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A scuola di integrazione all'Asnada di Milano

coloriUna scuola, ma anche molto di più. Perché tra le aule della Asnada di Milano Bovisa non si imparano a memoria solo le coniugazioni dei verbi irregolari, ma anche una materia che, forse, andrebbe inserita nel piano di studi di molti altri istituti: l’integrazione.

Tutto comincia circa due anni e mezzo fa, quando l'associazione Asinitas decide di mettere insieme le forze di insegnanti volenterosi e di un gruppo di animatori legati alla rivista Lo Straniero di Goffredo Fofi per dare vita a una scuola che apre le porte a tutti, senza discriminazione. Il 9 febbraio 2010, in un giorno freddo e nevoso, nasce Asnada, una scuola sperimentale di italiano per uomini e donne che vengono da ogni parte del mondo.

"Lo status non conta, quello che importa è la voglia di imparare", dichiara la coordinatrice Sara Honegger. Una libertà che nasce dal fatto di non reggersi su finanziamenti pubblici o privati, presupposto di indipendenza. Lo scopo? Quello di creare un luogo in cui profughi e richiedenti asilo possono davvero ricominciare a vivere. Si tratta degli stranieri a cui lo stato italiano offre un programma di protezione, lo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), ma Honegger spiega che l'apertura è rivolta a tutti, non è necessario che si tratti di profughi o meno. "Cerchiamo di dare a tutti un sostegno per ricostruirsi una vita in Italia, innanzitutto una lingua, ma poi anche la capacità di cercare un lavoro e di pensare a come uscire dai percorsi della marginalità". 

Ospitata dalla biblioteca rionale Dergano Bovisa, la scuola riesce a ospitare ogni anno circa 200 stranieri, e ha già accumulato una discreta esperienza coi profughi somali ed eritrei. Con l'inizio del nuovo anno ci si aspetta che ne arriveranno molti di quelli sbarcati sulle coste italiane durante l'estate, molti di quelli passati per Lampedusa. Il flusso di arrivi è continuo, ininterrotto, perché la scuola offre un'assistenza che va a colmare il vuoto che spesso si crea quando termina il periodo di accoglienza subito dopo lo sbarco, quando ancora non si hanno punti di riferimento stabili.

Alcuni si abbandonano con fiducia quasi disarmante alla nuova esperienza scolastica, altri sono invece più guardinghi, più diffidenti. Ma l'apprendimento è per tutti efficace, e grazie al metodo montessoriano la lingua diventa presto uno strumento che agevola la vita in Italia e la conseguente integrazione. Le feste, la condivisione, l'amicizia che nasce tra i volenterosi "scolari" fanno il resto. Non solo, dunque, una scuola di italiano, ma una scuola di speranza, che aiuta a rimettersi in sesto e, dopo guerre e dolori, pensare finalmente a un futuro.

Foto di Pracucci



Inizia la scuola, straniero il 7,5% degli alunni

studenti stranieriOggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.

Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.

L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.

Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno. 

Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.

Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!

Foto di Oxfam Italia



Musica, maestro! Napolitano presenta il progetto Mus-e

 Ballerini, attori, musicisti: artisti di ogni tipo e, soprattutto, una classe di alunni della scuola elementare. Anzi, molte classi. È il progetto Mus-e, ovvero Musique Europe, un progetto europeo di integrazione dedicato ai bambini e ideato da Yehudi Menuhin, il celebre violinista e direttore d’orchestra che crede moltissimo nel potere della musica come strumento per comunicare e diffondere il multiculturalismo. E che, soprattutto, crede nella capacità di apprendimento e nelle potenzialità dei più piccoli. Diffuso in tutta Italia, da Roma a Bologna, da Catania a Verona, ogni progetto artistico coinvolge le prime, le seconde e le terze elementari, e dura per un ciclo di tre anni.

“Le scuole chiedono l’attivazione del progetto e noi facciamo sì che i laboratori di musica, mimo, espressione corporea e arti visive coinvolgano più bimbi possibile”, spiega la professoressa Anna Maria Guglielmino, che per molti anni è stata a sua volta insegnante e oggi è coordinatrice nazionale del progetto. “Ovviamente dobbiamo fare una selezione. E cerchiamo di scegliere scuole e classi in cui è più elevata la percentuale di bambini provenienti da culture diverse e dove vi sono situazioni di grave disagio socio-eonomico-culturale e quindi dove è più forte l’esigenza dell’ educazione alla multiculturalità”.
 
