solidarietà

Haiti, un anno dopo è ancora emergenza

Era il 12 gennaio 2010, e le immagini di Haiti facevano il giro delle news di tutto il mondo. Uno dei paesi più poveri al mondo veniva messo in ginocchio da un violento terremoto, e ovviamente era solo l’inizio. Ci sono disastri, infatti, le cui conseguenze si amplificano nel tempo, ripercussioni che portano a galla tutte le ferite con cui, in un modo o nell’altro, si riusciva a convivere. La situazione sanitaria dell’isola caraibica non era certo tra le migliori al mondo prima di un anno fa, nonostante la buona volontà e i numerosi aiuti di Ong internazionali e di nazioni solidali. Il terremoto non ha certo migliorato le cose. Ma quello che stupisce (o forse no) un anno dopo la tragedia che ha lasciatoto 250.000 vittime sotto le macerie e quasi 4000 negli ultimi mesi per colpa del colera, è il fallimento di un vero coordinamento tra tutti questi aiuti. La gara di solidarietà è stata di quelle memorabili, non c’è che dire. Numeri verdi, conti correnti dedicati alla causa, portaerei colme di viveri e medicinali provenienti dagli Stati Uniti, convogli di medici e strateghi della solidarietà. Immediato e con numeri potenzialmente molto efficaci, il soccorso ad Haiti ricordava molto quello avvenuto subito dopo il terribile tsunami nell’Oceano Indiano del 2004.

Eppure qualcosa non è andato come doveva. E le denunce di chi era già sul posto prima che le baracche cominciassero a tremare erano cassandre più che credibili. Il denaro arrivato da tutto il mondo ammonta a circa 3 miliardi e 600 mila dollari, tantissimo. Eppure non si sa bene dove questi soldi siano finiti, come siano stati gestiti. Un governo molto corrotto e già poco incline a fare il bene del paese ha sicuramente ostacolato molto la messa in atto di molti dei progetti previsti, ma il fallimento della macchina degli aiuti è ormai così palese che è impossibile imputarlo soltanto ai politici locali.

Bill Clinton, che con la Fondazione Clinton elargiva già generosi fondi a favore di Port Au Prince, è stato tra i primi ad arrivare alle celebrazioni di queste giorni, che commemorano le vittime ma vogliono anche essere un segnale di rinascita. Lo stesso ex presidente degli Stai Uniti ha sottolineato come sia incredibile che nemmeno il 60% delle opere da portare a termine entro il primo anno si sia concretizzato. Grazie a un accordo con la Sea –A- Trading, industria coreana leader nel settore tessile, la Fondazione ha fatto sì che venisse ricostruito il Parc Industriel du Nord, zona industriale vicino all’aeroporto della capitale e speranza di nuovi posti di lavoro per gli haitiani. 20mila posti di lavoro, che significherebbero il sostentamento di 100mila cittadini.

Ma poco più in là slums, bidonville e miseria sono ancora sotto gli occhi di tutti. Secondo la denuncia di Save the children ancora 500.000 minori vivono in condizioni improvvisate, senza accesso ai servizi di base. E Medici senza Frontiere, nelle parole del suo presidente Unna Kuranakara, ricorda a tutti quello che sta succedendo: “Il paese è piccolo e accessibile, e dopo il terremoto di gennaio ha registrato uno dei più imponenti e finanziati interventi di aiuto al mondo. Si stima che circa 12.000 organizzazioni non governative siano presenti sul campo. Perché allora sono morte migliaia di persone per il colera, una malattia facilmente curabile e gestibile? Negli 11 mesi successivi al terremoto, poco è stato fatto per migliorare le condizioni igieniche a livello nazionale, consentendo al colera di diffondersi in tutto il paese ad un ritmo vertiginoso.”

La malattia, il cui focolaio pare sia partito da una base dei caschi blu nepalesi, non è ancora al suo picco, e con un accesso all’acqua potabile ancora scarso e condizioni igienico sanitarie disumane nelle periferie della capitale, non sembra profilarsi all’orizzonte un suo immediato debellamento. Migliore, invece, la situazione relativa al traffico di minori che si era presentata a poche settimane dal terremoto. Grazie all’intensificazione dei controlli, molti bambini di passaggio da Haiti alla confinante Repubblica Dominicana sono stati intercettati e riportati indietro. Save the Children ha avviato un programma per la riunificazione familiare: degli oltre 4500 bambini registrati come soli dopo il terremoto, 1100 sono stati ricongiunti con le famiglie. Certo, ne rimangono altri 3400, che probabilmente seguiranno il destino degli altri haitiani, in attesa che il soccorso umanitario diventi concreto ed efficace, e migliori la situazione invece che peggiorarla.

