razzismo

Culture e Integrazione: dieci parole per il 2012

integrazione2012Per salutare il 2011 abbiamo scelto nove parole che secondo noi ricorreranno spesso nel 2012 in tema di Integrazione e Culture. Anche questa volta abbiamo voluto lasciare uno spazio per i lettori. Qual è la vostra decima parola per l'anno nuovo?

Integrazione
Una parola che nel 2012 sentiremo spesso e nelle occasioni più disparate: integrazione è forse il termine più complesso di questa piccola lista. Con integrazione si è inteso un po' di tutto, perchè nel dubbio parlarne fa sempre bene, ma di cosa si tratta esattamente? La risposta è facile e difficile insieme: possiamo intendere l'integrazione come l'assorbimento armonioso in un tessuto sociale di un determinato elemento che è diverso dagli altri, nel caso specifico la persona di origini straniere, con tradizioni, esperienze, riferimenti culturali “altri” rispetto agli italiani. Per metterla in questi termini però dovremmo dare per scontato che esista un cittadino italiano standard, e qui le cose si fanno più difficili, perchè oggi (quasi) ognuno di noi ha riferimenti culturali, geografici ed esperienziali differenti. Allora forse è possibile dare un esempio più comprensibile di integrazione, che è quando si esce di casa e si incontra un vicino che non è nato o cresciuto in Italia e si scambiano quattro chiacchiere e un invito per un caffè, o quando nostro figlio ha come compagno di giochi un “nuovo italiano”, o ancora quando passiamo ore a parlare con qualcuno che viene da fuori raccontando e ascoltando usanze, tradizioni e programmi televisivi che ci sono piaciuti da bambini, scoprendo che a volte sono gli stessi. La sfida, insomma è questa: dire “integrazione” e pensare “quotidianeità”, che dite, ce la possiamo fare?

Cultura
Eventi, mostre, concerti, incontri, letteratura, film: l'integrazione passa attraverso i mille linguaggi dell'arte per una continua scoperta. Su tutto il territorio nazionale nelle città grandi e piccole si moltiplicano gli eventi che propongono uno sguardo nuovo e inedito sui talenti dal mondo. Dopo un 2011 in cui i temi dell'immigrazione si sono imposti a Venezia e sul grande schermo grazie ai lavori di Crialese, Olmi, Patierno e Lombardi, per gli amanti dell'arte e della creatività il 2012 sarà un anno di mostre ed eventi imperdibili, per confrontarsi con realtà nuove e tutte da scoprire, per innamorarsi di una nuova cultura o opera d'arte ogni giorno. 

Territorio 
Quando si parla di integrazione e politiche per l'immigrazione sono le realtà locali a fare la parte del leone. Piccole città, paesi e quartieri italiani in cui è possibile conoscere chi si ha accanto in modo vero e privo di pregiudizi. Proprio dal territorio quest'anno speriamo di venire a scoprire decine, centinaia, migliaia di storie e racconti per capire che è possibile la convivenza, il rispetto reciproco e la conoscenza. Lontano dalla frenesia delle grandi città e dalla retorica delle manovre politiche esiste un'integrazione silenziosa e vera, basata sul capirsi, sull'incontrarsi giorno dopo giorno e sul lavorare insieme, ognuno con le proprie differenze.
Quali storie conoscete? Quali vorreste raccontare? 

Impresa
Con un imprenditoria straniera in Italia che vive una vertiginosa crescita sarà impossibile quest'anno non confrontarsi con temi, ricchezza e problematiche legati al mondo del lavoro e dell'impresa. In questo momento le aziende italiane fondate e mantenute da stranieri sono aumentate del 5,6%: un dato tanto più importante se considerato in relazione al periodo di crisi economica. Spesso a conduzione familiare, le realtà imprenditoriali dei nuovi italiani portano ricchezza e lavoro, ma aprono anche la via a problematiche nuove riguardo la concorrenza e la legalità. In un momento difficile sul fronte del lavoro e della crescita parlare di impresa straniera sarà importantissimo.
Voi cosa ne pensate: si tratta di una risorsa o di un ostacolo all'imprenditoria italiana?

