Dal 1 agosto non ci sarà più (sul satellite) il canale realizzato con i reportage dei cittadini. Il direttore Tommaso Tessarolo spiega quali prospettive per una tv "dal basso" e quel che sarà di Current Italia dopo l'estate. Il futuro dell'informazione nella cooperazione non competitiva di televisione e web.
Forse aveva ragione Aldo Grasso quando scriveva che la televisione è tutt’altro che cattiva quando si mette lì a mostrarti come sarebbero perfette le storie quotidiane se solo dietro ci fosse uno sceneggiatore esperto almeno quanto quelli che scrivono le serie tv americane. Tutto va storto, tutto si riaggiusta, ma come nelle migliori favole niente sarà mai più come all’inizio. Succede che in Italia su certe questioni, prime fra tutte quelle sulla famiglia e i diritti della persona, ci siano ancora dei nodi difficili da sciogliere, purtroppo di mero opportunismo devoto a un’etica sopravvalutata e soprattutto misvalutata. E succede poi che quello che non si riesce a risolvere in Parlamento trovi in televisione una pacifica soluzione, premiata da un pubblico che è anche votante e che quindi certe cose le capisce più di quanto i politici stessi credano. Lo abbiamo appena visto nella mini serie tv Rai Le cose che restano, di Gianluca Maria Tavarelli, quattro puntate che raccontano la storia di una famiglia italiana come tante, alto borghese, una casa di quelle di una volta, piena di stanze che si aprono su un lungo corridoio, quattro figli già grandi.
Una tragedia, di quelle necessarie a smuovere gli animi assopiti su una quotidianità rassicurante, fa in modo che tutti i membri della famiglia abbandonino il pilota automatico e si chiedano chi sono veramente, e a cosa davvero appartengano. Ed ecco che il capofamiglia, Ennio Fantastichini, ingegnere di successo avviato a una tranquilla pensione, decide di andare in Iraq, a ricostruire quello che “anche noi abbiamo contribuito a distruggere”. Mentre uno dei figli, cooperante internazionale sempre in viaggio che lavora per la Farnesina, trova nell’amore per un uomo incontrato per caso una stabilità familiare a cui non aveva mai pensato. Le vicende scorrono con quella giusta lentezza che, priva di colpi di scena a uso e consumo dei cambi di inquadratura, rende le vicende più credibili. La vita di una famiglia spezzata dal dolore prosegue in maniera più incerta, ma prosegue. Lentamente la casa ormai vuota torna a riempirsi perché Nino, il più giovane della famiglia, apre le porta a una clandestina arrivata col barcone da un campo profughi palestinese, alla ricerca della figlia sparita anni prima. Una donna, Shaba, che sarà il vero collante attorno a cui i legami familiari un po’ sfilacciati si ransaldano, nel tentativo comune di aiutarla.
La richiesta dello status di rifugiata al Ministero degli Esteri, la scoperta che la figlia è finita in un giro di prostituzione e droga gestito dalla criminalità organizzata che ricatta gli stranieri clandestini, l’aiuto delle associazioni di volontariato e degli agenti della polizia, la vita che torna a offrire una speranza a chi pensava di aver finito le opzioni. La fiction di Tavarelli è leggera, pacata, ma non per questo i momenti più drammatici perdono d’intensità. Gli si perdonano le ingenuità tipiche della tv italiana, una tendenza alla lacrimona facile, l’indugiare su qualche stereotipo di troppo. Ma non è che adesso si possa pretendere che la tv italiana ribalti completamente i suoi pilastri. E si cerca invece di apprezzarne la buona volontà, già vista in prodotti come Tutti pazzi per amore e, precedentemente, in La meglio gioventù (gli autori sono gli stessi de Le cose che restano.) La volontà di dipingere qualcosa di diverso dalla famiglia Cesaroni, dove la macchietta detta il passo e le soluzioni ai problemi sono così semplici da non nessere alla portata di nessuno che abbia una vita normale.
La storia continua, e mentre Shaba e sua figlia si ritrovano, assistiamo alle difficoltà di una famiglia omosessuale legata solo dall’amore ma non dallo status. Una figlia avuta da uno dei due da una precedente relazione, la malattia, le difficoltà di prendersi cura l’uno dell’altro in mancanza di una legge che apra gli occhi sull’esistenza di relazioni familiari che per molti non saranno convenzionali, eppure esistono. E il cui mancato riconoscimento crea solo sofferenza. La casa con il corridoio e le stanze ampie è ormai nuovamente piena. Di gente che nella maggior parte dei casi non ha nessun rapporto di parentela l’una con l’altra, di persone che all’inizio parlavano lingue diverse e hanno diverse esperienze di vita. Nella notte romana un autobus viaggia dal centro alla periferia, dal Colosseo illuminato a un palazzo dormitorio dove fa capolinea. A bordo ci sono due ventenni, nati nella città eterna, precari, qualche sogno in meno nello zaino rispetto agli anni del liceo. E poi un ragazzo cinese con le cuffie dell’Ipod, un barbone semiaddormentato, due senegalesi con le buste piene di borse di plastica piene di loghi. Generazioni diverse, etnie diverse. Nella stessa città, nella stessa nazione.
