Case ecosostenibili per ripristinare le abitazioni del popolo di Haiti? Bella idea, ma l'importante è agire.
L'argomento era stato già trattato intorno alla metà del 2011, dopo che il terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti aveva distrutto e danneggiato gravemente molti edifici come il Palazzo Presidenzlale, tutti gli ospedali della capitale Port-au-Prince, così come scuole e università, nonché migliaia e migliaia di vittime.
Si tratta della ricostruzione delle baraccopoli: qual è la scelta migliore fra case prefabbricate o case costruite con macerie e materiali di recupero?
Raccogliere i detriti e riusarli nella costruzione di case ecologiche è forse la soluzione più logica per non impattare ulteriormente sull'ambiente (trasporto di materiali e smaltimento di quelli di scarto), dare nuova vita a rifiuti e materiali riciclati, sfruttare tecnologie semplici per rialloggiare gli haitiani.
Un recente progetto della Harvard Business Review immagina la ricostruzione con case piccole, realizzate con materiali sostenibili e adatte a resistere alle calamità. Lo scorso anno invece si ipotizzava di ricostruire le case con le loro stesse macerie.
Ciò che è certo è che tantissime famiglie vivono ancora nei campi di accoglienza e che hanno bisogno di alloggio e stabilità. Sarà possibile coniugare in tempi brevi l'iniziativa ambientale con un bisogno reale e primario?
Se pensiamo che al vertice di Durban è emersa, fra le tante, la richiesta di un notevole sforzo da parte dei paesi in via di sviluppo, ma anche un forte intento, da parte loro, di ridurre le emissioni. Per Haiti si può forse sperare che la ricostruzione corrisponda a una rinascita. Con nuovi valori e nuovi obiettivi legati alla sopravvivenza ma anche alla crescita, al progresso, al benessere e alla sostenibilità.
Per il momento, nonostante gli sforzi delle organizzazioni umanitarie, Haiti è ancora in stato di emergenza e il processo di ricostruzione tarda a dare risultati. Le Ong associate hanno portato a termine negli ultimi mesi le attività di ricostruzione di scuole, orfanotrofi, centri di salute, uno spazio per lo sviluppo delle arti, e si spera potranno fare ancora di più, anche grazie ai fondi umanitari raccolti finora.
POST CORRELATI:
A fianco del popolo di Haiti>>
Haiti, un anno dopo è ancora emergenza>>
Foto: Flickr
“Non uscite. State a casa. Chiudete le finestre e fate in modo che le vostre abitazioni siano chiuse ermeticamente. Non accendete i ventilatori. Stendete i panni dentro casa”. Le parole del portavoce del governo giapponese Yukio Edano sono tutt'altro che rassicuranti. Così come la nuova esplosione, la terza in quattro giorni, che ha colpito gli impianti di Fukushima.
Di una cosa sono tutti sicuri: le cifre sulle radiazioni che si sprigionano dalle centrali oscillano, ma rimangono sempre al di sopra della soglia di allarme, soprattutto per chi vive nel raggio di trenta chilometri dalle centrali. A questo punto l'incidente nucleare avrebbe raggiunto il sesto livello di pericolosità in una scala in cui il settimo è il più elevato.
È inevitabile che la tragedia abbia riflessi in tutti i paesi del mondo dove ci si interroga sulla sicurezza del nucleare e sull'opportunità di mantenere, dismettere o inaugurare (come in Italia) questo tipo di produzione per l'energia elettrica. Ovunque vengono alla mente fatti tragici che legano la memoria all'energia nucleare. Negli Stati Uniti ricordano Three Mile Island e l'incidente del 1979, in Europa è ancora vivo il ricordo di quel che avvenne a Cernobyl dell'aprile 1986.
Le reazioni sono molto diverse. In Germania crescono i segnali di perplessità di fronte alle politiche atomiche. Berlino, ad esempio, lo scorso anno ha deciso di prolungare la vita delle centrali esistenti spostando così il previsto abbandono dell'energia nucleare al 2035, ma i fatti di Fukushima hanno spinto le decisioni della Merkel ad affondare sul freno e chiudere i due reattori più vecchi.