Cucina
Il luogo, reale e metaforico, dove si mescolano storie, discussioni, tradizioni e dove integrazione e cultura bollono in pentola. Il cibo è l'esperienza sensoriale per eccellenza e si sa che gli italiani sono un popolo di buone forchette. Che si tratti di piatti cinesi o indiani, delle spezie multicolori della tradizione araba o dei manicaretti corposi e dal sapore deciso della cultura romena, la scoperta di un popolo passa sempre di più attraverso la gastronomia. Con cinque continenti da esplorare e chef da tutto il mondo pronti a darsi da fare ai fornelli, il 2012 sarà in Italia un anno gustosissimo all'insegna della stanza più intima della casa.
E proprio perchè sappiamo che tutti gli italiani sono in fondo dei qualificatissimi critici culinari vi chiediamo: qual è il vostro piatto preferito dal mondo?

Associazionismo
Magari non ne sentiremo parlare quanto vorremmo nel corso del 2012, e tuttavia le associazioni fondate da stranieri e italiani che si occupano di aiutare e favorire l'inserimento nel paese degli stranieri sono una realtà presente e importante. Ogni giorno volontari e lavoratori contribuiscono ad accogliere, orientare e avviare al lavoro centinaia di immigrati provenienti da tutto il mondo. Se è vero che nessun uomo è un'isola il lavoro di queste persone è fondamentale per l'umanità e le prospettive di chi è appena arrivato in Italia così come di chi ci vive da tempo e ha bisogno di consulenze, di aiuto per la burocrazia o solamente di trovare un punto di riferimento nel paese che parli la propria lingua.

Seconde Generazioni e Cittadinanza
Due parole che in realtà sono una sola, dal momento che non si può parlare di cittadinanza italiana senza considerare le seconde generazioni e viceversa. Le seconde generazioni in Italia parlano italiano, hanno frequentato qui scuole, associazioni, amicizie, eppure al raggiungimento della maggiore età si trovano stranieri nella propria terra, legati alla cittadinanza dei genitori. Ne ha parlato tanto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano negli ultimi mesi dell'anno e la discussione è deflagrata come una bomba, coinvolgendo infinite parti politiche e sociali. Il 2012 sarà un anno all'insegna della faticosa scalata al diritto di cittadinanza di tutti quei ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri, e le prospettive sembrano quelle di una revisione della legge, per rendere più semplice il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi vive qui. Lo stesso vale per tutti gli immigrati che hanno raggiunto il paese già adulti e che sono diventati membri della società italiana a tutti gli effetti, contribuendo allo sviluppo delle città e dei paesi in cui abitano e condividendo ritmi, modi, e vita con milioni di “vecchi italiani”

Politica
Il 2012 sarà l'anno degli stranieri in politica? Finora gli esempi sono stati pochi, ma non sono mancati. A Milano l'assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino ha convocato quindici ragazzi di seconda generazione, a Ciriè, vicino Torino, è stato il turno del consigliere romeno Adrian Ichim, votato dai concittadini italiani e romeni, a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, è assessore Youssef Salmi, e queste sono solo alcune delle realtà politiche italiane che hanno spalancato le porte a interlocutori dal mondo. In una società sempre più votata alla multicultura il dialogo tra le parti non può più escludere tutti coloro che hanno la capacità di recepire nel modo più adeguato le istanze dei milioni di cittadini stranieri in Italia, e l'anno nuovo porterà ovunque la possibilità di una classe politica sempre più legata alla vita e alle politiche di integrazione.

