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Pubblichiamo un post scritto da Roberta Russo che ci racconta la storia di Mohamed, un adolescente somalo la cui già difficile vita è stata definitivamente distrutta da un bombardamento che l’ha lasciato orfano e solo. La storia di Mohamed è purtroppo la storia di migliaia di altri ragazzi, cui Roberta e molte altre persone cercano di dare aiuto, in un angolo d’Africa tra i più difficili.
Era un giorno come tanti altri. Come sempre, il cielo non era sereno. Ma non erano le nuvole ad offuscare la luce del sole: era il solito fumo che segue i bombardamenti.
Mohamed si sente fortunato. E’ cresciuto senza conoscere la pace, quindi non realizza che, in altri posti del mondo, i ragazzini come lui si svegliano la mattina senza sentire il rumore degli scoppi e sulla strada per la scuola non trovano macerie e cadaveri.
Mohamed è fortunato perché, nonostante la guerra, riesce ancora ad andare a scuola. Ha voglia di studiare per, un giorno, riuscire ad avere un lavoro e abbastanza soldi per sfamare la famiglia. Se possibile, vorrebbe rimanere nel suo Paese, ma ha sentito dire che all’estero non c’è la guerra ed è curioso di andare a vedere come si vive in pace.
A inizio luglio scorso, come ogni mattina, Mohamed si veste, saluta la famiglia e si incammina verso la scuola. E’ un ragazzo privilegiato. La sua famiglia vive in un palazzo in un’area residenziale di Mogadiscio, dove le bombe scoppiano meno spesso che in altri quartieri. Verso ora di pranzo Mohamed torna a casa e, svoltato l’angolo, l’incubo inizia.
Inizialmente dubita di ciò che gli sta davanti, si sente confuso, gli sembra di sognare o forse spera di star sognando. Il suo palazzo non c’è più. “Tutto era raso al suolo. Avevo davanti uno spazio enorme con pezzi di cemento e pezzi di cadaveri.” Mohamed si ferma. La voce gli trema e non riesce a parlare. Ma riprende a raccontare solo pochi secondi dopo essersi fermato. Ha bisogno di raccontare a qualcuno quello che ha vissuto. “Non riuscirò mai a togliermi quelle immagini dalla testa. Ho paura di diventare pazzo. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo teste, braccia e gambe in mezzo alle macerie, pezzi dei miei genitori: ho paura di impazzire.” dice scuotendo la testa nervosamente, come se volesse scrollarla e far uscire quelle immagini da incubo.
Tutta la famiglia di Mohamed è scomparsa in una mattina. In quella casa non vivevano solamente i suoi genitori, ma anche i suoi zii e cugini. A 16 anni Mohamed ha dovuto prendere in mano la sua vita, decidere cosa fare per salvarsi, chiedendosi perchè lui fosse l’unico sopravvissuto e se non fosse troppo difficile decidere di andare avanti da solo.
Mohamed ha fatto una colletta tra le famiglie del quartiere e ha deciso di partire. Ha camminato per 10 giorni per uscire da Mogadiscio con il cuore in gola per la paura di essere agggredito, dormendo sotto alberi, senza avere ne’ cibo ne’ acqua. E’ arrivato in Kenia e ha ancora paura, paura di affrontare una vita da solo. Per il momento, l’Imam della moschea del campo profughi di Dadaab gli permette di dormire dentro la moschea la notte, ma senza coperte nè una stuoia dove sdraiarsi. Ma Mohamed sa che non potrà durare a lungo e che l’Imam è troppo povero per poter prendersi cura di lui a lungo.
Quasi 50.000 persone vivono in Italia come rifugiati e piu’ di 30.000 persone hanno presentato domande d’asilo nel 2008. Molte di queste persone hanno vissuto storie anche piu’ traumatiche di quelle di Mohamed e migliaia di adolescenti come lui si ritrovano in Italia completamente soli, senza una guida e senza più speranze di poter avere una vita felice. L’interazione con la gente che li circonda è spesso dolorosa perche’ arrivano a sentire l’ostilità delle persone, che non capiscono come siano arrivati in Italia nè perche’.
I rifugiati non hanno lasciato il loro Paese per scelta e tutti i cittadini del mondo hanno la responsabilità morale di cercare di alleviare la loro sofferenza, anche solo sorridendo e ascoltando le loro storie.

Mai visto disperazione più profonda negli occhi di una donna. Hodan è fuggita da Mogadiscio, dalla guerra, dalla fame e da suo marito. Pensava di aver portato con sè tutto quello che aveva, ossia i suoi figli, ma purtroppo ha perso anche quelli.
