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Obama e lo scontro sui "nuovi americani"

presidenteobamanewamericans.jpgSe la rivoluzione parte dall’alto, è anche più controversa. Ma, chissà, forse anche più efficace. Certo è che quello che sta succedendo in America negli ultimi mesi rispetto alle politiche di immigrazione è allo stesso tempo il risultato di promesse elettorali, bisogni reali e percezione del popolo. Accade che un sindaco come Bloomberg, ex repubblicano e primo cittadino di una sempre più complessa New York City, decida di dire la sua sulla necessità di una riforma che apra le porte agli immigrati invece di sbattergliele in faccia. Dichiarando che “c’è bisogno di qualcuno abbastanza autorevole che spieghi davvero al paese com’è la situazione e qual è l’interesse dell’America”. E chi più autorevole se non gli stessi che hanno reso (e rendono) grande una nazione, potente e dominante in settori economici fondamentali? A fianco di Bloomberg, senza esitazioni, sono scesi infatti Rupert Murdoch, presidente della News Corporation e tycoon televisivo a capo della Fox, nonché gli amministratori delegati di aziende come Boeing, Disney, Hewlett-Packard. Per non parlare dei sindaci di città da sempre multietniche come Los Angeles, Philadelphia, Phoenix e San Antonio. I potenti dell’economia e della politica hanno deciso di fondare insieme The Partnership for a New American economy, gruppo di studio (e di pressione, soprattutto) che intende dimostrare al paese e ai governatori recalcitranti quanto sia fondamentale l’apporto degli immigrati in un paese che, in questo momento, arranca ancora per la crisi mondiale. “Anche io sono un immigrato”, ha dichiarato Murdoch “e credo che questo Paese possa e debba attuare politiche che rispondano al nostro fabbisogno, offrano un attento percorso verso al legalità per chi non ha i documenti e fermino l’immigrazione illegale”. Tutt’altro che solo intenzioni, in questo caso. Perché l’influenza di persone come Murdoch è enorme, soprattutto sui media.E se pensiamo che la sua FoxNews è il canale che più ha contrastato e contrasta le riforme di Barack Obama, siamo di fronte a una vera alleanza in nome di un interesse comune. D’altronde i numeri parlano chiaro. Studi citati dalla Partnership mostrano che un quarto delle aziende di alta tecnologia Americana lanciate nell’ultimo decennio avevano tra i fondatori almeno un immigrato. Gli immigrati producono inoltre più del 5% del PIL e le imprese di cui sono titolari hanno creato oltre 400mila posti di lavoro negli ultimi 20 anni. Bloomberg ha dichiarato: "Agli immigranti del mondo intero che hanno spirito d'iniziativa, noi dobbiamo dire: venite in America, vi accoglieremo a braccia aperte". Proponendo subito dopo una corsia preferenziale per dare subito la Green Card (permesso di soggiorno a tempo illimitato) a chiunque crei lavoro per dieci persone. Ma non si può dimenticare che l’America è anche quella della paura mai sopita nei confronti dello straniero, soprattutto dopo l’11 settembre. La stessa dei referendum anti immigrazione di Arizona e del provvedimento approvato all’unanimità a Fremont, in Nebraska, che vieta di affittare ai clandestini e scarica sui padroni di case l'onere di controllare i documenti. Leggi che hanno messo in seria difficoltà sia Barack Obama che i repubblicani con posizioni più liberali. Perché a dispetto di quanto dichiarato dalla Partnership, all’interno degli stati più fortemente arroccati su posizioni xenofobe la popolazione è a fianco dei suoi governatori. Nonostante gli stati confinanti abbiano dichiarato il boicottaggio turistico nei confronti dell’Arizona, i cittadini sostengono la politica di chiusura. A poco è valsa la discesa in campo di divi del pop, celebrità sportive e perfino cartoni animati. E nemmeno le foto segnaletiche di Dora l’esploratrice, cartoon che ha per protagonista un’avventurosa bimba messicana (che in Italia è trasmesso sul canale 602 Nick jr), che dopo l’approvazione del referendum sfoggia un naso rotto e un occhio pesto per non aver potuto presentare i documenti alle forze di polizia. Ma se Obama negli ultimi tempi ha avuto il suo bel da fare con il disastro ambientale provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico, da presidente degli Stati Uniti non può certo dimenticare che la situazione ai confini del paese è diventata sempre più insostenibile. I cartelli della droga sfruttano gli immigrati irregolari come corrieri, e questo è un argomento fortissimo in mano alla destra estrema e al Tea party. Nel suo ultimo discorso alla nazione il presidente è stato molto chiaro. La riforma ci sarà, e terrà conto dei dati demografici del censimento federale, che preannunciano che entro quarant'anni la popolazione degli Stati Uniti aumenterà fino a circa 458 milioni, dai 300 di oggi. L’Onu, più prudente, stima circa 404 milioni entro il 2050. In ogni caso si tratta di 100 milioni in più di persone, un terzo rispetto alla popolazione odierna. Se pensiamo alle stime sull’Europa, che presto sarà un paese a zero nascite e con una popolazione di anziani in esubero, il ricorso al dato demografico avrà forse un certo appeal anche sui più scettici. L’immigrazione porta nuove braccia e nuovi cervelli, ma soprattutto ringiovanisce molto una nazione. E mentre la Cina e la Russia si dichiarano preoccupate perché entro qualche decennio saranno nazioni canute e bisognose di forti risorse da investire nel Welfare, l’America proprio nell’apertura delle frontiere potrebbe trovare una nuova rinascita.

