Abbattere le emissioni, questo è l'imperativo principale. Ma per raggiungere l'obiettivo le strade sono molte e il mix di possibili fonti energetiche da utilizzare include anche il nucleare. Anche se è la più controversa tra le fonti di energia che possono contribuire ad abbattere le emissioni di CO2 e degli altri gas serra, anche se è il tema più controverso della ricetta energetica per il futuro, anche se rimangono vivi i dubbi sulla sicurezza, sullo smaltimento delle scorie radioattive, sui costi e sui tempi di realizzazione dei progetti. Anche se tutto questo anima un dibattito molto acceso sul nucleare italiano, il progetto va avanti, tanto che, nel frattempo, il governo italiano ha fatto l'identikit dei reattori di casa nostra che, secondo le caratteristiche individuate, saranno reattori di terza generazione.
Questo vuol dire che il 2011 sarà davvero l'anno in cui vedremo nascere reattori nucleari in Italia?
Staremo a vedere, e proveremo a raccontare quel che accade con il contributo di voi lettori e internauti che vorrete esprimere il vostro parere, i vostri dubbi, i vostri argomenti. E lo faremo anche andando a stuzzicare l'opinione di esperti per farci raccontare cosa ne pensano delle centrali nucleari. Come abbiamo fatto con Umberto Veronesi, recentemente nominato Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare e grande sponsor dell'energia all'uranio.
Tutta un'altra opinione è quella di Mario Tozzi che dice invece apertamente e chiaramente che Veronesi sbaglia sul nucleare ed elenca i motivi.
Ma il sostegno al nucleare viene anche da un insospettabile ambientalista della prima ora, proprio lui, Steward Brand, il fondatore del Whole Earth Catalog, uno che si definisce orgogliosamente ecologista, eppure oggi ritiene il nucleare necessario. Così come dentro il mix energetico ci mette i reattori all'uranio anche James Hansen, un nome che fa balzare sull'attenti chi si intende di scienza del clima, il primo a parlare apertamente davanti al Congresso americano di come l'uomo (occidentale e industrializzato) stesse procurando danni al pianeta causando il riscaldamento globale. Oggi gira il mondo per convincere i politici e gli economisti di tutto il mondo, non solo gli americani, a fare qualcosa e del nucleare dice: con le rinnovabili indica una via di uscita pulita e inesauribile.
Immagine di huntz
Avoicomunicare è un progetto voluto da Telecom Italia per diffondere una cultura della sostenibilità e suggerire pratiche virtuose a sostegno dell’ambiente.
Ma è soltanto uno dei progetti che Telecom sta portando avanti: ad esempio ha da poco preso il via una partnership con Legambiente per promuovere e mettere in atto una serie di comportamenti volti alla riduzione di sprechi ed emissioni di CO2.
Così come moltissimi altri settori, anche le telecomunicazioni devono adottare concrete pratiche “green”, attraverso due ben precise direttrici: da un lato contenendo le proprie emissioni, dall’altro proponendo prodotti e servizi che aiutino il cliente a ridurre i consumi.
Attraverso la community di Zooppa, il social network dei creativi, Telecom Italia promuove quindi un contest con cui rendere noto questo suo nuovo impegno.
I navigatori che vogliono cimentarsi sono chiamati a realizzare uno spot video o una grafica pubblicitaria che verranno premiati con somme fino a 3.000$ ciascuno.
Abbiamo chiesto a Mario Tozzi di spiegarci quali sono gli ambiti dove le telecomunicazioni possono aiutare ridurre sprechi e che cosa fare per partecipare a questo contest in Rete.
Ve la sentite di provarci?