Razzismi
Più che una parola per l'anno nuovo, questa è l'unica parola che vorremmo smettere di sentire. L'ultima parte del 2011 si è distinta per gli attacchi feroci e immotivati nei confronti di stranieri a Torino e Firenze ed è il momento giusto per dire basta. Vogliamo un 2012 di dialogo, di scambio, di risoluzione dei conflitti basata sulla capacità di ascoltare e ascoltarsi, e soprattutto di comportarsi utilizzando logica e intelletto, le uniche qualità che distinguono l'uomo dagli animali. L'odio razziale è un comportamento idiota giustificato solo da una profonda ignoranza e povertà di argomenti. Meritiamo un'Italia intelligente, aperta al confronto e capace di andare oltre le formule trite della diffidenza verso gli altri. Vogliamo un paese lontano dalla cantilena del “ci rubano il lavoro” e dell'equazione senza cervello che mette un immigrato sullo stesso piano di un criminale. Il valore di un essere umano si misura sulla capacità di relazionarsi a chi ha accanto, e noi siamo degli ottimi esseri umani. Dimostriamolo.

Come per le nostre dieci parole in tema di Ambiente e Sostenibilità anche qui abbiamo voluto lasciare un piccolo spazio vuoto, quello per una decima parola che vorremmo ci suggeriste voi. Quale sarà il decimo "tema caldo" per quanto riguarda i temi dell'Integrazione e della Multicultura nel 2012?

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Il Personaggio dell'anno 2011 per la categoria Cultura e Integrazione: Maso Notarianni>>
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e dieci parole del 2012 in tema di Ambiente>>



Londra: il video razzista che ha sconvolto il mondo

my tram experienceIl filmato si chiama "My train experience" e da quando è stato caricato è diventato un caso in tutto il mondo. Il video è ripreso da un cellulare in un tram di Londra: una signora con in braccio un bambino è seduta e urla insulti ai passeggeri vicini. La signora è di razza bianca, e il motivo della sua rabbia è il colore della pelle di chi le sta accanto, persone colpevoli di "non essere inglesi" e che dovrebbero "tornare al proprio paese, perchè l'Inghilterra è già abbastanza f****ta per colpa loro".
 
Siccome viviamo in un mondo in cui, grazie al web, poco o nulla passa inosservato, la donna è già stata identificata e avvicinata dalla polizia londinese, che in questo momento la sta trattenendo, probabilmente più per motivi di sicurezza che per l'insostenibile razzismo con cui ha ammorbato un intero vagone del tram e che neanche la presenza di minori (tra cui il bambino che tiene fra le braccia) è stata in grado di limitare. E mentre in tanti dibattono sul comportamento inaccettabile della donna, è impossibile non soffermarsi sulla povertà culturale e intellettiva della protagonista, prima ancora che sulla rabbia e sulla possibilità o meno che la donna fosse sotto effetto di sostanze stupefacenti.
 
La cosa spaventosa da considerare con attenzione è che questa signora non è tanto diversa da tanti che possono esserci amici o vicini, o che in alcuni casi potremmo essere noi. È tanto assurda una cosa del genere?
 
Nel corso della storia l'abbiamo visto spesso: più un periodo è difficoltoso dal punto di vista economico e di semplice sopravvivenza, più è facile cercare approdi sicuri e semplici capri espiatori per i guai propri e dei propri cittadini e connazionali. La soluzione è sempre quella di aggrapparsi all'unica sicurezza incrollabile: quella di essere nati in un certo paese o di sentirsi cittadini di questo o quel posto, con una bella spruzzata di vago orgoglio ultranazionalista.
 
Non è troppo diversa la signora da tanti signorotti che si uniscono in associazioni, organizzazioni, partiti e movimenti che vedono nello straniero, qualunque esso sia, la causa di un qualsivoglia declino (vero o presunto) in atto nel proprio paese.