In Italia il Progetto è oggi attivo in 29 città e a breve si aprirà la trentesima sede a Varese. Attualmente Mus-e opera in 209 scuole, 642 classi, coinvolgendo quasi 15.000 bambini con l’impegno di oltre 321 artisti. A torino sono ben 151 le classi che seguono il progetto, seguite da Genova (100) e Bologna (52). E poi, ovviamente nelle zone più difficili, come ai Quartieri Spagnoli di Napoli e allo Zen di Palermo. "Siamo andati anche a Scampia, e devo dire che, anche se con fatica, siamo riusciti a portare anche lì la nostra proposta di convivenza solidale e di rispetto delle differenze"

“Anche per quanto riguarda questi gli artisti, cerchiamo di scegliere, più che nomi di spicco, persone che ci sappiano fare con i bambini, motivati a lavorare con i più piccoli e abili a gestire il rapporto con le maestre. Bisogna che siano davvero bravi, perché i più piccoli non sono indulgenti. Per questo, prima di far partire il progetto, ogni anni, ci sono dei corsi di formazione, tenuti da attori come Moni Ovadia, dal coreografo Michele Abbondanza, dall’attore Enrico Bonavera”. La cosa più bella è che, quando vengono confrontate tra loro le classi che aderiscono al progetto e le altre, le prime risultano avere un rendimento migliore. E non si tratta solo di integrare i bimbi rom o quelli marocchini, albanesi, pakistani. L'espressione artistica aumenta l'autostima dei bimbi, aiutandoli molto nella socializzazione. Ne giovano tutti, anche quelli autistici. 

Il progetto, dopotutto, si basa sul fatto che ognuno ha una sua particolare intelligenza: magari c'è chi balla splendidamente ma poi in italiano non riesce a parlare benissimo. In questo modo tutti hanno una possibilità. Ovviamente, le prime a giovarne, dopo i bimbi, sono le famiglie. Perché l'integrazione lavora anche su di loro, sui genitori dei bimbi coinvolti. "A fine anno è tradizione organizzare in ogni sede Mus-e una festa aperta ai genitori proprio per coinvolgerli nel lavoro che i bambini hanno fatto. La festa, in genere, si conclude con una cena etnica dove la multiculturalità si esprime anche nello scambio…gastronomico"

I bimbi delle città che hanno aderito a Mus-e sono stati invitato a Torino, in occasione del 150esimo dell'Unità di Italia, e all'apertura delle celebrazioni hanno incontrato il Presidente Napolitano. E, nel frattempo, sono stati lanciati i Friendly Bridges. "Ponti d’amicizia è il nome del progetto attuato tra Mus-e Italia e Mus-e Israele per costruire un ponte tra questi due paesi attraverso lo sguardo dei bambini. Un ponte fatto di carta scritta, disegnata, colorata, di voci e canzoni registrate, di foto dell’ambiente in cui vivono e…di ricette gastronomiche del proprio Paese. Testimonianze con le quali i bimbi Mus-e si raccontano e scoprono le diversità ma soprattutto ciò che li accomuna".

Tra le difficoltà sempre maggiori che la scuola pubblica si trova ad affrontare, sono segnali di speranza. Anche se tra tagli e cancellazioni del tempo pieno, coordinare gli orari e far sì che le maestre trovino il tempo materiale da dedicare al progetto non è facile. Ma non per questo ci si scoraggia. "Misuriamo il successo della nostra proposta dal numero di richieste sempre più elevato che riceviamo ogni anno. Il progetto Mus-e si rivela una proposta artistico/pedagogica efficace non solo nelle scuole  multietniche ma anche per i bambini disabili. La creatività, dopotutto, è un bene che possiedono tutti. Sarebbe un peccato non esprimerla"



L'Italia è già multietnica, ma la politica non lo capisce




«Il nostro paese ha bisogno di immigrazione ed è inutile far finta di niente. È solo la propaganda a nascondere un dato di fatto come quello che senza stranieri molti settori del nostro paese sarebbero immobili». Dopo la Merkel in Germania, anche Cameron dichiara fallito il modello multiculturale in Gran Bretagna. Eppure una soluzione andrebbe trovata. Parla il più importante tra i demografi italiani, Massimo Livi Bacci.



Glee stravince, e gli sfigati sbancano i Golden Globe

And the Globes go to Glee. Durante la notte dei Golden Globe, a Los Angeles, due premi importanti sono andati ai protagonisti, ma la serie tv che assomiglia a un musical si aggiudica soprattutto il premio per la miglior comedy dell’anno.

Con una prima stagione da pochissimo in onda in chiaro, su Italia Uno, e una seconda partita benissimo su Fox, che piaccia o meno Glee è il fenomeno televisivo di cui più s’è parlato negli ultimi mesi, quello che sicuramente ha più fatto costume. La sopresa? Il fatto che i protagonisti siano tutt’altro che teenager ricchi e ben vestiti come in Gossip Girl o Beverly Hills 90210, e nemmeno poveri ma di belle speranze come quelli di Dawson’s Creek. No, i protagonisti di Glee non sono né più né meno che degli sfigati. Letteralmente. Che poi l'essere sfigati (e l'affrancarsene, se è previsto) cambi a seconda della latitudine, questo è un altro discorso.

Certo è che in un liceo dell'Ohio la parola Loser identifica delle categorie specifiche, che anni e anni di telefilm ci hanno insegnato a riconoscere. Dinamiche comportamentali comprese. Da una parte il giocatore di football e la cheerleader, dall'altra tutta una serie di loro coetanei che poco ne sanno di come si sta al mondo. Stereotipi? Andate a raccontarlo a quelli che nella provincia americana ci vivono e che quelle scuole le frequentano. Andate a dirlo all'afroamericana sovrappeso, all'asiatico che passa inosservato, al nerd in carrozzella, alla checca che non riuscirebbe a mimetizzarsi neppur volendolo, alla secchiona con sogni di gloria. Perché questi personaggi, in Glee, ci sono proprio tutti. Vivono dietro ai loro armadietti, cercano di non farsi prendere troppo in giro o di non invidiare troppo la biondina con il naso all'insù dalla cui strada la genetica, per prima, li ha separati. Ma dentro rosicano, eccome.

La loro fortuna, però, è quella di vivere nel ventunesimo secolo. Quello che, per dircela tutta, è iniziato sotto il segno dei reality. Avete presente quei programmi televisivi in cui la persona più insospettabile tira fuori risorse che non avreste mai detto e diventa tutto a un tratto celebrità? Avete presente Susan Boyle, per intenderci? Il palcoscenico, le luci della ribalta, quelle sì che sono la vera conquista. Glee è questo: è il sogno di un gruppo di perdenti che si riunisce (quando può) in un angolo della palestra a cantare, per immaginarsi di vivere una parentesi diversa da quella degli sgambetti in corridoio e delle risatine nei bagni.

Glee è l'insieme di queste persone destinate a non emergere mai e che invece provano a fare qualcosa insieme e rompono le scatole a cheerleaders sbrillucicanti e giocatori di football virili e senza paura. Quelli che all'inizio pensi di poter schiacciare come se fossero moscerini fastidiosi e invece ti rendi conto che possono essere testardi e tenaci. Perchè è gente che una volta salita sul palcoscenico, una volta provato cosa vuol dire vincere, non scende più. Semplicemente perchè sogna da troppo tempo. Ecco perché a Los Angeles, stanotte, quelli di Glee erano tutti insieme, tutti sul palco, a ritirare il premio. Alcuni di loro sanno cosa vuol dire nascondersi dietro a un armadietto e non vogliono perdersi nemmeno una parte del sogno.

Marìka Surace

Foto di I heart him



Da oggi gli immigrati tutti a scuola d'italiano

E’ dunque operativo il decreto del ministero dell’Interno che impone ai cittadini stranieri, residenti in Italia da almeno cinque anni e che abbiano superato il 14esimo anno di età, di sottoporsi a un test di italiano. Il punteggio minimo richiesto agli esaminandi per ottenere il permesso per soggiornanti di lungo periodo, ossia la “carta di soggiorno”, è ottanta su 100 a una prova di livello A2 del quadro comune di riferimento europeo (il secondo su una scala di sei partendo dalla conoscenza più bassa).

Un’ulteriore tappa sulla via di chi ambisce a diventare un cittadino italiano che, stando a una ricerca del Censis, non dovrebbe creare difficoltà a molti richiedenti ma che sicuramente metterà invece a dura prova le prefetture, già oberate dallo smaltimento delle pratiche della sanatoria 2009 per colf e badanti e dagli imminenti tagli al personale. Gli immigrati dovranno aspettare circa sessanta giorni prima di essere convocati per sottoporsi al test e la registrazione per depositare la propria richiesta dovrà essere fatta necessariamente sul sito testitaliano.interno.it (al momento fuori uso).