In Italia il dibattito sul nucleare impazza, centrato tutto sul referendum. “I nostri reattori saranno migliori”, dice il Ministro Romani appoggiato da tecnici esperti che spingono verso la realizzazione delle centrali. Dall'altra parte le opposizioni di chi voterà per il Sì, e quindi contro il nucleare, insistono sì sul pericolo evidenziato drammaticamente dai fatti giapponesi, ma anche su altre argomentazioni di carattere economico, etico ed energetico.
E poi ci sono le economie emergenti, Cina e India in testa, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai loro piani di sviluppo sul nucleare. Nonostante Fukushima, dicono, continueranno ad usare le loro centrali e ne costruiranno di nuove. Troppo grande la fame di energia di questi paesi per rinunciare ad ogni soluzione che possa incrementare e intensificare la potenza di generazione elettrica.
Negli Stati Uniti l'effetto Giappone si fa sentire, gli esperti frenano un po' ma non si tirano indietro dagli studi televisivi. “Sono esperti di politiche energetiche e non possono dire no di fronte all'invito in un talk-show”, scrive Michael Levi nel suo blog. Ma, continua Levi, ora non è il momento della politica, ora dovremmo lasciare parlare gli esperti che ci dicano se e quali rischi stiamo realmente correndo proprio ora. I progetti e le previsioni politiche fatte troppo a caldo in situazioni di emergenza potrebbero lasciare il tempo che trovano. Ricordate, dice Levi, quello che è accaduto con la marea nera e la BP? Con il terremoto giapponese e il nucleare potrebbe accadere la stessa cosa: passata la prima ondata emotiva i contrari avranno rafforzato le loro convinzioni sulla sicurezza e i favorevoli saranno più entusiasti che mai.
Immagine dalla galleria di Wilson W.K. Thong

Il Giappone è stato colpito in pieno dalla furia della natura e uno degli allarmi più preoccupanti riguarda uno dei reattori nucleari colpiti dal terremoto. Nonostante la Iaea, l'agenzia dell'Onu per l'energia atomica, ha cercato di tranquillizzare l'opinione pubblica mondiale garantendo che i quattro impianti interessati dal sisma e dallo tsunami erano stati spenti e messi in sicurezza, con il passare delle ore il governo giapponese è stato costretto a dichiarare lo stato d'emergenza nel reattore di Fukushima dove sembra che il sistema di riscaldamento non abbia funzionato a pieno.
Le immagini che testimoniano quello che ancora sta accadendo sono tremende. Alle 14:46 ora locale (le 6 e 46 ora italiana) la scossa ha colpito circa 400 kilometri di costa provocando crolli e incendi in numerose parti del paese, non risparmiando la capitale Tokyo.
Lo tsunami provocato dalla scossa ha creato allarme non solo in Giappone, ma anche inb molte aree vicine e non, come le Filippine, l'Idonesia, Taiwan, Hawaii, la coste del Pacifico di Russia, e dell'intero continente Americano, fino ad esetrndersi anche all'Australia e alla Nuova Zelanda. In pratica l'intero bacino dell'Oceano Pacifico è stato interessato dallo tsunami.