È successo in tante occasioni storiche e con tantissime etnie e culture diverse. È successo con i cristiani nell'antica Roma, con gli ebrei nel medioevo, con gli italiani ad Aigues Mortes nel 1893, nella Germania nazista e infine a Rosarno in Italia. La differenza tra eventi del genere e un piccolo, misero per quanto incivile video su Youtube è abissale, è vero, ma quel che conta è l'atteggiamento e il sentire, e sono in tanti a dire che sì, la signora aveva ragione, magari sbagliando contesto e toni, ma con un messaggio corretto.

 
E sono stati e saranno in tanti a indignarsi chiedendosi se una persona non può forse più manifestare un'opinione? E ancora altri diranno che in effetti in Inghilterra (ma anche in Italia) non c'è lavoro per gli inglesi, figuriamoci per gli stranieri. E qualcuno forse sentirà il clima e penserà bene di cavalcarlo, non per altro, ma solo perchè in effetti cavalcare una rabbia deviata è più facile che costruire, sempre. E questo è veramente imperdonabile, non gli insulti razzisti di una persona disturbata, ma il fatto che in un momento di crisi in tanti possano essere pronti a farli propri per trovare una facile risoluzione ai problemi e altrettanti siano pronti a costruire la propria fortuna sulla rabbia e ancora di più sulla paura.
 
In un mondo in cui un video appare su internet e riceve milioni di visualizzazioni in una settimana è inammissibile l'abbandonarsi a un simile sentire senza aver verificato documenti, informazioni e realtà, senza essersi posti delle domande e aver trovato risposte concrete, senza essersi presi la briga di controllare se è vero che gli stranieri ci portano via il lavoro, o se i reati sono veramente commessi da loro o se qualunque pensiero ci sia venuto in mente sia suffragato da una solida base di realtà. Nel 2011 il problema non è la singola persona disturbata, ma lo sono tutti quelli che disturbati non lo sono e che tuttavia per pigrizia non controllano, verificano analizzano un sentire o un'informazione, perchè lasciarsi trasportare in una società in stato di crisi è facilissimo, ma capire la realtà e farsi un'idea è giusto.

Di seguito è possibile vedere il video. Il filmato contiene espressioni esplicite.

 



Gio, 01/12/2011 - 11:05 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Donna anziana e rom al volante, pericolo costante

pregiudiziIl sondaggio di AVC: Quali pregiudizi contengono secondo te un fondo di verità?

Le possibilità che si realizzino le tre condizioni espresse nel titolo sono molto poche, ma se per caso dovesse succedere, non dite che non vi avevamo avvertito. Cosa significa questa frase? Beh, provate a immaginare alcuni dei pregiudizi più comuni sulle abilità di stare alla guida di un auto collegate al sesso, all’età o all’etnia della persona, e capirete bene di cosa parliamo. Certo, certo, noi siamo tutti personcine per bene, non ci lasciamo guidare dai pregiudizi e mai, quando facciamo una telefonata in un ufficio da Roma in giù senza ottenere risposta, ci verrebbe da esclamare: “Incredibile la poca voglia di lavorare dei meridionali!”. No, ovviamente.

La nostra è una società che predica la tolleranza e l’apertura mentale, e noi siamo cittadini che non si fanno infinocchiare da idee stereotipate e fatte apposta per mettere d’accordo le masse non pensanti. No, per carità. Infatti è molto poco probabile che, quando sentiamo al telegiornale di una rapina messa in atto da un giovane tunisino, seguita dalla notizia dell’ennesimo sbarco di clandestini sulle nostre spiagge, a noi venga in mente che “beh, in fondo tutti ‘sti clandestini finiscono tutti per essere delinquenti”. E sedute a un tavolo con le amiche, a fare l’aperitivo, quante volte abbiamo esclamato, senza pensare che quello fosse un pregiudizio, che “gli uomini pensano tutti solo al sesso”? Qualche esempio, è vero, ma quando si tratta di pensare in coro gli esempi sui luoghi comuni si sprecano. Dai pregiudizi, diciamo la verità, non si salva nessuno. Né in entrata né in uscita. Alcuni sono innocui, servono a far conversazione quando quest’ultima langue, ma certo non arricchiscono il pensiero e i ragionamenti di chi ne è, suo malgrado, cultore.

