società

L'integrazione in Italia, oggi

Alla luce dei recenti scontri avvenuti in Calabria (a Rosarno) e a Milano, è ancora possibile parlare di integrazione pacifica in Italia?

Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bosetti, direttore della rivista mensile Reset e tra i massimi esperti in Italia su questi temi.
La sua conoscenza delle dinamiche dell’immigrazione in Italia e delle conseguenti problematiche legate all’integrazione ci aiuta a comprendere meglio un fenomeno vasto e fondamentale nella vita della nostra società: secondo Bosetti, l’invecchiamento della nostra popolazione e lo scarso tasso di natalità fanno sì che oggi – e negli anni a venire – ci sia sempre più bisogno di forze lavoro provenienti dall’estero.

Qual è la situazione nella vostra città? Gli immigrati sono integrati nel tessuto sociale?



Il minore straniero in Italia

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I minori stranieri possiedono una doppia configurazione politica e sociale: sono minori e sono stranieri. Lo statuto giuridico “minore” limita lo statuto giuridico “straniero”, in quanto nei confronti dei minori non può avvenire l’espulsione, per cui non potranno mai essere considerati clandestini. La loro presenza è tutelata e protetta dallo Stato italiano.

In Italia vivono minori stranieri “accompagnati” (che seguono la condizione dei genitori, fino al compimento del loro quattordicesimo anno di età; poi possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi familiari), “affidati” e “non accompagnati”, quando vivono in stato di abbandono (come nel caso in cui i genitori siano rimasti nel Paese d’origine).

Il minore che arriva in Italia con età inferiore ai quindici anni, se partecipa a un programma sociale per due anni consecutivi, può ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio o di lavoro. In seguito egli avrà diritto al permesso di soggiorno convertibile alla maggiore età (ovvero al compimento del suo diciottesimo anno), in base ai parametri previsti dalla Legge n. 94 del 15/07/2009.

A partire dal 1994 sono stati creati in Italia i Comitati per i minori stranieri e il Servizio Sociale Internazionale (S.S.I.) che hanno lo scopo di rimpatriare i minori “non accompagnati”, seguendo una cosiddetta “politica di rimpatri assistiti”. Lo stesso permesso di soggiorno che viene rilasciato loro da questi due enti per la loro minore età, è stato concepito come provvisorio, perché vale a regolare la vita del minore, finché lo stesso non viene rimpatriato.

Esistono inoltre figure di giudici minorili o giudici tutelari, che possono designare un tutore (con poteri genitoriali) a cui affidare il minore straniero.

Gli articoli 31-32 del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero sono quelli che concretamente tendono a regolamentare e tutelare la condizione del minore straniero in Italia.

Pensi servano altre strategie da adottare per favorire e promuovere l'inserimento e l'integrazione di minori stranieri in Italia?

Foto di Coccoabiscuit



Il difficile cammino dell’integrazione: ambiguità e contraddizioni della cittadinanza italiana

Il difficile cammino dell’integrazione: ambiguità e contraddizioni della cittadinanza italiana

Pubblichiamo questo post realizzato da Enrico Gargiulo, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino.

Aprendo un dizionario della lingua italiana alla voce “integrazione”, troviamo almeno quattro significati di questo termine. Il primo significato presenta al suo interno delle articolazioni più specifiche: l’integrazione “sociale” è definita come la «disponibilità degli individui di una società a coordinare le proprie azioni mantenendo a un livello tollerabile i conflitti»; mentre l’integrazione “razziale” è definita come la «fusione della popolazione bianca e di quella di colore in un'unica comunità», e si oppone quindi alla “segregazione razziale”. Una società integrata, allora, è una società i cui membri sono singolarmente orientati e predisposti alla cooperazione, tanto da mantenere basso il livello della conflittualità, e al cui interno gruppi “diversi” tendono a mescolarsi e non a rimanere distinti.
Viste da questo punto di vista, le cose potrebbero sembrare complicate da tradurre nella pratica ma semplici da comprendere a livello teorico: una società i cui membri collaborano volontariamente, senza essere suddivisi in gruppi differenti e distanziati appositamente l’uno dall’altro, non è poi difficile da immaginare. E la capacità di immaginare un certo scenario sociale – si potrebbe pensare – è il primo e indispensabile requisito per dare forma agli strumenti giuridici atti a far sì che un simile scenario di integrazione si realizzi anche nella pratica, e non soltanto nella teoria.
Le dinamiche dell’integrazione in Italia, tuttavia, sembrano dimostrare che il divario tra immaginazione e realtà è – banalmente – piuttosto netto. Per comprendere l’ampiezza di questo divario basta riflettere sulla composizione dei membri della società italiana e sull’effettiva fusione dei gruppi presenti al suo interno. È necessario, in altre parole, porsi una domanda: chi sono i membri di questa società? Ma, prima ancora, è necessario porsi un’altra domanda: cosa si intende, più in generale, con l’espressione “membro di una società”?
Una risposta ragionevole a queste domande potrebbe essere la seguente: è membro di una data società colui che si sente parte di essa e che partecipa attivamente alla sua vita pubblica. Accettare una risposta di questo genere significa immaginare una società che considera come suoi membri legittimi e legalmente riconosciuti individui caratterizzati da un evidente senso di appartenenza nei suoi confronti e fortemente motivati a prendere parte alle decisioni che la riguardano.
Qui, tuttavia, il divario tra immaginazione e realtà si fa evidente: nel contesto italiano, il senso di appartenenza e la volontà di partecipare alla vita pubblica che un dato individuo può manifestare non sono condizioni necessarie, né tantomeno sufficienti, perché egli sia considerato membro in senso formale della comunità, vale a dire perché sia riconosciuto come cittadino. Senso di appartenenza e partecipazione, in altre parole, non garantiscono legittimità, e meno che mai legalità, alla posizione di un individuo che aspira a diventare cittadino pleno jure della comunità in cui vive.
La legge italiana che regola l’accesso alla cittadinanza, infatti, è improntata a un rigido jus sanguinis: è italiano, sostanzialmente, chi è figlio di genitori italiani, indipendentemente dal luogo di nascita e, successivamente alla nascita, dal luogo di residenza. Non conta perciò che uno straniero si senta parte della comunità nazionale in cui di fatto vive o che si interessi a ciò che accade al suo interno. Se non è figlio di genitori italiani, egli difficilmente diventerà cittadino italiano, e se alla lunga lo diventerà non sarà certo per la fedeltà dimostrata nei confronti della comunità che lo “ospita”, ma soltanto perché – ad esempio – avrà contratto matrimonio con una persona che di quella comunità è un membro effettivo, oppure perché la sua residenza all’interno del territorio della comunità si sarà protratta per un numero piuttosto elevato di anni.
Alla luce di queste considerazioni, allora, è lecito chiedersi quale tipo di integrazione stia prendendo forma – o, per meglio dire, si stia cercando di attuare a livello politico – nel contesto italiano. Ossia, riallacciandoci alle articolazioni del concetto di integrazione presentate all’inizio di questo contributo, è lecito chiedersi come sia possibile coordinare le azioni individuali, mantenendo peraltro basso il livello di conflittualità, se gli individui coinvolti nel coordinamento sono collocati in posizioni sociali così differenti. Ed è altrettanto lecito chiedersi come sia possibile realizzare una fusione effettiva tra gruppi “diversi” senza al contempo riconoscere una parità di status, e quindi una parità di diritti, ai soggetti che di questi gruppi fanno parte.

Foto di [I'm not there]



Il linguaggio universale dell’arte

Il linguaggio universale dell'arte: Cloud Gate di Anish Kapoor

Gaia Fè è un’artista a tutto tondo, esperta in diversi campi artistici come la pittura, la fotografia, la grafica, il video, la musica, il cinema.

Ha voluto condividere con tutti noi la sua intensa esperienza artistica e sottolineare come l’arte possa essere un elemento unificatore nella società contemporanea.

Pubblichiamo con grande piacere il suo post perché lo spirito di Avoicomunicare è proprio questo: raccogliere e dare voce alle esperienze d’integrazione, pace e tutela dell’ambiente che noi tutti viviamo.

Ogni testimonianza è importante e offre un punto di vista diverso e nuovi spunti di confronto.

Arte contemporanea: luogo d'integrazione

Da sempre l’arte è testimone di tendenze, scuole, movimenti e individualità.

Oggi, come mai prima, differenti civiltà si sono dovute rapidamente relazionare sotto la spinta di movimenti migratori e sotto l'impulso delle comunicazioni informatiche.

Attualmente l'arte è il luogo più idoneo per sviluppare un'etica dell'integrazione, perché in quest’ambito nulla è giusto o non giusto, ma solo ciò che ha valore sopravvive al tempo.

Quando parlo di arte non intendo solo "opere scultoree o pittoriche deputate all’esposizione in ambiti specifici": parlo anche di arte applicata, comunicazione, pubblicità, cinema, moda, design, musica e tanto altro ancora.
Questo grande contenitore oggi accoglie differenti linguaggi appartenenti a tutti i cinque continenti, al punto che noi italiani, dal nostro televisore, possiamo fruire del pensiero di Gandhi, mentre in India lavorano grandi registi americani.
Le formule e i modelli dell’arte hanno subito, dal secondo dopoguerra a oggi, radicali modifiche strutturali alle quali ne seguiranno altre, necessariamente ancor più coraggiose.
L'arte diventa allora momento etico/estetico di saldatura tra coscienza individuale e memoria della società, una memoria intesa secondo un'accezione di pensiero collettivo che assorbendo si arricchisce e non distrugge. Sono molte infatti le ricerche contemporanee che gravitano intorno alla necessità di far pensare le persone in un'epoca tanto travagliata come la nostra.
C'è chi riflette sui profondi significati espressi dalla installazione-shock dell'italiano Maurizio Cattelan “Impiccati” (Piazza XXIV Maggio, Milano, 2004), o dall’altrettanto provocatorio “Luxury skull” (il teschio con i diamanti) dell'inglese Damien Hirst, l’opera più costosa al mondo; per non parlare degli imponenti idoli pagani di Jeff Koons, come “Rabbit” e la “Pink panther”.
Altri trovano nuove strade di riflessione in Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente, riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento.
Il cileno Alfredo Jaar cerca invece di attrarre l’attenzione sugli aspetti più scabrosi del suo paese, dai campi di concentramento ai bimbi in stato di assoluta indigenza.
L’indiano Anish Kapoor lavora sulla messa in scena del vuoto, un vuoto reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota a favore della rivelazione della materia stessa, che viene celebrata in una realtà più ricca di significato.

E' evidente che Oriente ed Occidente, pur nell'evoluzione dei tratti caratterizzanti delle reciproche culture, si adoperino alla ricerca di una o più verità pacificatorie.
Talvolta attraverso la demistificazione dell'abuso del denaro, talvolta attraverso lo straniamento davanti alla sregolatezza indotta alla natura stessa, l'arte si fa interprete di un livello d’integrazione più alto: il comune desiderio di operare a favore della tutela e della riscoperta dei valori universali dell'esistenza.

Foto di desertpenguinphotos