Foto di United Nations.



Jumo, il social network che fa del bene

Un altro di quei geniali ragazzini. Uno di quelli che erano nella stanza in cui Facebook nasceva e prendeva forma, compagno di quegli Zuckerberg e Saverin che abbiamo imparato a conoscere attraverso il film The Social Network.

Chris Hughes, classe 1983, dimostra perfino meno anni di quelli che ha. E, oltre a essere stato tra i cofondatori di Facebook, nel 2008 è stato il coordinatore della campagna elettorale digitale dell’attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Due esperienze che già da sole basterebbero per una vita, ma non si fa parte della generazione F, non se ne è addirittura responsabili, per starsene in un angolo a raccogliere i frutti della propria intraprendenza. Bensì si accettano nuove sfide.

E Hughes la sua l’ha pensata davvero bene. Jumo è la sua creatura: una parola yoruba (lingua originaria dell’Africa occidentale ancora oggi parlata a Cuba) che significa unirsi, tutti insieme, e che dà pienamente il senso di quello che è lo scopo. Jumo è infatti un social network che nasce per connettere tutti quelli che vogliono occuparsi di solidarietà in maniera seria e coloro che vogliono aiutarli. Con le parole dello stesso fondatore, si ripromette di fare “ciò che Yelp ha fatto per i ristoranti, facendo in modo che le persone possano scegliere, trovare, valutare aree di solidarietà che gli interessano”.
 
L’idea è venita a Hughes dopo il terremoto di Haiti, in cui molte delle vittime, soprattutto nei mesi successivi al disastro, non sono tanto imputabili al terremoto stesso quanto alla povertà del paese, all’impatto di centinaia, migliaia di organizzazioni di volontariato, spesso disorganizzate o comunque con progetti spesso collidenti o troppo simili. Suddiviso in aree tematiche come arte e cultura, ambiente, diritti umani, povertà, per ora è disponibile solo in inglese e in versione Beta. Legato a un doppio filo a Facebook (vi si può accedere solo se si ha un profilo sul suo fratello maggiore e molte applicazioni, come i like, sono direttamente mutuate da lì), permette anche alle singole associazioni di promuovere attraverso le pagine a loro dedicate le singole cause a cui aderire. Tre sono i passaggi principali di interazione: Find, Follow e Support. Jumo aiuta il navigatore a trovare le associazioni che si occupano del suo tema di interesse. Poi fa sì che, seguendo le attività di queste associazioni, si venga continuamente aggiornati sul loro impegno e sulle loro modalità di azione.Si crea una relazione, una conoscenza più approfondita, che può (anche se non sempre, ovviamente) portare il follower a diventare un sostenitore vero e proprio.

Quello che Hughes vuole che sia chiaro è che non si tratta del solito modo per sollecitare donazioni, ma molto di più. In questo settore, infatti, si sono già cimentati molti altri, tra cui basterà ricordare quelli di Global Giving. Su Jumo, invece, è innanzitutto il contatto la priorità, il fatto che persone di diverse parti del mondo si concentrino su un tema che sta loro particolarmente a cuore e si concentrino su una soluzione condivisa. Questa condivisione, secondo Hughes, porta le persone a impegnarsi per molto più tempo, perché si sentiranno coinvolte. La vera sfida, secondo molti esperti, sarà quella di portare un social network un po’ oltre il confine del “following” e del “liking”, creando un posto dove chi apprezza e segue un tema possa trasformarsi in volontario o donatore. Sicuramente è un passo importante nella storia dei social network. E l’impatto economico di quest’operazione potrebbe essere davvero importante, visto che dei 600 miliardi di dollari donato nel 2009 alle associazioni no profit, solo il 6% è passato attraverso il web.



L’inaugurazione del The Hub Milano

The Hub Milano

Giovedì sera è stato inaugurato lo spazio The Hub milanese di via Paolo Sarpi 8.
Per raccontarvelo abbiamo scelto di usare le parole di una nostra inviata: Michela Cimnaghi, cimny sui social network, autrice di un blog, Aleardi10, che prende il nome proprio da una via a pochi metri dal luogo in cui è stato aperto il locale.

L’inaugurazione di The Hub, lo scorso giovedì, è stata veramente un successo, a riprova che quando i progetti sono interessanti il pubblico interessato c’è. Un’idea composita e ambiziosa: un’impresa che generi profitto ma con obiettivi etici, spingendo nuove idee sociali con un piano economico che garantisca sostenibilità ai progetti.
Personalmente ho vissuto l’evento non solo come una bella festa ma anche e soprattutto come un bel momento di condivisione dei valori che The Hub vuole portare in Italia.
Le tre parole chiave per me sono state: sostenibilità, innovazione, interazione.

Sostenibilità: un mondo radicalmente migliore e sostenibile è il cuore della vision e il vero obiettivo della rete di social business nata a Londra poco più di 4 anni fa. A Milano sono sostenibile anche:

  • il progetto architettonico della location fatto da Controprogetto che ha realizzato tutti gli arredi interni utilizzando materiali di recupero e scarti di lavorazione rigenerati e ricomposti
  • il progetto work in progress di Ufficio Sostenibile che ha aggregato tutte le realtà che sono già membri di The Hub.

Innovazione: un modello d’imprenditoria che attraverso idee innovative risolva le sfide sociali e ambientali, dimostrando che il profitto e l’etica possono coesistere.
L’innovazione sociale come base del social business e di tutte le realtà che fanno parte della rete di The Hub, spaziando dalla rigenerazione dei beni ICT di Fastinking e Rigeneriamoci a Greenbean la prima agenzia italiana di comunicazione per la sostenibilità come valore di marca; dai corrieri in bicicletta UBM al primo network di prestiti tra persone Prestiamoci (di cui abbiamo parlato anche nel post ....); da Refeel che sviluppa, realizza e gestisce impianti per la produzione di energia rinnovabile a Witness Journal (op0't), il progetto di fotogiornalismo online focalizzato su grandi temi e giovani fotografi e molti altri. 103 membri associati ad oggi per moltissime idee in grado di migliorare la vita.

Interazione: le chiavi del successo dei progetti incubati dentro a The Hub sono lo scambio e l’interconnessione tra conoscenze, talenti, il team di facilitatori di Host, i capitali finanziari. Un luogo fisico del quale diventare membri non solo per avere una postazioni di lavoro in “un habitat d’ispirazione” ma anche e soprattutto per avere la possibilità di lavorare, collaborare e condividere conoscenze ed esperienze.

Un altro importante elemento, secondo me d’impatto immediato sulla società milanese, è la scelta di una location nel cuore di Chianatown; non ho chiesto il motivo della scelta a Federica, Nicolò e Alberto - i fondatori di The Hub - ma mi piace pensare che simbolicamente ci sia la volontà di posizionarsi su un crocevia culturale complesso ma anche d’ispirazione e concretamente si lanci un messaggio di riqualifica sociale dell’intera area.



Avoicomunicare a "Fa' la costa giusta! 2010"

E' finita ieri la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili: 24 mila metri quadrati di progetti, idee e soluzioni per produrre e consumare secondo principi di sostenibilità economica, ambientale e sociale.

Con oltre 620 espositori la fiera ha raccolto nella tre giorni milanese migliaia di appassionati visitatori, o semplicemente curiosi interessati ad approfondire un tema, quello del consumo sostenibile, in un clima pieno di stimoli e iniziative interessanti.
Avoicomunicare ha seguito l'evento per voi e con voi, ed è stato bello vedere come tante persone che ci seguono sui vari social network fossero lì a perdersi nell'altissimo numero di stad e di nterventi previsti nel ricco programma culturale.
Abbiamo ascoltato moltissimi dibattiti e tavole rotonde interessanti, come ad esempio gli Energy Day organizzati on collaborazione con Legambiente e Radio Popolare, o gli incontri dedicati al diritto al cibo in piazza Kuminda, dei laboratori e dei convegni organizzati in collaborazione con Cibo per Tutti, il Comitato Italiano Sovranità Alimentare.
Grande successo è stato riscosso anche da due aree molto particolari:

  • la sezione speciale di Fa' la cosa giusta! 2010! dedicata al Critical Fashion, un vero e proprio “salone nel salone” dedicato alla moda bella e “giusta” con moltissimi progetti e prodotti mirati a valorizzare l'estetica, lo stile e le tendenze, senza mettere in secondo piano le qualità etiche. Dall'abbigliamento alle scarpe, dai gioielli al tessile casa, un nuovo Made in Italy di qualità: oltre 600m2 espositivi con al centro il Borgo delle botteghe fatta di dieci realtà produttive specializzate nel tailor made sostenibile - una moda “su misura”, personalizzata e con una forte componente di ricerca.
  • i moltissimi laboratori per imparare a “fare da sé” ogni tipo di prodotto, dal pane al Formaggio. Presso l'Orto didattico all'interno dell'area Verde di tutti si poteva imparare a seminare piante e fiori per realizzare un piccolo orto sul balcone, in collaborazione con Civiltà Contadina e Ortinconca (a tutte le ore nel corso dei tre giorni). E ancora, la carta: per imparare a realizzare con le proprie mani un libro in carta riciclata, o i numerosi appuntamenti con i ferri o l'uncinetto. per realizzare capi e accessori fatti a mano.

