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Firenze e Torino: razzismi figli dell’ignoranza

comunita-senegalese-razzismo-firenze-torinoIl razzismo torna prepotentemente nell'attualità del paese dopo l'omicidio di due senegalesi a Firenze da parte di un estremista di Casa Pound e il dramma del campo nomadi incendiato a Torino dopo una falsa violenza sessuale.

La notizia di ieri è drammatica e insensata: l'omicidio di due senegalesi e il ferimento di altri tre a Firenze, perpetrato in pieno giorno tra il mercato di Piazza Dalmazia e quello di San Lorenzo. A premere il grilletto un uomo di cinquant'anni, attivo in alcuni ambienti di estrema destra e in possesso di porto d'armi, morto suicida appena accerchiato dalla polizia.

La notizia di sabato scorso è quella di un rogo in un campo nomadi, ugualmente drammatica e anche più insensata: è successo a Torino, dove una ragazza per nascondere alla famiglia la propria "prima volta" con il fidanzato ha inventato una violenza sessuale da parte di alcuni membri della comunità rom. La spedizione punitiva che ne è seguita ha portato alla distruzione tra le fiamme di un campo nomadi, senza rispetto per la presenza di bambini, donne o uomini.

Si parla e si è parlato di gesti folli, dettati nel primo caso dall'esasperazione e dalle condizioni di salute di un uomo ormai solo, nel secondo dall'esasperazione di una comunità e dalla bravata di una ragazza dettata dalla paura, ma rimane la realtà ingiustificabile della morte di persone innocenti, di una vendetta cieca e indiscriminata dettata dall'ignoranza e dalla paura in un'eterna guerra tra poveri.

Rimangono anche le realtà in cui i due episodi sono maturati, prima che la violenza esplodesse: in un caso quelli dell'ideologia di estrema destra in cui il killer di Firenze si riconosceva, un intellettuale, dice chi lo conosceva, vicino alle idee fasciste di Romualdi e alla filosofia esoterica di Julius Evola. Nel secondo caso gli ambienti di un quartiere torinese, quello delle Vallette, in cui l'integrazione tra immigrati e torinesi non si è mai venuta a creare, in una situazione di tensione esacerbata dall'alto tasso di disoccupazione.

Due storie di cronaca, due storie di povertà estrema, quella economica e di mezzi delle vittime, e quella più subdola e strisciante dei carnefici, che nasce dall’ignoranza e si alimenta di pregiudizi, cullandosi nella bieca convinzione di avere la verità in tasca.

Ha fatto bene il sindaco di Firenze, Matteo Renzi a proclamare il lutto cittadino, nel caso qualcuno si stesse ancora domandando se gli stranieri in Italia siano o no, di fatto, dei concittadini. Oggi i negozianti fiorentini chiudono le saracinesche dalle 12.00 alle 12.10, i bar e i locali notturni dalle 23.30 alle 23.40, i lavoratori pubblici osservano un minuto di silenzio all’inizio del loro turno di lavoro, e le scuole un momento di riflessione. Una partecipazione doverosa della città al dolore della comunità senegalese.

E ha fatto bene il portavoce della comunità senegalese di Firenze, Pape Diaw a usare parole dure ma pacate: “Non voglio incolpare nessuno ha detto ma a me risulta che fosse di estrema destra e che fosse stato segnalato”. Sabato a Firenze i suoi connazionali, ma non solo, scenderanno in piazza, per partecipare a una grande manifestazione, che Pape Diaw assicura sarà pacifica “perché la non violenza è importante. Dovremo fare sentire tutti assieme la nostra voce perché quello che è accaduto a Firenze non deve più accadere”. Come dargli torto?

Quando le indagini saranno chiuse, sarà bene ricordare ancora una volta che l'integrazione non nasce dal nulla, che il terrore (perché la violenza è fisiologicamente figlia della paura) si sconfigge attraverso la conoscenza, la cultura, il pensiero, il confronto.

E sarà bene ricordare una cosa importante: che noi, tutti, siamo esseri umani, e come tali abbiamo la possibilità di pensare, riflettere, decidere, senza essere schiavi degli istinti più bassi. A Firenze c'è qualcuno che questo lo sapeva sin dal 1300. Parliamo del "divin poeta", il Dante Alighieri, che in bocca a Ulisse metteva queste parole:

"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza"

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Donna anziana e rom al volante, pericolo costante

pregiudiziIl sondaggio di AVC: Quali pregiudizi contengono secondo te un fondo di verità?

