Protocollo di Kyoto

A Durban si cerca la soluzione al dopo Kyoto

Emissioni CO2Da lunedì 28 novembre al 9 dicembre 2011 si svolge la COP 17 la Conference of Parties dell'Onu dedicata alla lotta ai cambiamenti climatici.

Il 1° gennaio 2013 scade il primo periodo di applicazione del Protocollo di Kyoto, l'accordo nato nel '97 fra le nazioni industrializzate che voleva regolare le emissioni di gas serra per arginare i mutamenti climatici e il riscaldamento globale.
Dopo i fallimenti delle conferenze di Copenaghen (2009) e Cancun (2010), da ieri 28 novembre 2011 a Durban è in corso fino al 9 dicembre la 17esima Conferenza internazionale indetta dall'Organizzazione delle Nazioni Unite sul clima per fare il punto della situazione.

Il surriscaldamento di più di 2 gradi centigradi non è uno scherzo, provoca delle conseguenze catastrofiche. Solo che a essere colpite per prime dai cambiamenti climatici sono state sinora le comunità più fragili: le recenti inondazioni in Thailandia, le siccità nel Corno d'Africa e in alcune zone del Pacifico. Eppure anche l’uragano Katrina che si è abbattuto sul Golfo del Messico nel 2005 o le inondazioni nel Sud Italia dimostrano che il tempo sta scadendo per tutti.


Nel 1997, i due principali paesi responsabili delle emissioni di gas serra, Usa e Cina, non avevano aderito al Protocollo. Solo loro emettono il 50% dei gas che provocano il riscaldamento climatico, mentre i 27 Paesi dell'Unione europea vi contribuiscono all'11%. Oggi, la resistenza da parte degli Stati Uniti da un lato, e dall'altro della Cina e dell'India, prosegue e fanno pensare che l'intesa-compromesso sia ancora molto lontana.
Giappone, Russia e Canada, infatti, non intendono firmare un accordo post Kyoto a fronte della mancanza di un impegno da parte di Stati Uniti e Cina.
 
Si apre quindi nello scetticismo generale il primo giorno di lavori della COP17 a Durban: la pesante situazione economica internazionale e la mancanza di un accordo politico non fa sperare nel raggiungimento di risultati significativi. Le prime difficoltà sono proprio sul fronte economico.

A Cancun, alla COP16, era stato previsto lo stanziamento di 100 miliardi di dollari all'anno, sino al 2020, per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni, da raccogliere tassando i trasporti aerei e marittimi o le transazioni finanziarie.

Una cifra irrisoria - commenta Alberto Zoratti dell'organizzazione equosolidale Fair presente a Durban all'interno della Rete internazionale Climate Justice Now! - che risulta essere meno di un decimo di quello che i soli Stati Uniti hanno stanziato per salvare le banche "too big to fail. Un disimpegno globale che sembra ancora una volta ribadire come la finanza sia più importante dei destini di un intero pianeta. E aggiunge: Centinaia di milioni di piccoli produttori sono a rischio, e il paradosso è che gli impatti più pesanti verranno subiti nelle zone più povere, come l'Africa Subsahariana. C'è quindi bisogno di una forte mobilitazione delle coscienze, che parta dal cambiamento di stili di vita verso modelli sostenibili, ma che parli anche di una forte pressione sui Governi perché assumano la questione del cambiamento climatico come una priorità al pari della crisi economica e finanziaria.



Oxfam - network internazionale di organizzazioni di paesi diversi per la lotta globale contro la povertà e l’ingiustizia - chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l'impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; un sostanziale taglio alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; l'assicurazione dei fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici.



E l’Italia? Ci eravamo impegnati a ridurre entro il 2012 le nostre emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1997. Ci siamo riusciti?

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Foto: Flickr



Cancun, inizia il summit senza pretese


Quest'anno è tutta un'altra cosa. Lo avevamo già accennato qui su AVC, e lo ribadiscono con evidenza i giornali di oggi, 29 novembre 2010, giorno dell'inaugurazione della Cop16, il summit annuale dell'Onu per la gestione internazionale delle questioni relative ai cambiamenti climatici.
La Cop, in altre parole, è una specie di mega riunione cui partecipano tutti i paesi membri della United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC). Quest'anno si svolge a Cancun, in Messico, ma sembra proprio che l'appuntamento stavolta abbia poco a che vedere con quello che è successo più o meno dodici mesi fa a Copenhagen. La dimensione della differenza la misura a colpo d'occhio Marco Magrini sulle pagine del Sole 24 Ore in un articolo significativamente intitolato Attesa fredda per il summit sul clima. Scrive Magrini: “L'anno scorso, a litigare fino a tarda ora, seduti intorno a un tavolo, c'erano Barack Obama e Wen Jiabao, Lula e il primo ministro indiano Singh. C'erano Merkel, Sarkozy, Barroso e altri grandi ancora. Quest'anno invece, i 194 governi delle Nazioni Disunite saranno perlopiù rappresentati dai ministri dell'Ambiente. La differenza fra il vertice climatico di Copenhagen (finito con un accordicchio notturno per celare il fallimento della leadership globale) e quello che comincia oggi a Cancun, sta tutta qua”.

