speranza

Cosa rimane dopo COP15?

La blogger Antonella Napolitano ha trascorso per noi alcuni giorni a Copenhagen, raccontandoci la Conferenza ONU sul clima giorno per giorno, partecipando alle manifestazioni e agli eventi collaterali e raccogliendo le opinioni della gente presente nella capitale danese. Ora, terminata COP15 e tornata a casa, Antonella ci descrive la sua esperienza e perché questo grande summit ha in larga parte fallito.

La speranza non è cieca, e a Copenaghen in questi giorni non lo è mai stata: certo, potrebbe essere stata una serie di coincidenze, ma parlando con le persone, per strada o nei luoghi di incontro, col passare dei giorni ho notato pareri progressivamente meno fiduciosi, più pessimisti.
All’inizio di COP15 i punti chiave su cui lavorare erano abbastanza delineati, già a una lettura leggermente più attenta dei quotidiani: l’individuazione delle quote di riduzione delle emissioni e la definizione di validi meccanismi di controllo e governante; le forze in gioco, l’importanza del coinvolgimento consapevole dei Paesi emergenti (primi tra tutti India e Cina) e il loro contributo cruciale in termini di peso e di prospettiva.
Un accordo ambizioso e all’altezza delle necessità è mancato, ma, soprattutto, il grosso fallimento sembra stare nell’assenza di un trattato vincolante: era una delle richieste fatte a gran voce dalle ONG, ma, nonostante le rassicurazioni di Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, trovare un modo per renderlo tale non sembra semplice. Inoltre, nei giorni successivi al summit c’è stato un susseguirsi di accuse tra Paesi e anche nell’opinione pubblica nazionale degli stati più importanti, dagli Stati Uniti (dove molto controverso è stato l’apporto del presidente Obama) a Francia e Germania, fino alla stessa Danimarca che ha ospitato COP15, forse il Paese davvero più avanzato in questo campo.

Ma forse il punto è proprio questo, sostengono alcuni: non si può più pensare di risolvere problemi globali come questi senza coinvolgere soggetti altri dai governi e dalle organizzazioni sovranazionali: l’importanza dei cittadini, delle ONG, delle aziende, dei governi locali va enfatizzata, e il loro contributo integrato nel processo decisionale. “Tra qualche anno i libri di storia ci mostreranno che Copenhagen è fallita perché è stato l’ultimo tentativo di risolvere le sfide del ventunesimo secolo con gli strumenti del ventesimo secolo” conclude Simon Zadek, docente universitario che si occupa di governance e sostenibilità attraverso l’associazione Accountability21.
 
Anche questo cambiamento di paradigma decisionale, però, è responsabilità di chi governa.
Il cambiamento di prospettiva l'ho visto già all'inizio, la prima sera, quando Trine mi diceva che il cambiamento, la direzione devono arrivare dall'alto, dalla politica. In quel momento, arrivata a Copenaghen da poche ore, mi è sembrato curioso sentir dire a una volontaria che il cambiamento deve arrivare dall’alto. Ne sono rimasta stupita: in fin dei conti c’era stato un gran parlare della presenza di voci indipendenti, di iniziative di gruppi di persone, di approfondimenti a tutto tondo. E il mio viaggio non mi ha certo deluso: dagli attivisti ai cittadini danesi, dalla gente arrivata da tutto il mondo ai dipendenti del Comune di Copenaghen, tutti mi hanno dato voci alternative o prospettive di contributi “in piccolo”, ma rilevanti, spesso esemplari, ricchi di innovazione.
Ma quanto di tutto questo è arrivato al Bella Center? Quanti di questi apporti sono stati davvero presi in considerazione nella miriade di incontri, in un così ampio e complicato contesto?
In un contesto in cui proprio le iniziative indipendenti e le voci non ufficiali sono state parte integrante (e, probabilmente, la più interessante), in una società in cui i cittadini sempre più spesso sentono di avere voce in capitolo e possono rendere conto di determinate esigenze, è necessario un cambio di marcia: forse è questa la principale lezione della conferenza di Copenaghen.
Condurre questi incontri “con le migliori intenzioni dei Paesi partecipanti” (questo sembrava il leitmotiv all’inizio del summit) non basta più, se si vogliono raggiungere soluzioni condivise e strategiche.
Non basterà più, se davvero si tiene alla salvaguardia e allo sviluppo futuro del nostro pianeta.