Ecco alcuni video
|
Qui si può avere una idea dell'onda anomale di oltre dieci metri che si è abbattuta sulle coste di Fikushima. |
|
|
| Gli uffici della Cnn a Tokyo tremano |
|
|
| La direzione dello tsunami che interessa praticamente l'intero bacino dell'Oceano pacifico |
|
|
| Immagini aeree della situazione |
|
|
| Un fiume di automobili e furgoncini trascinati via dall'acqua |
|
|
| Ogni strada trasformata in un corso d'acqua |
|
E ancora immagini scattate nei luoghi del terremoto, mentre l'Ansa offre la diretta della tv nazionale giapponese
Immagine da http://twitpic.com/48fl1v
Era il 12 gennaio 2010, e le immagini di Haiti facevano il giro delle news di tutto il mondo. Uno dei paesi più poveri al mondo veniva messo in ginocchio da un violento terremoto, e ovviamente era solo l’inizio. Ci sono disastri, infatti, le cui conseguenze si amplificano nel tempo, ripercussioni che portano a galla tutte le ferite con cui, in un modo o nell’altro, si riusciva a convivere. La situazione sanitaria dell’isola caraibica non era certo tra le migliori al mondo prima di un anno fa, nonostante la buona volontà e i numerosi aiuti di Ong internazionali e di nazioni solidali. Il terremoto non ha certo migliorato le cose. Ma quello che stupisce (o forse no) un anno dopo la tragedia che ha lasciatoto 250.000 vittime sotto le macerie e quasi 4000 negli ultimi mesi per colpa del colera, è il fallimento di un vero coordinamento tra tutti questi aiuti. La gara di solidarietà è stata di quelle memorabili, non c’è che dire. Numeri verdi, conti correnti dedicati alla causa, portaerei colme di viveri e medicinali provenienti dagli Stati Uniti, convogli di medici e strateghi della solidarietà. Immediato e con numeri potenzialmente molto efficaci, il soccorso ad Haiti ricordava molto quello avvenuto subito dopo il terribile tsunami nell’Oceano Indiano del 2004.
Eppure qualcosa non è andato come doveva. E le denunce di chi era già sul posto prima che le baracche cominciassero a tremare erano cassandre più che credibili. Il denaro arrivato da tutto il mondo ammonta a circa 3 miliardi e 600 mila dollari, tantissimo. Eppure non si sa bene dove questi soldi siano finiti, come siano stati gestiti. Un governo molto corrotto e già poco incline a fare il bene del paese ha sicuramente ostacolato molto la messa in atto di molti dei progetti previsti, ma il fallimento della macchina degli aiuti è ormai così palese che è impossibile imputarlo soltanto ai politici locali.
Bill Clinton, che con la Fondazione Clinton elargiva già generosi fondi a favore di Port Au Prince, è stato tra i primi ad arrivare alle celebrazioni di queste giorni, che commemorano le vittime ma vogliono anche essere un segnale di rinascita. Lo stesso ex presidente degli Stai Uniti ha sottolineato come sia incredibile che nemmeno il 60% delle opere da portare a termine entro il primo anno si sia concretizzato. Grazie a un accordo con la Sea –A- Trading, industria coreana leader nel settore tessile, la Fondazione ha fatto sì che venisse ricostruito il Parc Industriel du Nord, zona industriale vicino all’aeroporto della capitale e speranza di nuovi posti di lavoro per gli haitiani. 20mila posti di lavoro, che significherebbero il sostentamento di 100mila cittadini.
Ma poco più in là slums, bidonville e miseria sono ancora sotto gli occhi di tutti. Secondo la denuncia di Save the children ancora 500.000 minori vivono in condizioni improvvisate, senza accesso ai servizi di base. E Medici senza Frontiere, nelle parole del suo presidente Unna Kuranakara, ricorda a tutti quello che sta succedendo: “Il paese è piccolo e accessibile, e dopo il terremoto di gennaio ha registrato uno dei più imponenti e finanziati interventi di aiuto al mondo. Si stima che circa 12.000 organizzazioni non governative siano presenti sul campo. Perché allora sono morte migliaia di persone per il colera, una malattia facilmente curabile e gestibile? Negli 11 mesi successivi al terremoto, poco è stato fatto per migliorare le condizioni igieniche a livello nazionale, consentendo al colera di diffondersi in tutto il paese ad un ritmo vertiginoso.”
La malattia, il cui focolaio pare sia partito da una base dei caschi blu nepalesi, non è ancora al suo picco, e con un accesso all’acqua potabile ancora scarso e condizioni igienico sanitarie disumane nelle periferie della capitale, non sembra profilarsi all’orizzonte un suo immediato debellamento. Migliore, invece, la situazione relativa al traffico di minori che si era presentata a poche settimane dal terremoto. Grazie all’intensificazione dei controlli, molti bambini di passaggio da Haiti alla confinante Repubblica Dominicana sono stati intercettati e riportati indietro. Save the Children ha avviato un programma per la riunificazione familiare: degli oltre 4500 bambini registrati come soli dopo il terremoto, 1100 sono stati ricongiunti con le famiglie. Certo, ne rimangono altri 3400, che probabilmente seguiranno il destino degli altri haitiani, in attesa che il soccorso umanitario diventi concreto ed efficace, e migliori la situazione invece che peggiorarla.