Le possibilità che si realizzino le tre condizioni espresse nel titolo sono molto poche, ma se per caso dovesse succedere, non dite che non vi avevamo avvertito. Cosa significa questa frase? Beh, provate a immaginare alcuni dei pregiudizi più comuni sulle abilità di stare alla guida di un auto collegate al sesso, all’età o all’etnia della persona, e capirete bene di cosa parliamo. Certo, certo, noi siamo tutti personcine per bene, non ci lasciamo guidare dai pregiudizi e mai, quando facciamo una telefonata in un ufficio da Roma in giù senza ottenere risposta, ci verrebbe da esclamare: “Incredibile la poca voglia di lavorare dei meridionali!”. No, ovviamente.

La nostra è una società che predica la tolleranza e l’apertura mentale, e noi siamo cittadini che non si fanno infinocchiare da idee stereotipate e fatte apposta per mettere d’accordo le masse non pensanti. No, per carità. Infatti è molto poco probabile che, quando sentiamo al telegiornale di una rapina messa in atto da un giovane tunisino, seguita dalla notizia dell’ennesimo sbarco di clandestini sulle nostre spiagge, a noi venga in mente che “beh, in fondo tutti ‘sti clandestini finiscono tutti per essere delinquenti”. E sedute a un tavolo con le amiche, a fare l’aperitivo, quante volte abbiamo esclamato, senza pensare che quello fosse un pregiudizio, che “gli uomini pensano tutti solo al sesso”? Qualche esempio, è vero, ma quando si tratta di pensare in coro gli esempi sui luoghi comuni si sprecano. Dai pregiudizi, diciamo la verità, non si salva nessuno. Né in entrata né in uscita. Alcuni sono innocui, servono a far conversazione quando quest’ultima langue, ma certo non arricchiscono il pensiero e i ragionamenti di chi ne è, suo malgrado, cultore.

Sulla nostra pagina Facebook abbiamo dedicato proprio ai pregiudizi un sondaggio, e i risultati sono interessanti. Perché se è vero che la cosiddetta rabbia stradale se la prende con tutte le categorie di cui sopra, il posto d’onore, in classifica, tocca alla percezione della politica. Corrotti tutti, senza differenze. E non è bello che, in periodo elettorale, la gente vada a votare con quest’idea. Ovviamente sappiamo bene, e non è difficile crederlo, che la maggior parte dei pregiudizi sono e saranno basati sempre su ciò che è diverso. Razza (“i neri hanno senso del ritmo”, religione (“gli ebrei non sono di manica larga”), sesso. Ma, battute e innocenti percezioni a parte, non bisogna mai dimenticare che di pregiudizi si nutrono l’odio e l’intolleranza. Proprio sugli stranieri, poi, ci dovremmo soffermare. Noi italiani più degli altri. Ricordandoci quello che veniva scritto, cento anni fa, sugli zii d’America i cui nipoti, oggi, avranno sicuramente fatto successo, ma che quando sbarcavano negli Stati Uniti venivano descritti, in una lettera dell’Ispettorato  per l’immigrazione del Congresso, nell’ottobre 1912, in questo modo:

"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. (…) si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro".

Per colpa di queste descrizioni e dei pregudizi che ne conseguirono, le difficoltà affrontate dagli immigrati italiani che cercavano fortuna in America furono doppie, triple, rispetto agli altri. E, forse, qualche pregiudizio così resiste ancora. Sicuramente hanno resistito a lungo se nel 1973 Richard Nixon affermava questa cosa qui: “Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”. 

Foto di Giorgio 1972



Rom, in un paese civile i bambini non devono morire di povertà

“Viviamo in un paese con uno dei migliori sistemi sanitari del mondo, un dato riconosciuto a livello mondiale. Eppure sopportiamo che accanto alle nostre case vivano persone che hanno un’aspettativa di vita che non supera i 50 anni. Comè possibile?” Non ci va leggera Daniela Pompei, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati (Scuole di lingua, Centri di accoglienza e di ospitalità, assistenza a rifugiati e rom) e promotrice del movimento Genti di Pace. Come potrebbe, d’altronde?