Sulla nostra pagina Facebook abbiamo dedicato proprio ai pregiudizi un sondaggio, e i risultati sono interessanti. Perché se è vero che la cosiddetta rabbia stradale se la prende con tutte le categorie di cui sopra, il posto d’onore, in classifica, tocca alla percezione della politica. Corrotti tutti, senza differenze. E non è bello che, in periodo elettorale, la gente vada a votare con quest’idea. Ovviamente sappiamo bene, e non è difficile crederlo, che la maggior parte dei pregiudizi sono e saranno basati sempre su ciò che è diverso. Razza (“i neri hanno senso del ritmo”, religione (“gli ebrei non sono di manica larga”), sesso. Ma, battute e innocenti percezioni a parte, non bisogna mai dimenticare che di pregiudizi si nutrono l’odio e l’intolleranza. Proprio sugli stranieri, poi, ci dovremmo soffermare. Noi italiani più degli altri. Ricordandoci quello che veniva scritto, cento anni fa, sugli zii d’America i cui nipoti, oggi, avranno sicuramente fatto successo, ma che quando sbarcavano negli Stati Uniti venivano descritti, in una lettera dell’Ispettorato  per l’immigrazione del Congresso, nell’ottobre 1912, in questo modo:

"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. (…) si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro".

Per colpa di queste descrizioni e dei pregudizi che ne conseguirono, le difficoltà affrontate dagli immigrati italiani che cercavano fortuna in America furono doppie, triple, rispetto agli altri. E, forse, qualche pregiudizio così resiste ancora. Sicuramente hanno resistito a lungo se nel 1973 Richard Nixon affermava questa cosa qui: “Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”. 

Foto di Giorgio 1972



Vorrei la pelle nera! Il basket italiano contro il razzismo

"Siamo tutti dalla parte di Abiola Wabara, e per questo ci coloriamo il volto". Più efficace di così non si può. Il manifesto della Federbasket di Dino Meneghin è un vero inno alla tolleranza zero per tutti i razzisti che popolano le tribune e gli spalti del basket italiano. Dopo l'episodio vergognoso che ha visto come protagonista la cestista della Bracco Sesto San Giovanni Abiola Wabara, italiana di origini nigeriane insultata dai cori razzisti degli ultras e perfino raggiunta dagli sputi, il basket ufficiale non è rimasto a guardare.

E con un'immediatezza di reazione che il calcio può soltanto invidiare, ha pubblicato un manifesto, rivolto a tutti i tesserati, che inizia così: "Vorrei la pelle nera per potermi riconoscere al fianco di Abiola Wabara come un fratello, come una sorella, e farle sentire tutta la mia solidarietà". E nel comunicato della Federazione Italiana Pallacanestro si legge ancora: "La Fip vuole chiarire a voce alta che è contro ogni tipo di razzismo. Il basket è sempre stato caratterizzato dalla multirazzialità. I giocatori stranieri e di altre etnie hanno, nel tempo, permesso al nostro sport di crescere e di affermarsi. La Fip chiede a tutte le componenti del movimento e agli appassionati, nella prossima giornata di campionato, di colorare la propria pelle con un segno nero, ben visibile, in rappresentanza dei colori di tutte le etnie, per sentirci tutti uguali".

