi rapporti con il colosso economico, pur contrariando in questo modo l’Ue, che non nega che questa decisione potrebbe incidere sul processo di adesione.

Alla maniera di Pechino, le censure e le cautele sono partite già nei giorni precedenti. Per dire, alcuni siti web dei canali di news internazionali, tra cui quelli di  Bbc e Cnn e dell' agenzia giapponese Kyodo, risultano irraggiungibili dalla Cina. Numerosi tentativi di collegarsi ai siti danno come risultato la comparsa dell'avvertimento ''il sito è fuori servizio o temporaneamente troppo occupato''. La moglie di Xiaobo, Liu Xia, da due mesi è chiusa in casa, guardata a vista dalla polizia e dunque praticamente reclusa.

E i ristoranti non accettano prenotazioni per più di sei persone allo stesso tavolo, per scongiurare qualsiasi tentativo di festeggiare il premio. Amnesty International sostiene che a più di 200 persone, tra cui l'artista Ai Weiwei e l'avvocato Mo Shaoping, è stato impedito di lasciare la Cina per impedire loro di partecipare alla cerimonia di Oslo.

Nel frattempo a Oslo si dichiarano compiaciuti per il sostegno americano, dell’Unione Europea e di tutti i paesi emergenti ed economicamente rivali della Cina, come India, Brasile e Giappone. E ci si prepara a una cerimonia in cui, per la seconda volta nella storia del Nobel il premiato non sarà presente(la prima risale al 1936, quando il giornalista pacifista Carl Von Ossietzky non potè recarsi a Oslo perché chiuso in un campo di concentramento). Al suo posto, simbolicamente, ci saranno una sedia vuota e una foto. Mentre l’attrice norvegese Liv Ullmann leggerà alcuni suoi scritti.

Marìka Surace

Foto di j-no



A Milano la scienza per la pace

A Milano Science for peace 2, conferenza mondiale nata dall'ambizioso progetto di Umberto Veronesi di creare un movimento per la pace guidato dal mondo scientifico e dai grandi nomi della cultura internazionale. Tara Gandhi, la cantante Noa, il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sono solo alcuni dei nomi presenti al convegno. Che tra i suoi obiettivi ha quello di ridurre le spese militari e destinare più fondi alla ricerca.

Intervista di Marìka Surace



Nobel per la pace a Xiaobo. E la Cina oscura

 Scelta controversa o meno, in realtà negli ultimi giorni era sicuramente la più attesa. Il premio Nobel per la Pace va a Liu XiaoBo, dissidente cinese che in questo momento sta scontando a Bejkan, principale centro di detenzione di Pechino, una pena di 11 anni nelle carceri del suo paese, dopo una condanna per istigazione alla sovversione inflittagli il giorno di Natale del 2009. Durante il processo, tra le accuse rivoltegli, c’era quella di “aver oltrepassato i limiti della libertà di espressione dando alle stampe saggi che calunniavano apertamente e incitavano il popolo a sovvertire il potere centrale”. I documenti del processo e i documenti usati dall’accusa per condannare XiaoBo sono disponibili su China Right Forum.

È il primo Nobel per la pace vinto da un cinese, ma non è sicuramente qualcosa di cui il governo si farà vanto.  Anzi, per non rischiare proprio, tutte le reti che permettevano di collegarsi alle tv internazionali sono state oscurate. Ed è stata prontamente interrotta la diretta della cerimonia trasmessa dalla BBC. Dopotutto Pechino non ha di che essere orgogliosa: il Nobel, più che un riconoscimento a una sola persona, è un vero e proprio attacco alla potenza economica che continua a ignorare i diritti umani. Tra le motivazioni del Nobel si legge che "il nuovo status della Cina nel mondo impone l'assunzione di accresciute responsabilità". Ma la Cina, che aveva già avvisato più volte Stoccolma sul fatto che assegnare il Nobel al dissidente più famoso del Paese sarebbe stato un errore, dichiara che si tratta di un'oscenità. Ma il Comitato per il Nobel ha deciso diversamente, e chissà che questo premio non diventi una spinta al colosso orientale verso una maggiore attenzione a certe istanze internazionali.

