Dal tribunale di Milano arriva una sentenza destinata a creare un precedente importante per tutti i giovani stranieri in Italia ancora privi di cittadinanza.
Diritti e doveri regolano qualunque comunità e società civile, e se è vero che nel caso delle seconde generazioni o più in generale di tutti i cittadini stranieri in Italia si parla spesso di diritti che non vengono concessi, a volte ci sono casi in cui ad essere negati sono i doveri, o perlomeno la possibilità di contribuire in maniera attiva al bene della comunità.
E' questo il caso di Syed S., ventisei anni, pakistano di nascita e milanese dall'età di undici anni, seppur sprovvisto di cittadinanza italiana. A settembre del 2011 Syed si vede negata la possibilità di svolgere il servizio civile nazionale, che avrebbe voluto svolgere come volontario presso la Caritas Ambrosiana; il motivo è semplice: tale privilegio è concesso solo a cittadini italiani, a seguito di una modifica sui requisiti di partecipazione risalente al 2002, dopo che la riforma del servizio civile del 2001 aveva aperto la possibilità di partecipare agli stranieri.
A ottobre il ragazzo, insieme alle associazioni ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione) e Avvocati Per Niente, presenta così ricorso sulla decisione, appellandosi al principio di parità fissato dall'art.2 del Testo Unico sull'Immigrazione, chiedendo al Dipartimento del servizio civile di riaprire il bando in modo da eliminare il requisito della cittadinanza italiana e aprendo così la possibilità di partecipare agli stranieri.
Il 12 gennaio 2012 arriva la sentenza del Tribunale di Milano, destinata a essere considerata un precedente importante e un piccolo passo avanti nel riconoscimento dei giovani di seconda generazione come parte indispensabile della comunità e del tessuto sociale del paese. Quanto stabilito giudica infatti discriminatorio il bando pubblicato a settembre 2011, che negava la possibilità di partecipare a tutti i ragazzi che "contribuiscono in maniera stabile e regolare alla comunità".
A decidere sul caso è stato il giudice Carla Bianchini, la cui sentenza impone all'Ufficio Nazionale per il servizio civile di sospendere le attuali procedure di selezione, modificare il bando in modo da consentire l'accesso anche agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, e infine di fissare un nuovo termine per le domande.
Il paese si prepara quindi ad accogliere i ragazzi stranieri tra i volontari che richiedono di passare un anno della propria vita ad aiutare chi è più bisognoso, quindi? Non proprio, perchè nonostante la sentenza positiva quest'anno sono proprio i fondi destinati al servizio civile ad essere a rischio, un'allarme lanciato dalle tante associazioni che fanno parte del forum Nazionale sul servizio civile. I fondi allocati per il 2012 e per il 2013, infatti, sono pochissimi: "Se le cose restano così - hanno detto i responsabili del Forum, rivolgendosi al Ministro Riccardi - Nel 2013 ci saranno fondi solo per 4mila volontari".
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Una giornata per dare spazio ai tanti, tantissimi stranieri che abitano l'Italia: l'iniziativa è stata lanciata da Radio3 con il titolo "tutti stranieri". Il 5 dicembre tutti i programmi della radio sono condotti da giornalisti, attori, musicisti e corrispondenti provenienti dai quattro angoli del mondo e che si sono stabiliti ormai in Italia. Abbiamo parlato con Marina Lalovic, giornalista protagonista del programma "Tutta la città ne parla".
Da anni ormai l'Italia è un vero e proprio luogo di incontro tra popoli, ma solo ultimamente la percezione dei media e dei cittadini italiani nei confronti degli stranieri è iniziata a cambiare, passando dall'iniziale diffidenza e resistenza fino a un sempre crescente interesse nei confronti di usi, costumi, pensieri e idee degli immigrati.
La scelta di Radio3 di dedicare spazio e attenzione agli esponenti di diversi paesi e culture che abitano in Italia è un ottimo modo per fornire agli ascoltatori contenuti interessanti e attuali. Dare voce a punti di vista differenti su questioni di ampio respiro aiuta a mettere il nostro paese nella giusta prospettiva: siamo ormai una società costituita da un melting pot di percorsi storici, politici e culturali diversi che delineano il profilo di una nuova Italia.
Ne abbiamo parlato con Marina Lalovic, giornalista serba in Italia da 10 anni e redattrice del programma televisivo BABzine in onda su Babel, il canale Sky dedicato agli stranieri in Italia.
Cosa può dare in più un giornalista straniero a un programma di informazione?