La tragedia avvenuta nel campo rom di Tor Fiscale, a Roma, che ha visto morire in un rogo quattro bambini di 4, 5, 8 e 11 anni, non è che l’ennesima morte annunciata, risultato di un’indifferenza perpetrata nel tempo. Quella nei confronti dei rom che vivono nel nostro paese, poi, pare la più ostinata, quella che cerca perfino di trovare giustificazioni in pregiudizi nemmeno troppo elaborati. Che partono sempre da un’idea: i rom sono fatti così, e non cambieranno mai. “Una delle affermazioni più sbagliate che si possano fare, che suona più come una condanna”, spiega Pompei. “Perché poi, nel reale, succede invece che a ogni intervento concreto c’è sempre un riscontro positivo. E allora perché non provarci seriamente, soprattutto partendo dall’idea che i rom sono una popolazione formata in gran parte da bambini?”

I bambini sono un fondamentale punto di partenza per un’integrazione che abbia una qualche efficacia nel lungo periodo. E in questo percorso la scolarizzazione ha sicuramente un ruolo fondamentale. Se è vero che spesso è difficile far sì che i piccoli rom frequentino con assiduità, ogni volta che questo è successo la ripercussione positiva c’è stata all’interno del nucleo familiare e del campo di provenienza. “Proprio per questo abbiamo pensato a un programma come Diritto alla Scuola, Diritto al Futuro, finanziato con il fondo per l’inclusione sociale degli immigrati del Ministero del Lavoro e ha permesso l'inserimento a scuola dei bambini rom attraverso il sostegno alle loro famiglie. In pratica si tratta di una borsa di studio (100 euro mensili) che viene data alla famiglia del bambino che si impegnano a fargli frequentare la scuola con serietà, evitando le assenze ingiustificate.” Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, subito dopo la morte dei bimbi di Tor Fiscale, ha dichiarato che per far sì che tragedie come questa non succedano più bisogna sgomberare subito i campi abusivi. E procedere al trasloco dei nomadi in campi che rispondano a norme di sicurezza più rigide.

L’obiettivo è quello di arrivare alla costruzione di almeno dieci campi di accoglienza autorizzati, che consentiranno di offrire condizioni di sicurezza, presidi socio-educativi e un percorso di integrazione che sia di garanzia per i nomadi e per i cittadini romani. Ma non si tiene conto di due elementi fondamentali. Innanzitutto la stanzialità. Quella di definire nomadi rom presenti sul nostro territorio ormai da decenni (alcuni sono già arrivati alla quarta generazione) è un’abitudine che fa commettere molti errori. Come quello di pensare che non esistano altre soluzioni che i campi, vissuti da alcune famiglie come soluzioni precarie e marginalizzanti. Inoltre non si può non considerare che gli zingari in Italia sono davvero pochi, soprattutto se consideriamo che dei 150mila presenti almeno la metà è di nazionalità italiana. Quindi una soluzione abitativa non sarebbe poi impossibile. “La politica più urgente è quella della casa”, spiega infatti Pompei. “È un discorso molto serio. I campi possono andar bene per quelli appena arrivati, ma i rom che hanno fatto richiesta di una casa ai comuni italiani sono tantissimi. Il problema è che non riescono mai a essere tra i primi in graduatoria per l’assegnazione delle case popolari, in quanto ovviamente non hanno uno sfratto pendente. Ma iniziare dalla soluzione abitativa, abbinata alla scolarizzazione, dimostrerebbe come l’integrazione vera è possibile. E sarebbe un esempio, un modello per tutti gli altri.”

La chiave non è certo l’indulgenza a tutti i costi, anzi. Disciplina e severità nell’applicazione delle regole previste sono necessari affinchè aumenti la fiducia nei confronti di una popolazione che è la minoranza più discriminata d’Europa. Aprire un dialogo tra cittadini e rom è non solo possibile, ma doveroso. “Senza dimenticarci che quando eravamo noi gli immigrati, la descrizione che dava degli italiani il Dipartimento di Stato Americano era molto simile a quello di cui oggi noi ci lamentiamo rispetto ai rom”, conclude la dottoressa Pompei. “Siamo riusciti a uscire da una situazione di analfabetismo altissimo nel dopoguerra, i nostri immigrati in poche generazioni hanno fatto molte conquiste. Perché non possiamo far sì che lo sviluppo, il progresso che abbiamo raggiunto, si trasferiscano ai nostri immigrati, ai rom che vivono nelle nostre città?”

Marìka Surace

Foto di Francesco Paraggio



Giornata della Memoria, il ricordo contro l'indifferenza

Sono soprattutto gli studenti, di tutte le età, quelli che saranno più coinvolti in questa Giornata della Memoria,  quella nata in ricordo del 27 gennaio 1945, quando furono abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz.  Perché sono soprattutto loro quelli che devono ricordare, quelli che hanno bisogno di rinfrescare immagini forse solo studiate sui libri, ma che non potranno mai vividamente rendere quello che successe durante la Shoah.  