Fin dalle partite del giovedì, in cui alcuni giocatori hanno attaccato al viso degli adesivi neri come simbolo della loro adesione, fino alle partite del weekend, che coinvolgono tutte le squadre di campionato, il messaggio più forte contro il razzismo nello sport stavolta parte dalla lunetta. Nonostante, paradossalmente, gli ultras Eagles Cantù e Ultras Como accusati di razzismo da Wabara affermino che da parte loro non ci sono mai stati insulti, e che, piuttosto, è la giocatrice ad essersi inventata tutto e a dover fare loro delle scuse. La giocatrice li ha però ignorati, dichiarandosi felicissima dell'iniziativa della Federazione. "Spero che davvero serva a qualcosa, e che episodi come questo non avvengano più", ha dichiarato Abiola, che è nata a Parma 29 anni fa e ha giocato per molto tempo negli Stati Uniti. Sicuramente, finché ci saranno iniziative come quella del presidente Meneghin, si tracciano confini netti su ciò che è ammesso o meno nei palazzetti. Perché le mezze parole, le dichiarazioni ambigue e la mancanza di prese di posizione di cui il calcio ufficiale si è fatto portatore in situazioni come questa, non ha affatto aiutato a dare un messaggio chiaro contro il razzismo nello sport.

Foto di Danepstein



Gli italiani si chiameranno anche Pedro e Moustafà

"Il problema, secondo me, è quasi sempre la pigrizia. Ovviamente mi riferisco alla pigrizia mentale che impedisce alle persone
di andare al di là di un pensiero preconfezionato, standardizzato, a cui è facile aderire. Eppure basterebbe aprire gli occhi e guadarsi intorno per capire, e finalmente accettare, che si può essere italiani e chiamarsi Pedro, Moustafà, Mohammed". O anche Pap Khouma. Lo scrittore senegalese, autore di Io, venditore di elefanti e del recente Noi Italiani Neri (B.C. Dalai, 159 pagg.), vive in Italia dal 1984 ed è cittadino italiano a tutti gli effetti.

Dirige una rivista, El Ghibli, e lavora in una libreria del centro di Milano. Quando lo sentiamo sta per partire per Dakar: torna a "casa" dopo tantissimo tempo. "E' strano tornare in un posto dove sei nato e pensare che, comunque, casa mia, quella verso cui sento l'appartenenza vera, di pancia, è l'Italia. D'altronde è qui che sono cresciuto davvero, come uomo e come scrittore. Poi però penso anche a una cosa curiosa. Anche in Senegal ci sono pregiudizi, che solitamente si concentrano su noi che viviamo in altri paesi. Ma la cosa positiva è che, a differenza di qui, nessuno lì strumentalizza questo pregiudizio in maniera politica. Il razzismo da quattro soldi, quello becero e accartocciato su se stesso, rimane comunque un discorso da bar, senza dignità da tribuna".

Nel suo divertente libro Khouma racconta diversi aneddoti della sua vita milanese, come quando, mentre sfilava per festeggiare una vittoria del Milan degli africani Desailly e Weah, venne aggredito da un ultrà milanista che rifiutava l'idea che due neri (lui e suo figlio, nato in Italia 15 anni fa) potessero urlare di gioia per una squadra italiana. "Si tratta, come dicevo già, di un mix di pigrizia mentale, strumentalizzazione politica e rifiuto totale dell'evidenza. Ma anche di automatismi. Sennò non si spiegherebbe perché, quando vado in un ufficio in cui serve esibire un documento, dopo aver presentato una regolare carta di identità italiana, mi venga puntualmente chiesto il permesso di soggiorno. Che, in quanto italiano, ovviamente non ho. Per non parlare del fatto che tutti si rivolgano a me dandomi del Tu".

Khouma ride di queste disavventure, anche se è ben consapevole del fatto che il vizio tutto italiano di liquidare tutto con una battuta è uno dei maggiori ostacoli alla reale comprensione dei problemi.
Ha un figlio, nato in Italia dalla sua compagna, italiana. "Mio figlio non sente assolutamente questo problema, se gli parlo di razzismo mi ride in faccia, lui si sente italiano a tutti gli effetti e spesso si fa delle gran risate quando gli capita di andare in giro con la madre. Perché fin da quando era piccolo, ogni volta, succede che le persone non credano che sua madre sia bianca. E insistono sul fatto che mia moglie lo avrebbe adottato senza volerlo dire. Alcuni obiettano perfino che è evidente, ha un viso brasiliano, che è adottato ce l'ha scritto in faccia. Ora, io ringrazio che mio figlio sia dotato di tanta ironia, ma la gente ha una presunzione che fa paura, perché è determinare a confermare le proprie certezze piuttosto che capire davvero chi ha davanti".