"Tante cose: innanzitutto un occhio esterno, un modo di vedere la realtà e le notizie di un paese diverso da quello di chi ci ha sempre vissuto. Chi viene da fuori dall'Italia ha un bagaglio di esperienze, di riferimenti e di trascorsi storici diverso, e i fatti vengono interpretati diversamente. Allo stesso modo cambia il modo di condurre un programma e il modo di parlare con gli ospiti stranieri che partecipano. Indipendentemente dalla classe sociale, dalla professione e dai punti di vista il rapporto è più immediato, anche solo per il fatto di essere entrambi stranieri in un altro paese, e questo permette di avere subito un terreno comune e condiviso"
Nel tuo episodio del programma avete parlato di nazionalismi. Nella scaletta sei partita dalle recenti dichiarazioni del Presidente Monti all’Europa e infine alla Croazia. Qual è la relazione?
"Il punto di partenza sono state le parole di Monti, che ha voluto prendersi in prima persona le sue responsabilità nei confronti del paese invece di attribuire all'Europa le necessità politiche italiane. Così il discorso è passato alla Croazia, che presto entrerà in Europa nonostante tanti croati non ne vedano la necessità. Spesso i politici dicono che alcune manovre o azioni servono all'Europa, e questo porta i cittadini di un paese a vedere male questa unione, che in questo periodo sembra non promettere quasi nulla e che chiede grossi sacrifici. A quel punto è facile rintanarsi nel nazionalismo. In questo vedo anche il valore aggiunto di cui parlavo: non avrei potuto parlare in maniera approfondita della situazione italiana, e così ho attinto dalla mia esperienza e dalla ia visione per portare la discussione in una direzione un po' diversa."
Qual è quindi l'esperienza di una persona che ha visto come le questioni politiche e le notizie possono influenzare davvero la vita delle persone, come è successo in Serbia con l'ultranazionalismo?
"Un'altra questione è quella di parlare di come alcuni eventi abbiano ripercussioni reali sulla vita delle persone: io sono venuta via dalla Serbia 10 anni fa proprio a causa del nazionalismo, e per farlo ho lasciato familiari e amici. Non sono cose facili, non è stato come andare a studiare in un altro paese, ho fatto dei sacrifici per arrivare qui a parlare, ora, proprio di nazionalismi. Sono cose vere che hanno ripercussioni sulle persone: nei primi tempi in Serbia si rideva delle dichiarazioni di Milosevic e del suo partito, è sempre facile sentirsi come se quello di cui si parla sui giornali non fosse vero, e ci si accorge della realtà solo quando ci tocca da vicino."
Ascolta qui l'episodio di "Tutta la città ne parla" condotto da Marina Lalovic.
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Oggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.
Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.
L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.
Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno.
Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.
Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!
Foto di Oxfam Italia
Quando si dice sciacquare i panni in Arno. Ieri si sono svolti a Firenze (ma anche ad Asti) i primi test di italiano per immigrati, tappa necessaria all’ottenimento del permesso di soggiorno di lungo periodo, ovvero la carta di soggiorno. Ebbene, nel capoluogo toscano sono stati tutti promossi tranne uno. Non un numero altissimo quello dei partecipanti, solo 17 richiedenti, ma comunque abbastanza preparati da rispondere con un punteggio superiore a quello di 80 su 100, il minimo per ottenere la promozione. Ma in tutto saranno 170 tra Firenze e Borgo San Lorenzo e 10 ad Asti, quelli che hanno studiato e che affronteranno per primi il test che permetterà loro di vivere in Italia.
Nel territorio italiano i richiedenti in tutto sono 6746, e ogni città si organizzerà in modo da gestire questi numeri al meglio. Gli uffici scolastici provinciali supervisionano i test, mentre le prefetture raccolgono le domande e valutano i requisiti dei richiedenti. Dopo aver prenotato la partecipazione all’esame sul sito del Ministero dell’Interno, gli immigrati provenienti dalla vicina Albania e dal lontano Perù e perfino dalla Siberia, si siedono e svolgono il loro bel test, che come ogni esame di lingua che si rispetti è suddiviso in diverse parti. La comprensione orale, ovviamente, con domande a risposta multipla, abbinamento e vero/falso. Le stesse modalità per il test di comprensione scritta. Infine si passerà alla scrittura vera e propria, che potrà essere un tema, una cartolina, un modulo da compilare. Questa è la parte più difficile e anche la più contestata dalle associazioni di immigrati. Si obietta, infatti, che mentre molti stranieri capiscono e sanno farsi capire bene, la scrittura è per loro una prova più difficile, soprattutto per quelli che non usano, nella lingua d'origine, i caratteri latini. L’esame, in sé, non dura tantissimo, soltanto un’ora. Se si viene bocciati, c’è la possibilità di prenotarsi subito per il test successivo, senza il salto dell’appello.
