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La civiltà dell'empatia

La civilta dell empatia

La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi è l'argomento centrale del nuovo libro di Jeremy Rifkin, economista americano che avevamo già intervistato in una live chat su avoicomunicare qualche tempo fa.

Secondo Rifkin la Storia non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune sensazionali scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi e hanno dimostrato, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri. Alla luce di questo nuovo approccio, Jeremy Rifkin propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quello industriale dalla ragione, con la globalizzazione e la transizione all'era dell'informazione, si fonderà sull'empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione di un'altra persona.

Tale risultato è stato però ottenuto a caro prezzo: per crescere e prosperare, società via via più complesse e sofisticate hanno richiesto sempre maggiori quantità di energia e risorse naturali, imponendo un pesante tributo all'ambiente sotto forma di un notevole aumento dell'entropia. Un'incessante spoliazione che rischia, adesso, di compromettere definitivamente la salute della terra e di pregiudicare la sopravvivenza stessa della specie umana.

Ma per Rifkin non tutto è perduto. Mentre le società depredavano i beni della natura, si è fatta silenziosamente strada una nuova "coscienza biosferica" che ha la forza di renderci davvero solidali con il pianeta che abitiamo, portandoci a ridefinire il corso dello sviluppo economico e i nostri stili di vita nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale. Sta a ognuno di noi far sì che questa nuova "civiltà dell'empatia" veda la luce prima che sia troppo tardi.

In occasione della presentazione italiana del suo ultimo sforzo letterario Rifkin torna quindi in Italia per parlare con la rete, e per la precisione con alcuni blogger italiani.
Avoicomunicare partecipa a questo incontro che si sta svolgendo stamattina, grazie al contributo di Piero Tagliapietra, giovane blogger appassionato di comunicazione e semiotica, che ci racconterà l'atmosfera e il contenuto di questa chiacchierata.



Immigrazione femminile: le “donne invisibili”

Donne invisibili

I lavori di cura alla persona - nei confronti dei bambini e degli anziani - e della casa sono entrati in crisi nei decenni scorsi in Italia.

In risposta a questa emergenza, nel nostro Paese si è innescato il fenomeno dell’immigrazione femminile, ormai prevalente negli ultimi dieci anni.

Ma il fenomeno ha una storia molto particolare: a partire dal 1990 - a seguito della promulgazione della legge Martelli - giunse nel nostro Paese un grande flusso di donne maghrebine, per effetto del ricongiungimento familiare.

Esse si aggiunsero alle fila di donne eritree e filippine già presenti nel nostro territorio, rafforzando la categorie delle cosiddette “donne invisibili”, coloro che venivano e vengono tuttora assunte (per la maggior parte dei casi non regolarmente) come donne di servizio.

Negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito all’arrivo di moltissime donne dall’Europa dell’Est, nuova forza-lavoro per ricoprire i ruoli di badanti, colf e tate.

Abbiamo perciò raggiunto in Italia una nuova fisionomia sociale, perché è stata messa in atto una vera e propria trasformazione all’interno della società stessa: la donna viene ad assumere nuovi ruoli a causa di un processo di emancipazione e di necessità.

Vengono però simultaneamente a generarsi scompensi sociali in senso globale, in quanto nei Paesi d’origine si creano disagi provocati dalla carenza delle stesse figure femminili.

Che tipo d’immigrazione caratterizza la zona in cui vivi? Hai notato anche tu cambiamenti negli ultimi anni? Com’è cambiata la fisionomia sociale della tua comunità?

Foto di PakyuZ



Storia dei diritti umani

Storia dei diritti umani

La nascita dei diritti dell'uomo (più comunemente chiamati “diritti umani”) viene identificata con la pubblicazione della lettera “Esame di coscienza sui doveri della monarchia”, scritta nel 1702 dal teologo francese Fénelon, pseudonimo di François de Salignac de La Mothe-Fénelon, ma pubblicata postuma nel 1787. In questo scritto veniva sostanzialmente ripudiato l’assolutismo della monarchia francese.

I diritti umani possono essere classificati in:

  • diritti di prima generazione (diritti fondamentali civili e politici),
  • diritti di seconda generazione (diritti economico-sociali e culturali).

Nell’ultimo decennio ha avuto luogo un largo processo di differenziazione dei diritti umani, collegati direttamente al progresso tecnocratico che sta vivendo la nostra società dell’informazione.

Ora si parla di diritti diffusi (o diritti di terza e quarta generazione) in relazione e a tutela dell’infanzia, della privacy, del testamento biologico, fino ad arrivare all’attualissimo diritto all'uso dei computer. Il giurista Stefano Rodotà rivendica il diritto a internet, ovvero alla possibilità di utilizzo della banda larga estesa a tutti gli utenti.

L'impero del diritto si è ulteriormente ampliato a seguito della globalizzazione, che ha visto la nascita di nuovi organismi comunitari o tribunali internazionali (per giudicare ad esempio crimini di guerra), basati su leggi e regolamenti per garantire la tutela dei diritti dei cittadini dei vari Stati comunitari.

Con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, si è raggiunta l’universalizzazione dei diritti umani.

Questo documento viene considerato il testo sacro della religione laica mondiale.

Nel periodo in cui ricopriva il ruolo di segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan la definì come “il parametro per misurare il progresso umano, il fondamento e il credo dell'umanità che dovrebbero guidare la condotta umana”.

Non fu sottoscritta da tutti i Paesi del mondo; successivamente quelli islamici firmarono la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo a Parigi nel 1981.

Nel 1989, col crollo del muro di Berlino, nasce l’interesse verso i cosiddetti diritti dei popoli, in realtà difficili da definire, perché strettamente legati all’accezione complessa del termine “popolo”.

Successivamente nel 1997 a Parigi venne firmata la Dichiarazione per le generazioni future.

I diritti umani sono individuali, indivisibili e inviolabili; vanno tutelati per proteggere la dignità, la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà: sono un patrimonio inalienabile dell’umanità.

Non c'è pace senza il rispetto e la tutela dei diritti dell'uomo.

Come pensi sia possibile raggiungere la loro piena e universale tutela? E’ utopico sognarla?

Foto di Marco Stregatto



Il futuro è nella nostra storia?

Noi siamo la nostra storia.
Oggi possiamo comprendere il nostro presente, o pianificare e progettare il futuro, facendo ricorso alle esperienze del passato.
Non siamo obbligati a ripetere gli stessi errori.
Grazie ai sacrifici di chi ci ha preceduto, siamo più liberi e consapevoli.

Quali conquiste del passato sono fondamentali nel nostro presente?
Quanto la storia ci serve davvero da lezione?



Gio, 05/02/2009 - 07:42 | Scritto da: avoicomunicare | | Link permanente | Tags: