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Giovani, milanesi, ebrei. E vogliono la moschea

jewboxDue settimane di rodaggio con tanta musica e poi, finalmente, in onda. La web radio della comunità ebraica milanese (28 anni è l’età media dei conduttori) si chiama JewBox, e già nel suo nome si leggono la lungimiranza e l’ironia dei suoi fondatori. Che si alternano, divertendosi molto, ai vari programmi, che hanno nomi come Jewleschine (diario di viaggio  pieno di idee e appunti), Armaghetton (rubrica sportiva semiseria sulla squadra di calcio ebraica di Milano, la Ghetton), Zooish (che riprende il format dello Zoo di 105, radio che li ha aiutati, all’inizio, per le trasmissioni). Ma, soprattutto, lo spirito colto, cosmopolita e scanzonato di una gioventù cresciuta in famiglie in cui spesso madre e padre sono di diversa nazionalità, giovani che hanno studiato nei college stranieri e sono abituati a viaggiare e a parlare lingue differenti. E quindi abituati al dialogo.

Ecco perché nel loro manifesto, in home page, c’è descritto un universo che, alla Jovanotti  dell’ombelico del mondo, dichiara che JewBox parla a tutti, ma proprio tutti: “ashkenaziti, sefarditi, religiosi, religiosi moderni, quelli di piazza e a quelli che preferiscono la pizza, quelli che fuori mangiano il sushi, quelli di destra e di sinistra, quelli che vedi solo a Kippur, laici, sionisti o tradizionalisti”. L’entusiasmo è in fondo il modo migliore per iniziare, e a due mesi dalla messa in onda pare che ripaghi. La musica, ovviamente, non è l’unico interesse di questi ragazzi, che ci tengono moltissimo a fare informazione, e che la loro informazione sia laica.

“Siamo i primi a volere che ci sia un dialogo, una conoscenza dell’altro, dopotutto siamo stati abituati a crescere in mezzo a culture diverse, a frequentare direttamente il mondo là fuori”. Il mondo là fuori è fatto delle diverse comunità culturali presenti in una città come Milano, in cui proprio in questi giorni si discute, a un passo dalle elezioni per il nuovo sindaco della città, di come questo rapporto con altre etnie e altre religioni vada vissuto e sviluppato. E proprio su questo i ragazzi di JewBox sono compatti: “Certo che vogliamo una moschea a Milano, è assurdo che non ci sia. Il dialogo con le minoranze è fondamentale, e Milano non può far finta che luoghi come via Padova e via Paolo Sarpi non esistano”.

“Tutti possiamo fare spettacolo, e lo faremo”, afferma Simone Mortara, uno dei consiglieri della radio. “Per noi stessi, per scoprirci, per migliorarci e quindi essere pronti a raccontare al mondo chi siamo”. Un po' come un vecchio proverbio sulle montagne e Maometto, farsi conoscere è forse la strada più giusta per poter parlare davvero di dialogo. Dopotutto, da una parte o dall'altra la conversazione dovra pur cominciare, no?

Foto di Meir Jacob



Mer, 25/05/2011 - 10:05 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Palestinesi e curdi, i nuovi bronzi di Riace