Cosa rimane dopo COP15



Il viaggio della speranza

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Chiudiamo la serie degli interventi dei ragazzi della scuola di Pinocchio con il racconto – emblematico – di un ragazzo arrivato in Italia attraverso un’autentica odissea.

Quando ho pensato di partire per l’Italia ero contento: ma se mi avessero detto prima che era così, il viaggio, non ci venivo di certo. In Marocco abitavo a M…. Un mio fratello che fa il sindaco in una città a 250 km da casa mia conosceva uno che fa fare il viaggio a chi vuole andare in Italia. Io avevo appena finito di studiare e non avevo soldi: ma mio fratello ha pagato per me. Ho preso un aereo per la Libia. All’aeroporto libico, a prendermi, c’era uno in macchina, che mi ha portato in una grande villa con un giardino a 20 km dalla città. Sono rimasto lì una settimana, insieme ad altri 45 ragazzi, tutti marocchini.

Mangiavamo, parlavamo, fumavamo… Una sera è tornato l’amico di mio fratello e ha detto: “Oggi andiamo”. Con tre macchine che facevano avanti e indietro ci hanno portato tutti vicino al mare, in un’altra casa più piccola. C’era una barca che aspettava, una barca di 9 metri, e nella casa c’erano già altre persone. In tutto eravamo 63, tutti africani; c’era anche una donna col marito e due bambini. Abbiamo aspettato che venisse buio. Alle 23.30 abbiamo iniziato a salire sulla barca, tutti e 63; quelli che guidavano la barca erano libici. Hanno caricato anche del cibo e del gasolio per il motore e all’1.30 siamo partiti. Quello che era al timone non sapeva usare la bussola. A un certo punto ci siamo fermati a chiedere indicazioni a un peschereccio, e anche durante la navigazione, se uno andava a dirgli “per me l’Italia è di là”, lui cambiava rotta. Alle 3 della notte dopo avevamo finito le cose da mangiare ed eravamo tutti stanchissimi. La barca aveva iniziato a fare acqua e noi la vuotavamo con delle bottiglie di plastica. Ci ha trovati una nave della Marina italiana, che ci ha rimorchiati per quasi tre ore, fino al porto di Lampedusa. Al porto hanno chiesto chi guidava la barca, ma noi non gliel’abbiamo detto. Ci hanno perquisito e ci hanno tolto la cintura e i lacci delle scarpe. Con dei furgoncini ci hanno portato 8 per volta, a Lampedusa, e lì ci hanno perquisito un’altra volta. Poi ci hanno interrogato, e quello che guidava la barca ha detto di dire che venivamo dalla Palestina, se no ci rimandavano indietro. Per una settimana siamo rimasti in un campo, c’era da mangiare, da dormire, da farsi la doccia. Passata la settimana, con un aereo ci hanno portati a Trapani e ci hanno interrogati un’altra volta. Per due giorni siamo rimasti in caserma, poi hanno dato a tutti il foglio di via.

Ci hanno portato con dei furgoncini vicino a una stazione, in un bosco; ci hanno fatto scendere e hanno detto: “A due chilometri da quella parte c’è la stazione, andate”. La stazione era quella di Alcamo. Siamo saliti sul treno ed ognuno è andato dove doveva andare: chi a Napoli, chi a Roma, chi a Milano… io sono venuto a Legnano perché ci abitava già mio fratello.

A. - Marocco

Foto di muscolinos



Il cinema come azione sociale: la testimonianza del regista Alessandro D'Alatri

Alessandro D'alatriAlessandro D'Alatri racconta ad A voi comunicare la sua esperienza di regista e il ruolo del cinema come mezzo per conciliare le differenze culturali.

"Faccio cinema per amore. Solo per quello.

Credo che fare cinema oggi sia abbandonare l’essere autori, registi, sceneggiatori, produttori, per tornare a essere cittadini, testimoni di un quotidiano da migliorare nel bene collettivo. Un amore da costruire, da lavorarci sodo, da difendere contro le facili stimolazioni all’abbandono che una società, sempre più incline al prestigio della velocità, fomenta costantemente. Una società che ha sostituito la virtù con il virtuale, l’avvenimento con l’evento, il potere con il potenziale, la volontà con la velleità. Ecco, una società che permette all’odio, al tornaconto personale di farsi strada prepotentemente, anzi, di erigersi a simbolo di benessere, è una società morta. L’amore, nella sua forma più alta, quella di salvare la speranza, è l’unica strada percorribile per garantire il futuro delle nuove generazioni.