Marìka Surace

Foto ufficiali della White House



Greenpeace dà i voti ai leader mondiali

Greenpeace da i voti ai leader mondiali

Prima che la Conferenza mondiale sul clima di Copenhagen iniziasse, Greenpeace ha fatto il punto della situazione cercando di capire quanto i leader stiano effettivamente facendo per mantenere le promesse.
Nella Guida alle politiche climatiche si analizzano le strategie di lotta ai cambiamenti climatici basate su quattro criteri:

  • riduzione delle emissioni;
  • risorse finanziarie investite per tale realizzazione;
  • lotta alla deforestazione;
  • azioni interne.

Si scopre così che al primo posto per sforzi profusi e risultati ottenuti c’è Tuvalu, minuscola nazione minacciata dall’innalzamento delle acque che ha ottenuto il punteggio più alto in tutte le categorie.

All’ultimo posto ci sono invece gli Stati Uniti; si sta dibattendo sulla riduzione del 4% entro il 2020, ma gli esperti avevano fissato la soglia al 40% per quella data, anche nelle altre categorie totalizzano punteggi molto bassi.

In Europa come siamo messi?
Lo stato peggiore risulta la Spagna per gli scarsi interventi a favore dei Paesi del Sud del mondo, per la lentezza con cui sono portate avanti le politiche di dismissione del nucleare a favore di fonti rinnovabili.
L’Italia purtroppo la segue a ruota. Non ha rispettato l’abbattimento delle emissioni dei gas serra, che sono invece aumentate; e il ritorno di impianti a carbone emetterà ulteriore CO2.

A sorpresa la Cina risulta, fra i grandi del mondo, il Paese migliore. Intenzionata a ridurre in maniera significativa le emissioni, sta portando avanti un’invidiabile crescita di forme di energia rinnovabili e sono attenti alle biodiversità.

Foto di Greenpeace



Aspettando Obama

Aspettando Obama

I Paesi intervenuti al Cop15 sembrano studiarsi a vicenda: ognuno cerca di capire le intenzioni altrui prima di esprimersi con cifre precise; alcuni chiedono un impegno maggiore, altri non vogliono raggiungere i livelli minimi.
Le ricerche scientifiche hanno concluso che per evitare un ulteriore surriscaldamento climatico i Paesi dovrebbero ridurre le emissioni nocive del 40% entro il 2050 (rispetto ai dati del 1990), ma pochi hanno già palesato la loro volontà di raggiungere l'obiettivo.

Prima dell'apertura del Congresso la Cina aveva annunciato di mirare a ottimi obiettivi ma dopo aver assistito alla reticenza di alcuni Paesi, soprattutto europei, ha tentennato e ha posto condizioni al proprio impegno: manterrà i propositi solo se anche gli altri Paesi si impegneranno considerevolmente.

Xie Zhenhua
, capo negoziatore della delegazione cinese, auspica che l'intervento di Obama e degli Stati Uniti sia positivo e di sprone per tutti gli altri: Cina e America producono il 40% delle emissioni inquinanti mondiali, quindi il loro contributo è essenziale.