Accusato tra le altre cose di essere tra i fondatori di Carta08, il documento che chiede a gran voce la democrazia e firmato da più di duemila cinesi, XiaoBo ha passato una vita intera a lottare contro il regime. Ex professore universitario di 54 anni, fu tra coloro che parteciparono al movimento del 1989 e che sfociò nella strage di Piazza Tiananmen. In realtà era tra i promotori del dialogo con le autorità, ma questi tentativi fallirono, e adoperatosi in seguito per convincere gli studenti a evacuare la piazza, non ebbe successo. Venne poi accusato di essere tra coloro che avevano manovrato la protesta studentesca, e il Partito Comunista lo condannò a 18 mesi di carcere.

Gli altri candidati in lizza quest’anno erano tantissimi: 237, di cui 38 associazioni e non singoli. La più curiosa (e molto dibattuta) era la candidatura di Internet. Mezzo che si è rivelato non solo utile ma necessario in alcune situazioni, come durante le proteste in Iran di cui tutto il mondo ha saputo attraverso Twitter. E perfino quando la polizia è arrivata davanti a casa di Xiaobo subito dopo la comunicazione da Stoccolma, sono stati proprio Twitter e Twitpic a segnalarlo. Tra le campagne per sostenere questa candidatura (difficile poi capire chi avrebbe ritirato il premio) c’è stata la recente collocazione di uno striscione sulla Torre di Pisa da parte del primo cittadino, manifestazione proiettata anche a New York, al Paley Center for Media, durante la Giornata Mondiale per i Diritti Umani.

Marìka Surace

Immagine di VoxAsia



Muhammad Yunus e il microcredito

Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace nel 2006, è nato e cresciuto a Chittagong, principale porto mercantile del Bengala, nell'India nord-orientale. Laureato in economia, ha insegnato nell'Università di Boulder, in Colorado, e alla Vanderbilt University di Nashville, Tennessee. Nel 1977 ha fondato la Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie.

La teoria alla base di Grameen Bank non punta a soluzioni accomodanti, ad un'elemosina, ma cerca di alimentare un tessuto sociale e le sue potenzialità.
Significa quindi stimolare le attività imprenditoriali, reinvestire i crediti in nuovi progetti locali, aiutare una comunità a esprimersi, a non assimilare un modello di sviluppo importato dai Paesi occidentali che finanzia progetti a macchia di leopardo; Grameen Bank e il microcredito valorizzano quindi gli individui ma anche una cultura nel suo complesso.

Avoicomunicare ha intervistato Mohammad Yunus in occasione dell'incontro "Un mondo senza povertà" svoltosi il primo Febbraio al Teatro dal Verme di Milano.



Il calcio insanguinato

Il calcio insanguinato

Lo sport, oltre che essere un momento in cui gli atleti possono sfidarsi, è spesso associato a valori più nobili come la pace e la promozione della pacifica convivenza tra i popoli.
Purtroppo in questi giorni abbiamo assistito ai tragici eventi che hanno coinvolto la nazionale di calcio del Togo, che avrebbe dovuto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane, comunemente nota come Coppa d’Africa, che si svolge quest’anno in Angola. Venerdì scorso il pullman degli atleti appena arrivato in Angola è stato attaccato da terroristi; i giocatori hanno vissuto momenti di terrore e due membri del team sono rimasti uccisi durante gli attacchi.

Invece di sospendere temporaneamente le partite e aspettare maggiori notizie sul fatto le partite della Coppa sono regolarmente continuate: il governo del Togo ha deciso di ritirare la nazionale dalla competizione, la quale però se non si presenterà in campo verrà squalificata. Una vera e propria beffa.

Sebbene alle partite dei giorni successivi siano stati osservati alcuni minuti di silenzio pare che ci sia una sorta di disinteresse dell’organizzazione per ciò che è accaduto: la Coppa d’Africa non si può fermare nemmeno di fronte a un evento che coinvolge i suoi partecipanti?
Non è stato nemmeno lanciato un messaggio a favore della pace, un valore fondamentale che troppo spesso viene messo in secondo piano rispetto ad altri interessi, economici soprattutto.

Le notizie sono confuse ma pare che gli attentatori fossero dell’Angola che, ironia della sorte, è una delle squadre nello stesso girone del Togo.

L’anno del mondiale 2010, che si terrà in Sudafrica, non inizia certo sotto i migliori auspici.

Secondo voi, era giusto fermare la competizione, o “the show must go on”, per non scontentare le migliaia di persone pronte ad accorrere negli stadi angolani?

Foto di Jens-Olaf