Coloro che non possiedono o non sono in grado di usare un pc potranno chiedere assistenza a un patronato e le sedi degli esami dovranno essere individuate dalle singole prefetture. Esistono delle categorie esonerate: non dovrà fare il test chi dimostrerà di parlare un buon italiano perché ha conseguito, ad esempio, dei titoli di studio nel nostro Paese o svolge un lavoro che implica di per sé una buona conoscenza della lingua.
Sarà esentato anche chi attesterà la sua impossibilità di raggiungere l’obiettivo perché, ad esempio, portatore di handicap o anziano. La “bocciatura” non avrà effetti eclatanti, chi non otterrà il punteggio minimo richiesto non dovrà far altro che aspettare altri due mesi e sottoporsi nuovamente al test. Quella che si fa strada dunque non è la paura ma piuttosto la preoccupazione per come potrà essere gestita la mole delle richieste degli aventi diritto in tempi accettabili. C’è chi ipotizza l’arrivo di settantamila domande, chi addirittura di settecentomila.

Difficile prevederlo, la domanda è piuttosto: qual è il valore aggiunto di questa innovazione? In che modo potrà favorire l’integrazione o “tutelarci”? Ben venga la conoscenza dell’italiano diffusa e capillare anche tra gli aspiranti “nuovi italiani” ma, se questo era l’obiettivo, non avrebbe forse avuto più senso investire sulla formazione anziché passare alla verifica finale? Non finirà che andremo solo a prolungare i tempi già biblici necessari per portare a termine queste procedure?
(Veronica Potenza)

Foto di LucaZ FeliXONE



Quante chiacchiere sull'immigrazione

Tra il dire e il fare, come insegna il noto adagio, c'è di mezzo il mare. Ricordate le ronde, il can can che si fece attorno alla soluzione di tutte le paure dei cittadini? oppure, la proposta del ministro Gelmini di mettere una soglia del 30 per cento di bambini stranieri nelle nostre scuole? Be', un flop o un nulla di fatto, molto fumo e poco arrosto.

Nero su bianco nell'ultimo rapporto sullo stato sociale del paese redatto dal Censis e presentato a Roma il 3 dicembre.
In uno schema molto efficace, raccoglie una serie di annunci fatti a gran voce sui mass media da ministri o politici nazionali negli ultimi anni e gli effetti concreti che ne sono seguiti. Ovvero nulla o quasi nulla. Nessuna conseguenza auspicata e impraticabilità della norma o addirittura marcia indietro rispetto a un provvedimento che fino a pochi mesi prima sembrava la chiave per risolvere paure e preoccupazioni degli italiani.

Prendiamo la questione della ronde. Furono istituite con grande clamore per colmare il gap di sicurezza percepito dai cittadini, in particolare nel nord d'Italia. Gruppi di volontari in divisa avrebbero dovuto circolare per le strade di paesi e città in particolare nelle ore notturne per garantire dalla criminalità crescente. Risultato? Scrive il Censis: «Bassissimo numero di domande presentate alle Prefetture per l'accreditamento».

Un altro caso: tetto del 30 per cento di bambini stranieri per classe. Secondo alcuni avrebbe dovuto evitare classi ghetto, secondo altri le avrebbe aumentate. Grandi discussioni per qualche tempo e poi? «Richiesta di deroga – scrive il Censis – da parte di molte scuole».

Un terzo caso, forse il più significativo e importante. Estate 2009: introduzione del reato di clandestinità. Chi entra in Italia senza permesso di soggiorno compie un reato. Un provvedimento che ha generato preoccupazione anche in Europa e che tuttavia, spiega ancora il Censis, ha mostrato «difficoltà di applicazione: tempi lunghi per i processi per mancanza di personale e risorse, e per l'assenza degli imputati».

In conclusione, si tratta di tre casi esemplari per comprendere come negli ultimi anni è stata vista e sentita la questione degli immigrati in Italia. In estrema sintesi il percorso è sempre lo stesso. Annunciare una soluzione per circoscrivere un problema, rassicurare almeno per un po' quella parte di popolazione impaurita e preoccupata e poi, vista la difficoltà di applicazione della soluzione immaginata oppure preso atto dell'errore, abbandonare l'idea che esista una questione reale d'integrazione. Fino alla prossima paura e alla pseudo-soluzione da prospettare almeno per un po'.



Dom, 05/12/2010 - 11:38 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags: