società multiculutrale

Burqa: perché sì e perché no

Nuovo capitolo nella saga “burqa sì, burqa no”. Il parlamento francese ha approvato la legge che vieta alle donne di indossare nei luoghi pubblici della Republique un velo integrale che copra il viso. Chi indosserà niqab o burqa dovrà pagare una multa oppure seguire un corso di educazione civica, chi costringerà una donna potrà finire in carcere o pagare una multa anche di 30mila euro.

Sebbene il divieto debba ancora passare il vaglio della corte costituzionale transalpina, la decisione è un passo avanti simbolico notevole. Tanto che anche da noi ci sono stati apprezzamenti autorevoli come quello di Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità, che si è detta d'accordo con la legge approvata a Parigi. “Il burqa – ha detto il ministro – rappresenta la negazione dei diritti della donna e la sua sottomissione obbliga all'emarginazione chi lo porta e ostacola l'integrazione”.

Si tratta di argomenti legittimi e condivisi da molti anche in Italia. Eppure c'è chi, punto per punto, smonta le ragioni del divieto di indossare il velo in un paese occidentale. In un lungo articolo uscito sul New York Times, Martha Nussbaum solleva alcune obiezioni alla legittimità del divieto in democrazie come le nostre.

Per farci un'idea, vediamo i punti della Carfagna e cosa le risponderebbe la Nussbaum:

Il burqa rappresenta la negazione dei diritti della donna.

Si potrebbe replicare che naturalmente tutte le forme di violenza e coercizione fisica sono già illegali, e che le leggi contro la violenza e gli abusi domestici andrebbero fatte rispettare molto più rigidamente. Ma queste persone credono davvero che la violenza domestica sia un problema esclusivo dei musulmani?

Il burqa rappresenta la sottomissione della donna al maschio.

La nostra società è piena di simboli della supremazia maschile che trattano la donna come un oggetto. Riviste erotiche, foto di nudo, jeans attillati: tutti questi prodotti possono essere tacciati di ridurre la donna a un oggetto, così come la stessa accusa può essere rivolta a molteplici aspetti della nostra cultura mediatica. Che dire della «degradante prigione» della chirurgia plastica? Molto di questo non viene forse fatto per uniformarsi a un ideale maschile di bellezza femminile che riduce la donna a semplice oggetto sessuale? La lotta al sessismo, in questo caso come in tutti gli altri, passa per la persuasione e il dare l’esempio, non certo per la castrazione della libertà.

Il burqa è un ostacolo per l'integrazione.

Le società hanno certamente il diritto di insistere perché le donne abbiano istruzione e opportunità di lavoro adeguate che garantiscano loro una via d’uscita da situazioni familiari sfavorevoli. Se si crede che le donne indossino il burqa solo per via di pressioni coercitive, allora è necessario dare loro più ampie possibilità, rafforzare le leggi rendendo obbligatoria l’istruzione di primo e secondo grado, per poi vedere che cosa effettivamente queste donne sceglieranno di fare.

Foto di Austcare



La religione nella società multiculturale

La religione nella società multiculturale

La religione aiuta a delineare il disegno multiculturale e la composizione della popolazione straniera residente nel nostro Paese.
Su quasi 4 milioni e mezzo di stranieri residenti attualmente in Italia, ci sono:

  • 2.100.000 cristiani non ortodossi
  • 1.200.000 cristiani ortodossi
  • 1.000.000 di musulmani
  • 150.000 buddisti
  • 50.000 induisti.

Collegare l’immigrazione all’islamizzazione dell’Europa è una grossa bugia. L’immigrazione nel nostro continente è sociologicamente cristiana e non musulmana. Quella asiatica potrebbe essere in fase espansiva, in considerazione dei loro flussi immigratori, che si stanno progressivamente allargando. Inoltre è bene sottolineare che la fine del comunismo nell’Europa orientale ha portato ad una liberalizzazione del mercato religioso.
La previsione degli scenari futuri dell’immigrazione nel nostro Paese non è più dipendente solo dal parametro della distanza geografica, ma diventa un quadro complesso.
Sono ipotizzabili tre tipi di immigrazione:

  • se sarà prevalente un’immigrazione da parte delle popolazioni provenienti dall’Europa dell’Est, si avrà un’ immigrazione privilegiata di tipo cristiano,
  • se aumenterà l’immigrazione dello scacchiere africano, si avrà invece una connotazione di due realtà in progress, in cui comunque l’islamismo crescerà percentualmente in maniera inferiore rispetto alle religioni cristiane; è previsto infatti:
    • una riduzione dell’immigrazione dal Maghreb, di cui solo la minoranza è di fede islamica,
    • un aumento dell’immigrazione sudsaheliana, di religiosità cristiana, musulmana, ma anche indecifrabile – vedi il sincretismo religioso,
  • se aumenterà l’ immigrazione asiatica (in particolare da Paesi quali la Cina, l’India, il Bangladesh e la Birmania), si avrà un’immigrazione fortemente areligiosa. Le religioni asiatiche hanno subìto processi di secolarizzazione diversi dalle religioni monoteistiche; la religione si è allontanata dalla quotidianità, quindi la popolazione si può definire “religiosamente vergine”.

L’unica certezza sembra sia la riduzione di immigrati animisti: si tratta di un culto religioso poco radicato culturalmente, di tipo visionario, miracolistico e spesso fanatico.
La religiosità vissuta come nuovo movimento rischia di essere meno umana e controllata della religiosità più profonda e sperimentata nella storia. Le nuove religiosità cristiane interessano anche la popolazione italiana autoctona (vedi testimoni di Geova, che oggi hanno siglato un’intesa con lo Stato).
Una delle sfide delle società multiculturali è senza dubbio rappresentata dalla convivenza di tutte queste differenti realtà religiose in uno stesso territorio. Quali pensi siano i metodi e le strategie per ottimizzare e perfezionare questo connubio di culture, rituali e tradizioni che sembrano (e talvolta sono) così diverse tra loro?

Foto di papaitox



I diritti umani in una prospettiva interculturale

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Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.

Che significato attribuisci ai diritti umani?

Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

Foto di Sweet Trade