È una di quelle cose che più fanno rabbia, quella rabbia frutto di un ingenuo modo di pensare che vorrebbe che le cose funzionassero secondo una logica che, almeno in certi casi, riconosca delle priorità certe, universali. E invece no, illusioni e favole a parte, il mondo gira in un modo che lascia poco spazio alle ingenuità. E quando si prende in mano l’ultimo rapporto pubblicato dall’Unicef, quello sulle condizioni dell’infanzia nel mondo, si fatica a credere a quello che si legge. E se è vero che le campagne e le iniziative prese negli ultimi anni hanno migliorato (anche se di poco) le condizioni dei bambini (anche se non può ignorarsi che ben 150 milioni, tra i 5 e i 14 anni, sono impegnati nel lavoro minorile, soprattutto nell'Africa sub-sahariana), sono i ragazzi ad essere oggi quelli più a rischio. Un dato su tutti: il mondo, nonostante tutto, è giovane, giovanissimo. Sono 1,2 miliardi gli abitanti del pianeta che hanno un'età compresa tra 10 e 19 anni. Adolescenti di cui quasi il 90% vive però in paesi in via di sviluppo e quindi in condizioni di vita spesso umili e di scarse opportunità, cosa che a quell’età diventa particolarmente grave.
Il rapporto, intitolato appunto “Adolescenza: il tempo delle opportunità”, prende in considerazione l’enorme spreco che ogni anno viene fatto lasciando che un’intera fascia di popolazione mondiale, quella che per vigore fisico e capacità di apprendimento potrebbe invece fare davvero la differenza, viva disagi e sfruttamenti che la indeboliscono e non le permettono di fare progressi. Il dato sulla scolarizzazione, ad esempio, è tra i più gravi. Dice il rapporto che “attualmente più di 70 milioni di adolescenti in età di scuola media non la frequentano e, a livello globale, le femmine sono ancora indietro rispetto ai maschi in termini di partecipazione alla scuola secondaria. Senza istruzione, gli adolescenti non possono sviluppare le conoscenze e le capacità di cui hanno bisogno per affrontare i rischi di sfruttamento, di abuso e di violenza, che risultano più alti proprio nel secondo decennio di vita. In Brasile, per esempio, tra il 1998 e il 2008 si è salvata la vita a 26.000 bambini di meno di un anno, determinando una netta diminuzione della mortalità infantile. Nello stesso decennio, però, 81.000 adolescenti brasiliani tra i 15 e i 19 anni sono stati uccisi”.
In una situazione forse ancor più negativa versano poi le adolescenti, visto che il loro essere giovani donne le sottopone a tutta una serie di soprusi e abusi di genere contro cui hanno pochissime opportunità di difendersi, anche per colpa di usi, tradizioni e religione che in certi paesi li applicano come normale consuetudine. Nel mondo in via di sviluppo (Cina esclusa), le adolescenti povere hanno circa il triplo di probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto alle loro coetanee appartenenti a quelle appartenenti alla famiglie più ricche. La conseguenza è che le ragazze che si sposano troppo presto rischiano maggiormente di cadere in un ciclo negativo di gravidanze precoci, di tassi elevati di mortalità materna e di malnutrizione infantile. Inoltre, le ragazze patiscono tassi più elevati di violenza domestica e/o sessuale rispetto ai ragazzi, e sono più soggette al rischio di infezioni da HIV.
Formazione, professionalizzazione, investimento nei talenti. Non sarebbe così difficile, e il giovamento, in termini socioeconomici, sarebbe enorme per tutti. Se pensiamo che in totale, nel 2009, i giovani disoccupati hanno toccato gli 81 milioni, è facile infatti immaginare quanto sia preoccupante per i paesi che dovrebbero essere “emergenti” un dato del genere. Soprattutto se consideriamo che il mercato del lavoro è sempre più tecnologizzato, e che richiede capacità e conoscenze che, per mancanza di opportunità, molti ragazzi non avranno mai modo di apprendere. Non solo spreco di talenti, ma opportunità persa per chiunque, sia per i paesi in cui vivono questi ragazzi sia per il resto del mondo. Perché, come ha giustamente concluso il direttore dell’Unicef Anthony Lake “milioni di giovani in tutto il mondo stanno aspettando maggiori interventi da parte di tutti noi. Il fatto di fornire a tutti i giovani gli strumenti di cui hanno bisogno per migliorare la propria vita favorirà la nascita di una generazione di cittadini economicamente indipendenti e pienamente impegnati nella vita civile, nonché capaci di offrire un contributo attivo alle loro comunità”.
Foto di UnicefCanada
Nell'ambito delle testimonianze legate al movimento Science for Peace oggi ascoltiamo Awich Pollar, ex bambino-soldato ugandese, adesso membro del Comitato sui diritti dell'infanzia UNICEF ed esperto ONU per i Diritti Umani.
Pollar ci racconta le sue drammatiche esperienze, e parla di pace, dell'ONU, delle cause profonde alla base delle guerre e di come la scienza possa contribuire a farle cessare, soddisfacendo le necessità basilari (cibo e acqua) dell'umanità.
Siete d'accordo con ciò che Awich Pollar sostiene?
Pensate che Science for Peace possa raggiungere gli obiettivi che si propone?