Ma certamente non sono i tempi di svolgimento del test quelli che preoccupano prefetture e Acli. Innanzitutto manca un percorso di formazione specifico, che includa nel piano didattico elementi di educazione civica essenziali per poter affermare che la preparazione è completa. Va detto che ci sono dei corsi organizzati all'interno dei Cpt, la cui frequentazione permetterebbe di non effettuare il test. Peccato che i suddetti corsi siano pienissimi e che non se ne organizzino abbastanza. E comunque, come già detto precedentemente, tutto questo rallenterà non poco le pratiche di regolarizzazione, perché anche se in possesso dei requisiti bisognerà comunque attendere questi i risultati prima di procedere. Soprattutto se si pensa che quelli in possesso dei requisiti sono quasi 500.000.
Foto di Pracucci
Molti di loro sono già partiti, navi e posto in autobus (viaggi lunghi perfino tre giorni per alcuni) prenotati da mesi, valigie stracolme di olio, parmigiano, pesto e qualche dolce. Gli immigrati che vivono nel nostro paese cercano di tornare a casa, a dicembre, almeno quelli che possono farlo. Gli altri, una casa troppo lontana o affetti ormai consolidati sul suolo italiano, rimangono qui. E festeggiano, a modo loro, quella che forse è la festa che più si avvicina alle tradizioni di tutti, a volerla leggere da un punto di vista religioso e al netto di alberi, panettoni e code nei negozi.
Perché si possono anche chiudere gli occhi e fare come gli amministratori di Coccaglio (BS), che l’anno scorso lanciarono la vergognosa operazione White Christmas, che promuoveva espulsioni rapide a Dicembre per un Natale senza immigrati. Ma gli immigrati ci sono, vivono qui, fanno parte della nostra società. E allora altri comuni, altre amministrazioni, hanno pensato che questa potesse essere un’occasione per ricordare che si può essere legati alle proprie tradizioni ma non per questo rifiutarsi di conoscere le altre.
Rimini, città accogliente per definizione, ha lanciato l’iniziativa Presepi dal Mondo, sostenuta dalla locale Caritas Diocesana e dal Centro Betania Migrantes. Maria ha la carnagione scura, Giuseppe degli esotici occhi a mandorla. In questi presepi allestiti dagli immigrati presenti a Rimini e fatti con materiali appositamente fatti arrivare dai paesi d’origine, i lineamenti orientali prevalgono, e ammirarli è come fare un viaggio attraverso le tradizioni e la religiosità popolare del mondo intero. La mostra sarà aperta fino al 6 gennaio.
Un po’ più a Sud, a Caserta, più nota come capitale della camorra, si è aperto invece il festival internazionale Contrasti. Una manifestazione itinerante, che prende a cuore le difficoltà di un territorio in cui spesso le speranze sembrano non concretizzarsi mai. Nel nome della contaminazione, ci saranno fino al 6 gennaio performance, dibattiti, iniziative culturali tutte volte a promuovere e valorizzare quella che è la chiave per comprendere un luogo così difficile: la differenza.
A Milano il Natale è partito con qualche difficoltà, invece. Prima le polemiche sull’opportunità o meno di festeggiare il Natale in un asilo multietnico(per fortuna risoltesi anche grazie ai genitori dei bambini stranieri, che si sono dichiarati assolutamente aperti a un confronto sulle tradizioni), poi alcuni problemi sull’illuminazione a festa di una delle zone più difficili del capoluogo, Via Padova.Per fortuna ci ha pensato Terre di Mezzo, che con la promozione di Hasta il Nataleha cercato di avvicinare tutti a un natale solidale, che avvicini invece che allontanare.
Altre polemiche anche a Sassari, dove la Lega Sardinia, volto isolano della Lega Nord, si è fermamente opposta alle numerose iniziative promosse dal comune: dal mercatino di prodotti etnici al festival del gusto, con degustazioni di piatti tipici dei luoghi da cui provengono la maggior parte degli immigrati che vivono nella provincia. E poi proiezioni cinematografiche, mostre, un piccolo concorso fotografico. Il partito leghista ha obiettato che invece di pensare a cacciare dal territorio clandestini e prostitute, gli si rende addirittura piacevole la permanenza.
Dimenticando che, in fondo, Gesù e i suoi genitori furono i primi clandestini in fuga. La nascita in tutta furia e in condizioni disagiate a Betlemme, poi la corsa verso l’Egitto, dove Maria, Giuseppe e prole sono stranieri e per questo, spesso, trattati male e costretti a un esilio scomodo. Una storia già raccontata mille volte, eppure non ce lo ricordiamo mai. E Buon Natale, dunque, anche agli smemorati.
Foto di Leo Reynolds