Questa abitudine di voler confermare i pregiudizi che abitano nella propria testa piuttosto che farsi muovere da una curiosità positiva è forse uno dei freni maggiori a una società davvero tollerante. Perché non si permette all'altro di dare una risposta, di raccontare la propria storia, perché semplicemente non lo si ascolta. Quasi come se fosse insopportabile accettare una versione che non è quella che si immagina o che viene raccontata dalla televisione. "E' anche per questo che il razzismo è cresciuto. Soprattutto perché certi atteggiamenti sono stati sdoganati, non si ha più vergogna di dire Io sono razzista. Anzi, lo si rivendica con orgoglio. L'unica speranza sono i più piccoli, ed è dall'educazione che bisognerebbe ripartire. E chissà che un giorno loro, adulti nuovi di questa Italia, non possano semplicemente ridere dei nostri stupidi errori".

Foto di Daniela Benelli



Brembate, quando la xenofobia è più forte della verità

“Non è mica per essere razzisti, ma se per caso dovesse essere marocchino…”. La ragazza con i capelli ossigenati passeggia per le strade della sua Brembate e non conclude la frase, dando a questa sospensione tutto un pathos che sa di recriminazione meditata da lungo tempo. Sabato sera e notizie filtrate, a una settimana dalla scomparsa della tredicenne Yara sembra finalmente esserci qualcuno, un volto, un nome: Mohamed Fikri, ragazzo marocchino intercettato dalla polizia mentre sta tornando in nave a Tangeri. Le voci si autoalimentano, a un certo punto si parla perfino di confessione, Fikri diventa un mostro e per le strade del paesotto della provincia bergamasca compaiono i primi cartelli senza appello: “I marocchini fuori da Brembate”. Un caso, quello di Yara, che finora si era distinto da quello più mediatico di Avetrana proprio per il silenzio ostinato dei Brembatesi, un caso che ha un solo testimone, Enrico Tironi, che guarda caso indica tra i possibili colpevoli della sparizione della tredicenne un uomo straniero.

Ma tra sabato sera e domenica mattina il silenzio viene sopraffatto da un sillogismo che in qualche modo sembra far tornare tutto: un marocchino fermato non può che essere un marocchino colpevole. La pista straniera, come in un vecchio film di spie, nonostante sia la meno probabile sembra convincere tutti. Dopotutto stava scappando, no? È lunedì pomeriggio, e mentre la neve scende fitta su Brembate si sciolgono uno ad uno gli indizi che hanno portato al fermo del 21enne marocchino. Soprattutto uno, ovvero una sua frase intercettata al telefono. Una frase che a una prima, goffa traduzione sembrava un’invocazione di perdono ad Allah per un omicidio commesso. E che, più opportunamente tradotta, è solo una banale imprecazione contro chi, dall’altro capo della linea, non risponde alla sua telefonata.

Nella provincia in cui le industrie e i cantieri fanno lavorare centinaia di ragazzi come Fikri, il datore di lavoro del ragazzo interviene in sua difesa, affermando di averlo avuto accanto nelle ore in cui Yara è scomparsa. E che la cosiddetta fuga erano in realtà ferie programmate da tempo, da mesi. Il gip dispone la scarcerazione, e probabilmente non sarà nemmeno tra gli indagati. Ma una volta ancora non è questo il punto. Le indagini possono prendere direzioni sbagliate, succede ed è normale. Quello che non è normale è che l’extracomunitario delinquente, catalizzatore di tutti i mali e profanatore della sana, prevedibile vita di paese, è una soluzione che rimane sempre lì, a portata di mano di chi non aspetta che un pretesto per dire, una volta di più, quanto il marocchino (l’albanese, il tunisino, il rumeno) sia il punchball preferito per chi il male lo vede solo fuori dalla porta di casa sua.