Da quando la violenza e’ riscoppiata a Mogadiscio agli inizi di maggio, piu’ di 250.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per salvarsi la vita. Molte donne si sono ritrovate a fuggire da sole con i propri figli, a non avere altra scelta che vendere il proprio corpo per pagarsi il viaggio in uno squallido pulmino che portasse loro stesse e i loro figli in salvo fuori dalla capitale. Tutto ciò per ricominciare, in un posto sconosciuto, a combattere ogni giorno per sopravvivere, per trovare la forza di stringere i denti e andare avanti pur avendo costantemente sotto gli occhi lo sguardo dei propri bambini affamati e non sapere come e dove trovare da mangiare.
Ho incontrato Hodan in un campo profughi alla frontiera tra i Kenya e la Somalia. Con le lacrime agli occhi mi ha spiegato che non potrà più tornare a casa e che è riuscita finalmente a scappare dopo essere stata rinchiusa in una stanza buia, con i piedi legati ad un letto, per trenta lunghi giorni. Suo marito l’ha rinchiusa in una stanza quando ha capito che aveva intenzione di scappare dalla Somalia e portare in salvo con sè i suoi bambini. “Miracolosamente i miei vicini di casa sono riusciti ad entrare in casa e a liberarmi. Sono scappata con i miei due bambini senza portare niente con me, non ce n’era il tempo, avevo troppa paura. Pensavo di aver raggiunto la salvezza in Kenya, ma mio marito mi ha raggiunto per riprendersi i bambini due giorni dopo il mio arrivo. Non posso vivere senza i miei bambini” dice Hodan, con le lacrime che le segnano il viso, toccandosi le cicatrici che le corde che l’hanno tenuta progioniera per un mese le hanno lasciato alle caviglie.
Hodan è fuggita in Kenya ma avrebbe potuto scegliere di raggiungere lo Yemen per poi arrivare in Italia, come fanno molti altri rifugiati somali. Hodan non ha scelto di lasciare il suo Paese, è stata costretta. Hodan non ha scelto di nascere in un paese dove il mancato dialogo tra i vari gruppi tribali ha portato a 18 anni di guerra ininterrotta. Hodan non ha scelto di ritrovarsi in un Paese sconosciuto, del quale non capisce nè la lingua nè la cultura, per lottare per la propria sopravvivenza. L’assistenza datale dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Kenya non è sufficiente e Hodan deve affidarsi, come tutti gli altri 300.000 profughi, al buon cuore dei kenioti o di altri profughi arrivati in Kenya prima di lei, sperando che dividano “quel niente” che hanno con lei.
Hodan e’ vittima della mancanza di dialogo nel suo paese e della mancata integrazione dei popoli che vivono in Somalia, che ha portato al conflitto. Oggi Hodan potrebbe essere vittima della discriminazione del popolo keniota che non vuole dividere la propria terra e la propria acqua con i profughi. In italia, centinaia di migliaia di profughi costretti a scappare da situazioni di conflitto e mancata integrazione si ritrovano nelle nostre citta’ a lottare contro lo stesso nemico: la diffidenza, l’egoismo, la mancata apertura al dialogo.
I profughi non hanno scelto di vivere la vita che hanno, ma noi possiamo scegliere. Scegliere di essere aperti al dialogo, di non vittimizzare persone che hanno gia’ tanto sofferto e che, se potessero, tornerebbero a casa loro. Noi possiamo scegliere di imparare dagli altri, di guardare a cio’ che ci accomuna e cio’ che ci differenzia, di rispettarlo, di insegnarlo ai nostri figli. Noi, personalmente, nel nostro piccolo, possiamo insegnare al mondo che il dialogo e l’integrazione sono la soluzione al male del mondo. Noi, tutti noi, possiamo cambiare il mondo, solo volendolo.
Roberta Russo è testimone diretta delle difficoltà alla base del confronto tra differenti culture e parla della sua esperienza personale proprio dal luogo dove lavora: il campo rifugiati di Kampala, in Uganda.
E racconta, con molta semplicità, la storia difficile delle persone con cui vive e si confronta ogni giorno, persone spesso vittime di tragedie ingiustificabili.
Il suo compito è proprio quello di raccontare le loro esperienze al mondo, perché possano essere aiutate e sostenute.
Roberta è nei campi dei rifugiati per parlare con donne e bambini, per ascoltare i loro sogni e le loro speranze. E per imparare da loro. Imparare che, anche con poco, si può essere generosi, che le differenze possono essere una ricchezza, e che i sogni sono uguali per tutti.
Per lei un mondo unico è possibile, ma è importante conoscere e apprezzare ogni cultura nella sua diversità.