Perché quello della Louisiana era un disastro annunciato. E perché gli uragani adesso fanno più paura.
Sembra che il tempo delle decisioni severe sia ormai giunto. Dovevamo capirlo già molto tempo fa, per la precisione 150 anni fa, quando il colonnello “Drake” perforò il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel 1859. Ma lo sapevamo da decine di milioni di anni fa, da quando la Terra ha cominciato a secernere idrocarburi dalle sue viscere, trasformando antiche paludi salmastre in un liquido scuro e vischioso che avrebbe cambiato per sempre il volto del pianeta con l’arrivo degli uomini.
Quanto accaduto nel Golfo del Messico obbliga ad agire, ma avremo potuto farlo anche prima, se solo avessimo tenuto conto dei segnali. Il più recente dei quali è stato quello dell’uragano Katrina, che nel 2005 ha sconvolto New Orleans: e ormai siamo sicuri che non si è trattato di un caso. Le dune costiere del delta del Mississippi, le più importanti paludi e la vegetazione rivierasca sono state cancellate in decenni di «infrastrutturazione» perlopiù petrolifera. Per questo l’entroterra è rimasto naturalmente indifeso: e nessuno se ne è preoccupato, pensando che il progresso non fosse conservare la ricchezza della vita, ma l’accumulo del profitto.
Al prossimo uragano – e lì ce ne sono parecchi ogni anno – il sistema costiero sarà ancora più vulnerabile, fiaccato dalla massa nera che vi si sta abbattendo.
Ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Come se non ci fossero stati decenni di incidenti (e proprio qui il più grave su piattaforma prima di questo, nel 1979), come se le petroliere non avessero già distrutto queste e altre linee di costa, come se i residui della combustione degli idrocarburi non avvelenino le nostre quotidiane esistenze e permeino l’ambiente di un sottile velo chimico invisibile ma mortifero. Anzi, il presidente Obama riapre alle trivellazioni in Alaska, dimenticando che risparmierebbe molto di più obbligando i costruttori statunitensi a fabbricare autovetture che consumano meno, azzerando, magari, accessori inutili.
Sono anni che ci si domanda quando finirà il petrolio e ci si interroga sul momento in cui si verificherà il picco al di là del quale il greggio costerà troppo e sarà più difficile da estrarre. Non abbiamo capito che la domanda giusta non è affatto quella, ma quanto ancora siamo disposti a sopportare le conseguenze della ricerca, estrazione e raffinazione del petrolio. Quelle esternalità, che, guarda caso, non si pagano alla pompa di benzina o con la bolletta elettrica, ma che comunque la collettività si accolla educatamente ogni volta che qualcuno muore di cancro ai polmoni, o che si perdono milioni di animali e ecosistemi vitali. Tutto questo fino adesso lo abbiamo pagato noi, mentre la BP, come le altre major petrolifere, fa finta di niente e addirittura si è ribattezzata Beyond Petroleum (oltre il petrolio).
Stavolta sembra però che l’ora sia suonata: Obama assicura che tutto il disastro sarà a carico della corporation britannica, che, però, se si sottomettesse al giusto principio che chi inquina paga, fallirebbe in poco tempo. Speriamo che non ci siano passi indietro: sarebbe la prima volta.
Foto di ZazzaNM

Quando si parla di ambiente non dovremmo mai dimenticare i rischi naturali, non solo perché ne fanno parte in modo spesso determinante, ma anche perché questo sarà un chiaro discrimine per il futuro prossimo: alluvioni, frane, terremoti e eruzioni vulcaniche non colpiscono già più tutti indiscriminatamente, ma soprattutto chi è meno in grado di difendersi. Il terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti conferma clamorosamente questa tesi.
E’ stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante.
Molto lo si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Inoltre la vicinanza della città rispetto all’epicentro ha ovviamente peggiorato le cose e, in qualche misura, anche il tipo di meccanismo geologico ha reso più grave la situazione. Lo scontro fra la placca nordamericana e quella caraibica comporta, lungo il sistema di spaccature (le faglie) di Haiti, anche uno scorrimento laterale, oltre a una sovrapposizione di lembi crostali, cosa che ha aggravato gli effetti. Questo il quadro geologico, contro il quale non si può, per definizione, fare granché.
Ma i principali responsabili del gran numero di vittime restano sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). “Effetto pancake” lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimagnono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade tanto strette da restare completamente ingombrate e intralciando i soccorsi.
Come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.
Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.
Raccogliamo in questa video intervista a Mario Tozzi le sue impressioni circa il coinvolgimento dell'opinione pubblica in Italia sui temi ambientali. Secondo il noto divulgatore le persone infatti sembrano interessate, ascoltano con attenzione, ma nei fatti non agiscono in modo diverso, e quando devono tramutare le parole in azioni concrete non sono poi così attente all'ambiente
Per cambiare davvero le abitudini, il conduttore suggerisce un approccio educativo differente per mettere l'ambiente davvero in primo piano, rendendolo parte integrante di un programma di scienze; in un contesto nazionale in cui anche la televisione, come i nuovi media già riescono a fare, dia realmente più spazio e risonanza ai temi della eco-sostenibilità.

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:
Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.
Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.
Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.