Undici anni fa il Parlamento italiano ha deciso di aderire alla proposta internazionale di creare un giorno in cui ricordare l’orrore del nazismo che diede luogo all’Olocausto. Una decisione più che giusta, visto che l’Italia non fu affatto estranea a quell’orrore, ma anzi biecamente complice. Un giorno su tutti, il 16 ottobre 1943: il rastrellamento di 1259 ebrei, di cui 1023 partirono in treno per il campo di concentramento polacco.Tra loro 244 bambini. Di tutti quelli partiti, ne tornarono solo 17. Per i sopravvissuti quei giorni sono rimasti come cicatrici sulla pelle, così come racconta in maniera lucida e commovente la biografia appena uscita di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d'Italia, deportata n. 81672 (Ondina Peteani, la lotta partigiana, la deportazione ad Auschwitz, l’impegno sociale: una vita per la libertà, Mursia, pagg. 274, prefazioni di don Andrea Gallo e Liliana Segre).

Oltre agli ebrei, erano considerati persone indesiderate anche i rom, gli omosessuali, i disabili. Ritenuti in qualche modo diversi, oggetto di persecuzioni interminabili e di trattamenti che resero la loro vita impossibile già prima della deportazione. Soprattutto su questo oggi dovrebbe puntare la Giornata della Memoria. A portare alla luce che la base di partenza per quello che successe dopo furono le discriminazioni. Il considerare alcuni uomini diversi dagli altri: per differenza etnica, per i comportamenti sessuali, per un difetto fisico. Evidenziando che questo modo di guardare agli altri non ha mai smesso di esistere. La nostra costituzione, quella della repubblica italiana, ha un articolo, il 3, che proprio sull’uguaglianza degli uomini fa perno. Ma basta guardarsi attorno, leggere la cronaca o i rapporti degli osservatori sui diritti umani, per capire che non è stato mai applicato pienamente.

Nei giorni scorsi l’Human Right Watch ha pubblicato un rapporto che non rende affatto onore all’Italia: il nostro paese viene bocciato per le politiche migratorie, e il paragrafo che ci riguarda si apre con questa frase: “La violenta razzista e xenofoba in Italia rimane un problema pressante.” Sotto accusa soprattutto i respingimenti dei migranti, frutto di una politica miope e senza scrupoli. Ma anche i fatti di Rosarno del gennaio 2010, condannati per l’assoluta mancanza di rispetto dei diritti umani. E, infine, il trattamento che Rom e sinti continuano a sopportare in Italia, che li porta a vivere un alto livello di discriminazione e povertà nonché deplorevoli condizioni di vita sia nei campi autorizzati sia in quelli abusivi. Il rapporto ricorda anche come il Comitato europeo per di diritti sociali del Consiglio d’Europa nell’ottobre scorso abbia pubblicato una “condanna per l’Italia per le discriminazioni nei confronti dei Rom” per “gli alloggi, l’accesso alla giustizia, all’economia e all’assistenza sociale.”

Proprio qualche giorno fa Angelino Alfano, ministro della giustizia, ha affermato che negare la verità è come uccidere per la seconda volta le vittime. E che è stato costituito un comitato tecnico per l’elaborazione di una normativa che preveda che il negazionismo sia reato. Ebbene, prima di una norma del genere, forse sarebbe il caso di far sì che il nostro paese elimini a priori politiche di ingiustizia e discriminazione. In modo che un giorno, magari, non ci sarà più niente da dover ricordare come monito. Affinché il passato non si ripeta.

Foto di Candido33



Stereotipi sui rom. Due lettori ci mandano una videointervista

Quanti luoghi comuni che girano sui nomadi nel nostro paese. Due giovani lettori ci mandano una videointervista con Marco Brazzoduro, docente di politiche sociali all'Università La Sapienza di Roma e studioso della situazione dei rom in Italia e in Europa.



Sorpresa: anche i rom imparano l'italiano


“In una delle nostre prime l’anno scorso c’erano due bambine rom da poco arrivate in Italia: una è Florentina, che è un po’ più grande di Elena, ed è anche sua zia (sorella della madre). Un giorno la maestra, avendo avuto difficoltà a parlare con la madre di Elena, apostrofa Florentina dicendole: “Di’ un po’ Florentina, come mai tu parli così bene l’italiano e tua sorella invece non spiccica nemmeno una parola?”. Florentina la guarda sorpresa, e si gira verso la classe con la faccia di una che pensa che la stiano prendendo in giro. Infine risponde col tono di una che sta dicendo un’ovvietà: “Ma maestra, ma non si ricorda che l’italiano me l’ha insegnato lei?”. Questo è un episodio che dà l’esempio di quale sia la normalità del nostro fare scuola”.