Foto di ViaggiAnt
Dal Pakistan a Prato, passando per la Cina, la Russia e la Costiera Amalfitana: alluvioni, frane, incendi sono tutti eventi legati ai cambiamenti climatici e producono danni molto gravi. È come se il pianeta ci stesse dicendo qualcosa ma noi non ascoltiamo con sufficiente attenzione. Però bisogna distinguere, spiega Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica Italiana: "Ci sono eventi che sono sempre accaduti e fenomeni che invece sono il sintomo di un cambiamento; la climatologia li chiama eventi estremi poco probabili rispetto al clima del passato.
Il caldo russo di questa estate appartiene a questi ed hanno anche effetti sulla società". Saper ascoltare quel che il pianeta ci sta dicendo, vuol dire anche avere la consapevolezza che parlare di clima richiede una comunicazione precisa, rigorosa che sappia però, allo stesso tempo, parlare anche a non esperti.
Noto al pubblico anche per le sue partecipazioni televisive e autore di numerosi libri (l'ultimo dei quali è Viaggi nel tempo che fa Mercalli dice che i media svolgono un ruolo determinante: "Siamo bombardati di informazioni anche a livello climatico, ma la comunicazione su questi temi non si può limitare a slogan pubblicitari e alle banalizzazioni. Dobbiamo prenderci il tempo per parlarne, perché l'informazione sul clima è uno degli strumenti più importanti per risolvere il problema. Abbiamo i mezzi per affrontarlo. Proviamoci".
Un’italiana vince per la prima volta un torneo di tennis straordinario come il Roland Garros a Parigi e molti commenti, in rete ma non solo, sono sull’estetica della campionessa Francesca Schiavone. Sarebbe capitato lo stesso se avesse vinto un atleta maschio? Lorella Zanardo è l’autrice del documentario Il corpo delle donne, un caso per il web in Italia, nel quale in qualche decina di minuti offre uno spaccato inquietante dell’uso del corpo di donne e ragazzine in televisione. Al documentario è seguito il libro, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 208 pagg.), in cui si passa dalla denuncia alle proposte di strumenti per essere consapevoli di ciò che guardiamo in tv. Per Avoicomunicare le abbiamo chiesto di commentare la trasformazione che anche lo sport sta vivendo: la tv vuole certo grandi atlete ma che siano anche belle, prorompenti, sexy. Non solo atlete ma donne-immagine.
Intervista di Marìka Surace
Raccogliamo in questa video intervista a Mario Tozzi le sue impressioni circa il coinvolgimento dell'opinione pubblica in Italia sui temi ambientali. Secondo il noto divulgatore le persone infatti sembrano interessate, ascoltano con attenzione, ma nei fatti non agiscono in modo diverso, e quando devono tramutare le parole in azioni concrete non sono poi così attente all'ambiente
Per cambiare davvero le abitudini, il conduttore suggerisce un approccio educativo differente per mettere l'ambiente davvero in primo piano, rendendolo parte integrante di un programma di scienze; in un contesto nazionale in cui anche la televisione, come i nuovi media già riescono a fare, dia realmente più spazio e risonanza ai temi della eco-sostenibilità.
Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo e giornalista italiano, nonché uno dei principali testimonial di Science for Peace, ci racconta in questa video intervista le sue opinioni a 360 gradi sul rapporto esistente tra scienza e pace e tra cultura della pace e mezzi di comunicazione.
Spiegando le ragioni che l'hanno portato ad abbracciare il movimento, Cecchi Paone rimarca l'importanza dell'intuizione di Umberto Veronesi: “Senza scienza non c'è pace, senza pace non c'è scienza”, un mantra che secondo lui può rappresentare la base per un cambiamento importante, una rampa di lancio per una vera diffusione della cultura della pace in Italia e nel mondo.
Anche voi come lui pensate che la scienza possa contribuire al raggiungimento della pace? Che laddove hanno fallito politici e militari, possono gli scienziati?
Secondo voi, quanto è davvero utile, per il raggiungimento di una maggiore coscienza nazionale su questi temi, l'impegno di divulgatori come Cecchi Paone insieme al professor Veronesi?