Ecco perchè il comportamento che trovo più innovativo è quello di FARE SPAZIO, permettendo agli altri di poter partecipare all’avventura della vita. Fare spazio a nuove parole, fare spazio alle tante soggettività, aderire ad una visione di moltitudine.

Faccio cinema per raccontare, a me basta e avanza, non trovo nulla che sia più straordinario del raccontare storie. Ma queste storie devono aver salvato la speranza, devono avere in loro la vitalità che ha lo sguardo verso un futuro di felicità. Non mi è mai piaciuto il cinema che denuncia e basta, così come non mi piace questo elogio del negativo che sempre più spesso appaga nelle trasmissioni televisive.
Preferisco chi propone a favore, a chi si batte contro qualcosa o qualcuno. Tornare ad essere uomini, trasformando quel detto tutto italiano del “tengo famiglia” in un detto positivo, ovvero, poiché tengo famiglia mi batto per difendere la speranza del loro futuro, della loro felicità. Perchè non inquino? Perchè tengo famiglia. Perchè partecipo alla vita sociale della mia comunità? Perchè tengo famiglia. Perchè lavoro per il bene del mio paese? Perchè tengo famiglia.

E poi ecco un altro elemento che sento fondante: la memoria. Viviamo un’epoca in totale assenza di memoria. Sembra paradossale, ma nel momento in cui sarebbe più facile, grazie alla tecnologia, avere un rapporto di confronto diretto con le esperienze del passato, veniamo continuamente annebbiati da un implacabile oblio. Il passato viene rimosso alla stessa velocità di come ci viene proposto “l’adesso”. E un “adesso” senza radici, senza cordoni ombelicali con la Storia è un “adesso” senza futuro, senza speranza. La speranza è una dimensione dell’anima, la dimensione di chi è portato a vedere le cose non in sé, ma nel loro divenire, di chi è proiettato nel dopo. La speranza è pensare che c’è un dopo, qualcosa che accadrà per il meglio. Oggi la speranza si chiama pace, lavoro e giustizia.

Amore nel fare cinema, ma può essere riferito a qualsiasi altro lavoro, significa per me tornare ad avere coraggio, il coraggio anche dell’impopolarità, dell’essere additati come vecchi e decrepiti perché difendiamo quelle cose considerate prive di “appeal”…

Credo in un cinema che coincida con una nuova stagione, quella della consapevolezza rispetto ad un susseguirsi di cose che raggiungono inconsapevolmente un successo, uno stato di finto benessere, un consenso privo di fondamenta.
In Italia, nel passato, si è fatto cinema per un popolo che usciva dalla guerra, oggi per un pubblico che esce dagli Ipermercati. Ecco perché amore vuol dire oggi partecipare a ricostruire le coscienze, così come un certo cinema del passato partecipò alla ricostruzione di un paese che usciva malmesso dalla guerra. Ricostruire le coscienze ad un sentire nuovo, alla comprensione definitiva della nostra povertà quando immaginiamo la nostra vita come una riuscita nel solo possesso materiale.

Amore è per me anche chiamarsi dentro rispetto a quanti, tanti purtroppo, oggi si chiamano fuori, quasi che una catastrofe ambientale non gli appartenga, quasi che questa massiccia desertificazione etica e morale non li tocchi, una balorda e inspiegabile immunità.
Sembrerà paradossale ma questo mio modo di amare e fare il cinema riesco ad estenderlo anche alla pubblicità, ai documentari, ai video clip, al teatro. E’ sempre e solo una questione d’amore."

Alessandro D'Alatri 

 

Per voi, quale vostra attività, sopra ogni altra, è un atto d'amore?



Videointervista a Joaquín Navarro-Valls

Medico, giornalista, ex Direttore della Sala Stampa della Santa Sede e attuale Presidente dell'Advisory Board dell'Università Campus Bio-Medico di Roma.
Una personalità poliedrica per gli interessi culturali e i diversi ambiti professionali che l'hanno visto coinvolto nel corso della sua lunga carriera: questo ricco bagaglio di relazioni umane emerge nell'appassionato racconto delle sue esperienze.
Joaquìn Navarro-Valls si apre alla condivisione dei suoi ricordi, delle sue speranze, della sua visione del mondo su argomenti di attualità in una testimonianza che richiama un'epoca storica delicata, segnata da grandi cambiamenti e importanti personalità politiche e religiose.
Idee e riflessioni sulla società, sull'informazione e sull'uomo e il messaggio di speranza di chi crede, come Gandhi 60 anni fa, che un mondo unico e migliore sia ancora possibile.

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