Obama deve anche ascoltare le proteste che giungono proprio dal proprio Paese: i repubblicani, guidati dall'ex governatrice dell'Alaska Sarah Palin, chiedono al loro presidente di boicottare il Cop15 e di pensare in primis alla crisi che mette a dura prova gli americani.

Barack Obama è sicuramente il più atteso al Cop15 e le sue parole giocheranno un ruolo fondamentale nelle difficili trattative tra i Paesi. Dopo i primi giorni molto difficili in tanti sperano nel suo intervento risolutore.

Foto di america.gov



COP15: cosa dobbiamo aspettarci?

Avoicomunicare ospita Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e giornalista, nonché conduttore dei programmi tv Gaia, Terzo pianeta e La gaia scienza.

Ci ha parlato di Cop15, delle aspettative e degli obiettivi che si potrebbero raggiungere in quest’occasione epocale, e dei motivi che la rendono diversa dalle altre conferenze a cui abbiamo assistito fino a questo momento.

Il giornalista di La7 ci spiega il panorama geopolitico che si presenta all'inizio dei lavori, la posizione delle superpotenze Cina e Stati Uniti, dell'Europa, dell'India e di tutti gli altri nuovi attori partecipanti ai lavori di Copenhagen.

La preoccupazione del conduttore de La gaia scienza è sull'effettiva messa in pratica delle dichiarazioni di intenti fatte dai vari Stati: ridurre del 40% le emissioni di CO2 entro il 2050 è un obiettivo importante, ma c'è bisogno di muoversi già da adesso per realizzarlo. E lo si può fare cominciando finalmente a mettere in pratica quanto stabilito con il protocollo di Kyoto, fino a questo momento disatteso da tutti, Italia compresa.

Che ne pensate delle parole di Mario Tozzi?
Siete fiduciosi sull'esito dei lavori di Copenhagen?



L’America "adulta" di Barack Obama

Ci voleva uno tra i Presidenti più giovani della storia statunitense per riportare il concetto di responsabilità al centro della politica americana.

Il discorso d’insediamento di Barack Obama è stato tanto commovente quanto prevedibile e atteso: gli Stati Uniti dovranno agire in modo più responsabile a livello nazionale e internazionale, coniugando in maniera equilibrata forza e diplomazia, interessi nazionali e solidarietà, sviluppo economico e attenzione all’ambiente.

Quella che emerge dalle parole di Obama, appena insediatosi Presidente, è la visione di uno Stato finalmente evoluto, maturo, responsabile, “adulto”, in cui ci sia una reale parità di diritti e opportunità per tutti, indipendentemente dalla loro natura, dalle loro preferenze, dalle loro scelte di vita.
In un clima di totale concordia le parole misurate del neo-Presidente – che ha ricordato le sue origini “meticce” e l’eredità multi-etnica degli Stati Uniti - sono sembrate rivolte a tutto il Paese, non solo agli elettori della maggioranza al potere.

La forza di Obama, capace di coinvolgere i cittadini con la sua dialettica vincente e con la forza del proprio esempio, al di là dei loro schieramenti politici, è emersa tutta nei 18 minuti di discorso, senza sussulti retorici.
Un vero discorso da Presidente della più grande potenza economica e militare al mondo, capace di unire ed ispirare.



Barack Obama, “questa è la vostra vittoria”

È successo veramente. Barack Obama è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.

“Il cambiamento è arrivato in America. Questa è la vostra vittoria”, ha detto il primo presidente statunitense di colore alla folla acclamante di Chicago.

Il mondo festeggia la sua elezione, perché Barack Obama è figlio del dialogo tra culture e religioni.
Noi tutti speriamo sia un portatore di pace.

Secondo voi, adesso, un mondo unico è più vicino?



Barack Obama, un candidato di colore

Tra qualche giorno si voterà per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America. Il favorito è Barack Obama, il primo candidato di colore.

E’ di pochi giorni fa la notizia dello sventato complotto per ucciderlo. Un gesto plateale a opera di due giovani neonazisti, che avrebbe dovuto colpire Obama e “il numero più alto di neri”.

Secondo voi che peso ha, nella corsa alle presidenziali americane, la razza del candidato democratico? Il colore della pelle di Obama è la sua fortuna o il suo principale problema?