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Un presidente col burqa per la Francia?

burqa franceseLei è una vecchia conoscenza dei cronisti della politica francese, perché da sempre paladina della libertà di indossare velo, burqa, niqab e tutte le altre declinazioni che, per dogma religioso o costume, vuole che la donna si copra dagli sguardi pubblici.

Ma ora Kenza Drider, 32 anni e madre di quattro figli, vuole sfidare i laici francesi sul ring politico più importante in assoluto: le elezioni presidenziali. A pochi giorni dal divieto di preghiera in pubblico e sei mesi dopo l’introduzione di una multa per chi porta il velo per le strade d’oltralpe (che ha fatto proprio in questi giorni le prime due “vittime”: Najate Nait Ali e Hinda Amas, che hanno indossato il velo fuori casa, a Meaux, una cittadina a est di Parigi, beccandosi così due belle sanzioni da 120 e 1280 euro ciascuna), Kenza ha ufficializzato la sua candidatura all’Eliseo. L’intenzione, in realtà, l’aveva già manifestata lo scorso marzo, e la sua è ovviamente una provocazione alle ultime norme restrittive nei confronti della libera espressione di religione in Francia.
 
La Francia è il primo Paese europeo ad aver approvato un divieto generale del velo islamico integrale, legge che riguarda circa 2.000 donne nel Paese. La pena massima prevista è una multa di 150 euro. Secondo l’associazione “Touche pas à ma Constitution” (Non toccare la mia Costituzione), che milita contro questa legge, la metà delle donne che indossano il velo islamico integrale in Francia lo hanno levato da quando è entrata in vigore la norma lo scorso aprile. In Italia, a parte una legge del 1975 che vieta di stare in pubblico con il volto coperto (senza riferimenti a veli, ovviamente), non c’è ancora nulla, ma la Camera sta lavorando da un po’ a una legge specifica modella ta su quella francese, e a ottobre se ne riparlerà in Parlamento.
 
La Drider, comunque, è tutto tranne che una novellina della politica: attivista molto determinata contro la legge anti-burqa, la donna viene da Avignone e indossa il velo integrale da 13 anni. La sua campagna elettorale sarà sostenuta da un gruppo di multimilionari legati alle varie associazioni islamiche, e l’obiettivo delle sue ben congegnate operazioni mediatiche è di mettere in imbarazzo l’attuale presidente e il governo francese. E, a dire il vero, ci sta riuscendo benissimo.

Marìka Surace

Foto di FotoRita



Perché i rom sono il bersaglio perfetto

bambini rom“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo. Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile. I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”. A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli. Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare. Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società”

Marìka Surace

Foto di Giorgia Serughetti