Simonetta Salacone, dirigente scolastico della scuola elementare romana Iqbal Masih (bambino simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan) da quest’anno in pensione, ha una lunga esperienza alle spalle, ma continua a stupirsi di fronte al candore con cui a bambini riescono a semplificare le grandi questioni. Quello che più conta, in questi giorni precedenti al rientro a scuola e già avvelenati da polemiche e scontenti, è quello che questa piccola grande signora è riuscita a fare in una scuola di periferia, con pochi fondi ma tanta determinazione.

Un circolo didattico con 719 iscritti, tra cui 36 stranieri e 44 rom. Tra gli stranieri circa il 70% sono bambini nati in Italia, che non è detto avranno la cittadinanza al diciottesimo anno d’età: “Pochi sanno che oltre alla continuità della permanenza sul territorio italiano ci vuole anche un reddito minimo garantito: è successo al nostro aiuto cuoco Dregan, un rom nato in Italia, che ha tre figli nati tutti qui ma che ha potuto prendere la cittadinanza italiana solo nel 2009 perché ogni volta mancavano poche centinaia di euro a raggiungere il minimo richiesto”, spiega Salacone.

Molti penseranno che uno degli ostacoli maggiori, in scuole con così alto tasso di stranieri, sia la lingua. Ma in realtà la difficoltà più grande è semplicemente la mancanza di fondi, perché senza quelli anche l’organizzazione di un laboratorio linguistico o di qualche ora in più con insegnanti per il tempo pieno diventa una montagna da scalare. Anche se poi i bambini un modo per comunicare lo trovano sempre e, di conseguenza, imparano. Un po’ di difficoltà in più nascono con i genitori. “Per fortuna ci sono le associazioni territoriali e i CPA (Centri permanenti per adulti), che vengono incontro anche alle necessità particolari per orari e compatibilità. Ma quello che più funziona sono gli eventi e le iniziative che coinvolgono tutti: penso alla Scuola della Pace della comunità di S.Egidio, ospitata dalla Iqbal Masih, che offre diverse attività di incontro e scambio a genitori di ogni provenienza geografica. E abbiamo anche organizzato dei corsi di informatica per mamme migranti”. Una scuola, quella della Salacone, che come altre sul territorio nazionale (ancora troppo poche, purtroppo), evita l’uniformità, la genericità, la burocratizzazione delle attività educative.

Lasciandosi al contrario permeare dalla cultura del territorio, leggendone risorse e bisogni, cercando soluzioni specifiche per ogni alunno. Impegnativo, certo. Ma sicuramente gratificante. “Le altre associazioni territoriali, le Asl, gli enti locali, ci cercano, vogliono collaborare con noi, cercando un coordinamento che semplifichi il raggiungimento delle finalità comuni. Se anche il comune vedesse in noi degli interlocutori, potremmo essere molto d’aiuto alla gestione di alcune politiche sociali. Penso agli sgomberi dei campi rom, alle collaborazioni nate in questi anni con alcuni dei rappresentanti delle comunità, delle osservazioni che siamo stati in grado di trarre nel tempo. Ad esempio, che la stanzialità accompagnata dall’integrazione scolastica dei bambini aiuta moltissimo il dialogo tra adulti”. Apertura contro chiusura, globale contro locale, partecipazione contro isolamento.

“La scuola è il luogo in cui si rinsalda la cultura italiana, attraverso la conoscenza delle discipline d’insegnamento che vanno apprese da tutti gli alunni che vivono nel nostro paese, e dall’altra è il luogo in cui si incontrano gli aspetti delle altre culture presenti sul territorio. D’altra parte è la scuola che porta i bambini (tutti!) nei musei e a visitare le bellezze del nostro paese, aiutando così a costruire il futuro di piccoli che un giorno saranno italo-rumeni, italo-bengalesi, italo-cinesi, italo-filippini e così via”.

Marìka Surace



Dom, 05/09/2010 - 20:37 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Perché i rom sono il bersaglio perfetto

bambini rom“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo. Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile. I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”. A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli. Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare. Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società”

Marìka Surace

Foto di Giorgia Serughetti