Niente big, dunque. A Cancun vanno di scena solamente i tecnici, i più esperti, i ministri competenti e, cosa più importante, nessuno si aspetta niente da questo vertice. Anche se la posta delle trattative rimane alta. Tra due anni, infatti, scadrà il Protocollo di Kyoto e quindi aumenta la necessità di trovare una strada verso quella fatidica riduzione delle emissioni di gas terra per contenere l'aumento della temperatura media del pianeta. Ma lo scenario è davvero complicato e la crisi che ha colpito i paesi occidentali non gioca a favore di un buon risultato diplomatico. Nessuno vuole rinunciare alla ricchezza o alla possibilità di entrare nel club dei paesi più ricchi. E ricchezza, ancora oggi, vuol dire emissioni nocive al clima.

Forse, però, c'è del buono in questo basso profilo del summit. Di Copenhagen si disse che sarebbe stata l'ultima occasione utile per salvare il mondo, le attese erano enormi e i risultati microscopici, se comparati all'attenzione generata intorno al summit. A Cancun i fari puntati non sono molti: che sia l'occasione giusta per combinare qualcosa di buono e di concreto?

Immagine tratta dalla media gallery del sito ufficiale della Cop 16 di Cancun



Mario Tozzi e lo stato di salute del pianeta

Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e conduttore de La Gaia Scienza su La7 ci parla in quest'intervista dello stato di salute del pianeta in un momento molto delicato, durante i negoziati della conferenza mondiale sul clima Onu di Copenhagen.

Secondo il giornalista lo stato in cui versa la Terra è grave; le sue parole descrivono molto chiaramente la crisi ecologica in corso: l'emergenza climatica che colpisce tutti è in larga parte causata dai comportamenti errati dell'uomo, a partire dall'utilizzo di combustibili fossili.

Emergenza climatica e background energetico sono strettamente collegate e sono in larga misura frutto delle decisioni delle nazioni economicamente più potenti ed energivore, USA in testa – che tuttavia con Obama sembra possano aver cambiato la loro linea - ma anche Cina e gli altri Paesi in via di sviluppo che sono adesso riuniti per Cop15.

L'opinione del geologo è che la congiuntura attuale sia teoricamente favorevole e forse stavolta si potrebbero ottenere degli accordi più vincolanti per risolvere i problemi del nostro pianeta; problemi che secondo Tozzi non possono però essere risolti con l'ausilio delle centrali atomiche e dell'energia proveniente dal nucleare.



COP15 affronta la prima crisi

COP15 affronta la prima crisi

Può un documento mettere in crisi il Cop15 fin dal principio?
Così è stato: John Vidal, giornalista del quotidiano Guardian, è entrato in possesso e ha pubblicato quella che sembrava essere la bozza finale dei progetti ambientali danesi. Il responsabile del clima per l'Onu Yvo de Boer ha cercato di smorzare i toni parlando di un documento informale e non ufficiale, con dati non reali: ciò nonostante i Paesi in via di sviluppo hanno caldamente protestato.
Nel documento infatti venivano stabilite delle cifre d'inquinamento pro-capite per i Paesi industrializzati doppie rispetto ai Paesi in via di sviluppo: ciò contraddice totalmente il Protocollo di Kyoto che invece prevedeva che fossero i primi a elaborare strategie ambientali per affrontare la propria produzione d'inquinamento; questa bozza invece prospetta un futuro ancora senza equilibrio e senza cambiamenti.
Il Gruppo dei 77, ovvero i Paesi del Terzo Mondo, sembrano non credere alla buonafede del documento e minacciano di far saltare la Conferenza.
Davanti all'entrata del Cop15 non sono mancate le manifestazioni: una di queste è stata organizzata proprio da un gruppo rappresentante i Paesi del Terzo Mondo che hanno chiesto "giustizia climatica", mentre altri sventolavano un manifesto con scritto "I Paesi ricchi paghino il loro debito".

Sicuramente il Cop15 si sta rivelando più difficile del previsto: molti paesi europei hanno già negato l'intenzione di aumentare il livello delle riduzioni d'inquinamento dal 20% al 30%.

A Copenhagen la situazione è sempre molto delicata.

Foto di benkamorvan



COP15: cosa dobbiamo aspettarci?

Avoicomunicare ospita Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e giornalista, nonché conduttore dei programmi tv Gaia, Terzo pianeta e La gaia scienza.

Ci ha parlato di Cop15, delle aspettative e degli obiettivi che si potrebbero raggiungere in quest’occasione epocale, e dei motivi che la rendono diversa dalle altre conferenze a cui abbiamo assistito fino a questo momento.

Il giornalista di La7 ci spiega il panorama geopolitico che si presenta all'inizio dei lavori, la posizione delle superpotenze Cina e Stati Uniti, dell'Europa, dell'India e di tutti gli altri nuovi attori partecipanti ai lavori di Copenhagen.

La preoccupazione del conduttore de La gaia scienza è sull'effettiva messa in pratica delle dichiarazioni di intenti fatte dai vari Stati: ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2050 è un obiettivo importante, ma c'è bisogno di muoversi già da adesso per realizzarlo. E lo si può fare cominciando finalmente a mettere in pratica quanto stabilito con il protocollo di Kyoto, fino a questo momento disatteso da tutti, Italia compresa.

Che ne pensate delle parole di Mario Tozzi?
Siete fiduciosi sull'esito dei lavori di Copenhagen?