Guarda la gallery - Foto di Marika Surace Il cartello all'entrata di Riace RIACE (RC) - Si parte dal mare, e dopo qualche chilometro di curve in mezzo ai campi si arriva direttamente nella piazza principale del paese. Quella dove nello stesso edificio ci sono il comune e la polizia municipale, e di fronte un parco con qualche panchina all’ombra dove il sindaco di Riace, Domenico Lucano, ci ha chiesto di aspettarlo. E’ in ritardo, ma era prevedibile. Se a prima vista il paesino calabrese sembra un sonnolento borgo abitato solo da anziani, basta girarlo anche solo per un’ora insieme al suo primo cittadino per rendersi conto di come qui succeda qualcosa che difficilmente si può spiegare a parole. La sensazione è quella di una famiglia molto allargata, dove tutti sanno quello che succede agli altri, e se ne preoccupano pure. Niente di strano, in un paesino di neanche due migliaia di abitanti. Solo che qui è facile che “l’altro” sia il tuo vicino palestinese, e che a preoccuparsi sia la famiglia di somali che vive alla porta accanto. E che, a dare una mano a tutti, sia questo sindaco indaffarato e con un telefono che non smette mai di squillare. E a cui lui non smette mai di rispondere. Nel 1998 Lucano non è ancora sindaco, ma mentre è sulla sua macchina sulla statale della costa ionica che porta a Riace si accorge che in mare c’è qualcosa. E non sono altri bronzi a spuntare dalle acque, bensì persone vere, stremate, uomini, donne e bambini con la disperazione negli occhi. Trecento curdi, a cui il futuro sindaco cerca subito di trovare un pasto caldo e una temporanea accoglienza. Da allora lui è Mimmo dei curdi. E Riace (insiema ai due paesi vicini Stignano e Caulonia) è diventato un modello d’accoglienza senza precedenti in Italia. Perché dopo i curdi sono arrivati i somali, i nigeriani, i palestinesi. E paesi anziani da cui i giovani sono scappati verso le università e i lavori del Nord sono tornati a rivivere. “Abbiamo trasformato un’emergenza in opportunità. Oggi Riace è più bella e più ricca grazie ai suoi nuovi cittadini. Che hanno la pelle dello stesso colore dei Bronzi, quelli che sono stati trovati qui ma ora stanno nel Museo di Reggio Calabria”. La storia è così particolare che ha ispirato anche Wim Wenders. Che ci ha fatto un film di 32 minuti, Il Volo, con Ben Gazzarra e Luca Zingaretti, e molti abitanti di Riace che recitano nel ruolo di se stessi. Il racconto di Lucano viene interrotto continuamente. Prima si occupa di Said, uno dei palestinesi più anziani arrivato qui lo scorso dicembre insieme a 180 connazionali che hanno lo status di rifugiati. “Ha il cuore debole, ma non è niente di grave, il dottore si sta già occupando di lui” spiega il sindaco agli altri palestinesi radunatisi attorno all’ambulanza. Poi è il turno di una famiglia di rom bosniaci a cui serve l’allacciamento del gas. “Ce li hanno mandati dal comune di Udine, dopo una telefonata frettolosa in cui ci hanno chiesto se c’era posto per loro. Sono arrivati così, in treno, senza soldi e documenti. Ma una casa c’è per tutti”. Siamo a solo 60 km da Rosarno, e il confronto con le condizioni degli immigrati che vivono sulla costa tirrenica è obbligatorio. Da questa parte della Calabria il vecchio paese assopito si è risvegliato con l’arrivo della popolazione multietnica. Le case diroccate sono state ristrutturate, vecchie botteghe artigiane hanno ricominciato a vivere. L’associazione Città Futura – Don Giovanni Puglisi fondata dal sindaco dà lavoro a 45 operatori locali della mediazione che fanno sì che tutto proceda al meglio: la gestione del doposcuola dei bambini stranieri (grazie a loro le classi delle elementari si sono ripopolate), la ricerca di un lavoro, l’ideazione dei progetti. Un esempio di politiche di integrazione e accoglienza, anche grazie a una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’UNHCR. Su una popolazione residente di circa 1700 abitanti, 300 sono stranieri. E, in contrasto con le statistiche nazionali, gli indicatori demografici sono in crescita e le nascite superano i decessi. Il progetto Resettlement che avrà luogo a Riace è il primo in Europa, e ha permesso di far arrivare qui i rifugiati palestinesi nel dicembre 2009, tutti provenienti dal campo di Al Tanf, tra Siria e Iraq. Rimarranno qui per due anni, ma dopo? “Stiamo cercando di far sì che i progetti siano così validi da poter chiedere una proroga. Molti hanno trovato lavoro nelle officine meccaniche, nel settore edile, in un’azienda di floricoltura, nel turismo solidale”. Ma il dubbio sul destino di queste persone resta grande. L’integrazione è una bella cosa, ma avere un lavoro sicuro che permetta un giorno di ottenere la cittadinanza sembra un’utopia. Qui a Riace non si scoraggiano, e le porte rimangono aperte a chi ha bisogno. Peccato che, per ora, tutto questo sia solo un’eccezione.

Marìka Surace