Il “dalli al marocchino” alla Azouz Marzouk del caso di Erba, quello in cui cascarono come dilettanti anche il Corriere della Sera e Repubblica, è una tentazione a cui si cede senza temere di far la figura dei razzisti, perché se una volta su dieci capita che il colpevole sia davvero straniero ebbene, quella sarà la giustificazione per aver pensato male tutte le altre volte. Così all’inizio si segue l’immancabile pista straniera per Sarah Scazzi (in quel caso i fantomatici colpevoli erano romeni), così la piccola Erika di Novi Ligure non esita a indicare come assassini della madre e del fratellino dei rapinatori venuti dall’Est Europa. Proprio in questi giorni il cardinale Dionigi Tettamanza ha affermato “davanti ai gravissimi fatti di cronaca di questi giorni prego perché non si sovrapponga a tutti gli immigrati la categoria della delinquenza”. Un’ovvietà, come afferma anche Adriano Sofri. Ma a volte è un crimine anche il solo astenersi dall’affermarle,  queste ovvietà. L’unica cosa certa è che in questo momento di Yara non si sa ancora nulla, e che se un assassino o un rapitore ci sono, sembra stupido e anche inutile soffermarsi sulla sua nazionalità. Perché cosa cambia, nel dolore e nell’attesa di una famiglia, se il colpevole sarà italiano o straniero? E quanto cambierebbe, in termini di civiltà, arrivare un giorno a non porsele nemmeno più queste domande?

Questo mentre dall’altra parte d’Italia, a Lamezia Terme, agli antipodi dell’operosa Brembate, si celebrano i funerali dei sette ciclisti travolti da un uomo alla guida di un auto domenica mattina. Forse sotto l’effetto di stupefacenti, forse senza patente, di sicuro marocchino. Qui non c’è neve a dissimulare gli indizi, non c’è una comunità per cui ogni scusa è buona per nascondersi dietro al capro espiatorio straniero. C’è solo il dolore di sette famiglie distrutte, il resto lo fanno i media. Gli stessi che accentuano l’aggettivo piuttosto che il sostantivo. Che mettono la parola Marocchino prima di quella Uomo. La comunità marocchina di Lamezia è una delle più numerose e meglio accolte della Calabria. Si stringe subito attorno ai familiari dei ciclisti, offre le proprie preghiere (in una Moschea costruita senza polemiche e difficoltà). In ogni caso la questura, per evitare problemi e per ragioni di sicurezza, ha sconsigliato la presenza nordafricana ai funerali. Solo più tardi si verrà a sapere, nonostante le strumentalizzazioni mediatiche, che Ciafik El Ketani, il ragazzo alla guida dell’auto, è nato a Lamezia, dove vive da sempre con la sua famiglia, figlio di un grossista di abbigliamento tra i più importanti della zona. Praticamente italiano. La patente gli era stata ritirata sette mesi fa per un sorpasso in curva, ma da poco l’aveva riottenuta. Una testa calda, probabilmente, un ragazzo la cui negligenza ha portato alla tragica morte di sette persone. E che come chiunque dovrà pagare per il reato commesso. A prescindere dal colore della pelle.

Foto di Hop-Frog



Il razzismo spiegato con l'economia

L'economista Tim Harford, editorialista del Financial Times, ci ha raccontato di come a volte, a parità di curriculum, un datore di lavoro scelga lavoratori bianchi piuttosto che neri. Ma solo perché ritiene di fare la scelta economicamente più conveniente. E come spiega nel suo libro La logica nascosta della vita (Sperling&Kupfer), basterebbe che tutti pensassimo in modo oggettivo all'immigrazione e alle sue conseguenze. Per renderci conto che, nella maggior parte dei casi, si tratta di inutili pregiudizi.