Foto di United Nations.
Si piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.
Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.
“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.
Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".
Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.
Foto di IFRC

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?” chiede la Natura all’Islandese. “Quando io vi offendo in qualunque modo [...] io non me n'avveggo, [...]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E [...] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.
Questo passo della più celebre delle Operette morali di Giacomo Leopardi ben si addice all’incredibile e catastrofico inizio di 2010. Dopo il terremoto che messo in ginocchio Haiti, negli ultimi giorni la furia della natura ha sconvolto l’Europa Occidentale (la “tempesta perfetta” Xynthia) e il Cile, dove scosse di terremoto violentissime (fino a 8,8 gradi della scala Richter) hanno causato centinaia di morti.
Sarebbe ingenuo e fatalista, nonché privo di ogni fondamento scientifico, dire che quanto avvenuto nelle scorse settimane è la risposta della Terra ai maltrattamenti dell’uomo; ma se per terremoti, tsunami e uragani non ci si può che appellare alla clemenza di Madre Natura, per molte altre catastrofi dobbiamo criticare solo noi stessi.
Pensiamo alle vittime dei crolli di edifici costruiti senza seguire i dovuti criteri anti-sismici; o alle decine di paesi e villaggi sommersi da frane e smottamenti, causati dal disboscamento e dalla conseguente mancanza di “argini naturali”. Per non parlare di veri e propri atti criminali come il rovesciamento di tonnellate di idrocarburi nelle acque dei fiumi, causa dell’inquinamento di falde acquifere, acquedotti ed interi ecosistemi protetti.
Il delicato rapporto tra uomo e Terra appare quindi sempre più in bilico, ma noi stiamo facendo il possibile per “meritarci” il nostro spazio?

Prosegue fino al 28 febbraio 2010 la raccolta di fondi per sostenere le popolazioni colpite dal gravissimo terremoto ad Haiti. Contribuisci inviando un SMS o con una telefonata al 48541.
I risultati sin qui ottenuti sono estremamente positivi, a testimonianza del grande impegno profuso da tutti: alle ore 10 dell’1 febbraio, dopo circa due settimane, erano stati raccolti oltre 10.600.000 euro attraverso il numero solidale. Mentre ad Haiti sono in pieno svolgimento gli interventi di emergenza, serve ancora tutto il sostegno possibile. Dopo scrupolose analisi dei bisogni e riunioni di coordinamento con le Nazioni Unite e le altre organizzazioni presenti sul terreno, le ONG di AGIRE cominciano inoltre a pianificare gli interventi di medio e lungo periodo e a pensare ai programmi di ricostruzione.
Per consentire ai propri clienti di continuare ad aderire all’appello lanciato da AGIRE con il Ministero degli Esteri per l'emergenza Haiti, Telecom Italia terrà quindi aperto il numero sulle proprie reti fino a fine mese.
Sono circa 450 gli operatori umanitari delle 9 organizzazioni di AGIRE (Actionaid, CESVI, CISP, COOPI, GVC, Intersos, Save the Children, Terre des Hommes e VIS), operative nelle zone colpite dal terremoto. 30 di loro sono italiani. I programmi di prima emergenza sono dislocati in 11 differenti zone di Haiti e, oltre all’allestimento di punti di soccorso medico e rifugi per gli sfollati - bambini innanzitutto -, vengono quotidianamente distribuiti beni di prima necessità, cibo, acqua.
Dal 13 gennaio al 28 febbraio 2010 sostieni anche tu con Telecom Italia “AGIRE”. Per farlo puoi:
Al termine dell'iniziativa Telecom Italia verserà ad AGIRE l’intero ammontare di tutti gli importi effettivamente donati.