Voi avete partecipato a questa tre giorni?

Quali sono le vostre impressioni?



Aiuta Haiti: il messaggio di Drew Barrymore ambasciatrice del World Food Programme

Drew Barrymore, Ambasciatrice contro la fame per il World Food Programme sta chiedendo anche il tuo sostegno e contributo per aiutare Haiti.

Aiuta Haiti: il World Food Programme delle Nazioni Unite ha messo a disposizione un form per donare tramite carta di credito.



L'anagrafe: strumento di inclusione sociale

anagrafe strumento di integrazione sociale.jpg

Il termine straniero non è sinonimo di immigrato. L’inclusione sociale è l’espressione politicamente più corretta, perché presuppone semanticamente che qualcuno sia incluso in uno spazio. Nella società liberale in cui viviamo, il vero termometro dell’inclusione sociale è la mobilità sociale.

Per garantire la giusta integrazione a tutti i cittadini (italiani e non), è necessario che lo Stato individui strumenti che permettano e facilitino questo tipo di processo sotto due aspetti:

  1. garantire eque condizioni di vita inclusive e dignitose in tutte le fasce della piramide della popolazione italiana (ammesso che debba esistere la piramide),
  2. promuovere l’ascesa di qualche rappresentante al vertice di ogni entità collettiva, altrimenti non si realizza una società democratica.

L’anagrafe permette di conoscere e censire la composizione della popolazione comunale.
Ha quindi una funzione di inclusione sociale. All’anagrafe può iscriversi anche il cittadino immigrato:

  • se possiede il regolare permesso di soggiorno (anche nel caso in cui il documento sia in fase di rinnovo),
  • se non ha permesso di soggiorno, ma è residente e ha una stabile dimora.

Comunque sia l’amministrazione non ha responsabilità istituzionali per la concessione di alloggi a coloro che risiedono nel territorio comunale. Con la L.125/2008 (pacchetto sicurezza) vengono estesi i poteri (ma non i doveri) ai Sindaci. Il dovere dei Sindaci è garantire l’incolumità e la sicurezza ai propri cittadini, oltre ad assicurare il decoro urbano.
L’iscrizione anagrafica (sia per i cittadini italiani che per i cittadini immigrati) non deve essere collegata alle condizioni dell’abitare.
Il diritto anagrafico è il diritto di esistere, in quanto dall’iscrizione anagrafica derivano vari diritti sociali.

E tu, sei a favore di un’integrazione che parta dal singolo diritto anagrafico? O ritieni che solo i cittadini italiani possano usufruire di tale diritto?

Quali sono secondo te altri strumenti di inclusione sociale dei cittadini immigrati che si possono adottare nelle singole realtà locali?

Foto di Ascaro41



Il principio di reciprocità

Principio di reciprocità.jpg

Il principio di reciprocità introdotto nel 1942 - contenuto nell’art. 16 del Codice civile - è un vero e proprio strumento giuridico di integrazione. Secondo questo principio lo straniero è titolare in Italia di diritti civili, a condizione che il cittadino italiano sia ammesso agli stessi diritti nel Paese straniero di riferimento.
Questo principio serve a difendere i propri cittadini all’estero con strumenti di rappresaglia giuridica, ma è valido ed efficace solo se lo stato controparte rispetta le stesse logiche.
Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si stabilisce che tutti gli stranieri regolari in Italia sono esentati da tale principio.

A seguito della globalizzazione dell’intera economia mondiale, sono sorte numerose problematiche relative all’immigrazione, quali ad esempio:

  • il problema dell’impiego nei pubblici esercizi: questo tipo di mercato è ampio e necessita di manodopera anche straniera (ad es. c’è una grande carenza di personale infermieristico negli ospedali). Gli immigrati che lavorano di fatto in questo settore esistono, ma non possono essere assunti come personale di ruolo - al massimo possono dipendere da cooperative;
  • la gestione degli stranieri di seconda generazione, ovvero coloro che sono nati in territorio italiano dall’unione di genitori stranieri;
  • l’esclusione al voto del cittadino straniero regolarmente residente in Italia alle elezioni amministrative.

La gestione dell'immigrazione non è un tema facile, ma di certo non lo si può considerare un tema politico.
La geopolitica dell'immigrazione è sociologicamente variegata. Non appartiene né alla destra, né alla sinistra: è ontologicamente trasversale.

Sei a favore del voto del cittadino straniero - titolare di permesso di soggiorno regolare - per l'amministrazione in cui è residente?

Pensi che sia un diritto da riconoscere anche ai cittadini stranieri? O pensi invece che il diritto di voto nel nostro Paese vada esclusivamente riconosciuto ai soli cittadini italiani?

Foto di Taniart79