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I diritti umani in una prospettiva interculturale

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Oggi viviamo in un universo valoriale differente – sia per quanto riguarda l’ambito privato, che quello sociale - in cui nascono problemi di comunicazione. Siamo continuamente immersi in regole di comportamento, modalità di espressione, gesti e mondi dai significati molteplici.
Gli stereotipi che sono comunemente estesi a una cultura o razza, vengono rafforzati da comunicazioni fallimentari. Sono costruzioni che riflettono meccanismi complessi, che a loro volta dipendono da fattori linguistici, extralinguistici, stili di vita e personalità dei soggetti che entrano in interazione tra loro.
Per convivere pacificamente in una società multiculturale, l’unica soluzione adottabile è rappresentata dall’incontro e dal dialogo interculturale, necessario per stabilire criteri comuni e identificare valori e diritti da tutelare per l’intera umanità.
L’evoluzione dei diritti umani è passata da un processo di universalizzazione degli stessi a una successiva moltiplicazione, a seguito dello sviluppo di proprie macroaeree o all’aumento dei soggetti specifici titolari di tali diritti.
Dovrebbero rimanere comuni a tutti i popoli i significati e i valori di questi particolari diritti fondamentali (diritti dell’uomo), ma purtroppo la storia ci insegna che non è ancora così in tutti i Paesi del mondo.
L’appartenenza identitaria può creare conflitti nella fruizione degli stessi e ciò dipende da vari aspetti storici e culturali, che hanno caratterizzato lo specifico sviluppo delle varie razze.

Che significato attribuisci ai diritti umani?

Ti è mai capitato di affrontare problemi di comunicazione con soggetti appartenenti a culture diverse dalla tua?

Foto di Sweet Trade



Premio Aretê: un riconoscimento per tutti voi

Venerdì 20 novembre si è svolta la cerimonia per l’assegnazione del Premio Aretê, giunto quest'anno alla sesta edizione: si tratta di un riconoscimento che viene destinato ad imprese che, in diversi ambiti della comunicazione, si sono distinte sul piano della Responsabilità Sociale.

Il Premio, promosso da Pentapolis in collaborazione con Anima per il Sociale, CittadinanzAttiva, CSR Manager Network Italia, Fondazione Pubblicità Progresso, Legambiente e Manageritalia, si inserisce nella settimana della Cultura d’Impresa di Confindustria sul tema “Dalla responsabilità d’impresa all’economia sociale”.

Avoicomunicare è stato premiato per la categoria Internet.
A questo proposito, vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno seguito, apprezzato e commentato i post e che sono stati fondamentali nel raggiungimento di questo obiettivo.

Loredana Grimaldi, Responsabile Branding, Corporate Identity & Ricerche di Telecom Italia, ha voluto raccontare l’idea di avoicomunicare attraverso un video che riassume lo spirito e gli obiettivi del blog; e ha colto l’occasione per ringraziare personalmente chi ha creduto e crede tuttora in questo progetto: uno spazio nato come stimolo al dialogo e come momento di condivisione e confronto.



La violenza tra i giovani. I valori e gli ideali delle nuove generazioni

Attoniti, sgomenti, increduli. Ecco come ci ritroviamo di fronte a fatti di cronaca che hanno per protagonisti i giovani.
Non si può far finta di niente. Bisogna interrogarsi. Perché?
Perché i giovani di oggi, quando ancora non è subentrata l’età dell’adolescenza, hanno già fatto tutte le esperienze possibili e immaginabili, spesso negative.

Cerchiamo qualcuno a cui attribuire la colpa: i genitori che non hanno tempo per i figli, i ragazzi che hanno tutto e vogliono ancora di più, la scuola che sta affondando, gli insegnanti in difficoltà di fronte a famiglie sempre più protettive.
O, più in generale, la società, dimenticandoci che “la società” siamo noi.
È l’insieme di tutti: genitori, figli, scuole, insegnanti.

Come arrivano i nostri ragazzi a compiere certi atti? Come possono pensare che, per citare un fatto di cronaca recente, dare fuoco a un clochard sia un divertimento?
Abbiamo perso del tutto i valori morali? O non abbiamo più voglia di trasmetterli alle nuove generazioni perché questo richiede un impegno serio?
Abbiamo insegnato loro che hanno dei diritti, ma abbiamo fatto lo stesso con i doveri?

Certo, è molto più facile giustificare sempre le azioni dei nostri figli, difenderli quando fanno gli arroganti coi più deboli o ridere la prima volta che dicono una parolaccia o che fanno un gestaccio. È facile chiudere gli occhi.

Quali modelli diamo loro? Emergere a tutti i costi, non importa per cosa o come?
Oppure insegniamo loro che per essere uomini non basta apparire, ma è necessario crescere moralmente, anche se costa sacrificio e impegno?

Cosa possiamo fare per evitare che questi comportamenti diventino all’ordine del giorno? Come fermare questo infittirsi di cronaca nera firmata dai più giovani?

Fortunatamente non tutti i giovani sono così: molti ragazzi fanno parte di associazioni di volontariato, mettono il loro tempo a servizio dei più poveri, dei più deboli.
Lavorano sodo per costruire un mondo migliore per tutti, per evitare ingiustizie.

Ma un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce. Il problema è che un albero che cade depriva tutta la foresta della sua presenza.

Cosa fare per evitarlo?

 

Manuela Rigamonti



Il cinema come azione sociale: la testimonianza del regista Alessandro D'Alatri

Alessandro D'alatriAlessandro D'Alatri racconta ad A voi comunicare la sua esperienza di regista e il ruolo del cinema come mezzo per conciliare le differenze culturali.

"Faccio cinema per amore. Solo per quello.

Credo che fare cinema oggi sia abbandonare l’essere autori, registi, sceneggiatori, produttori, per tornare a essere cittadini, testimoni di un quotidiano da migliorare nel bene collettivo. Un amore da costruire, da lavorarci sodo, da difendere contro le facili stimolazioni all’abbandono che una società, sempre più incline al prestigio della velocità, fomenta costantemente. Una società che ha sostituito la virtù con il virtuale, l’avvenimento con l’evento, il potere con il potenziale, la volontà con la velleità. Ecco, una società che permette all’odio, al tornaconto personale di farsi strada prepotentemente, anzi, di erigersi a simbolo di benessere, è una società morta. L’amore, nella sua forma più alta, quella di salvare la speranza, è l’unica strada percorribile per garantire il futuro delle nuove generazioni.

Ecco perchè il comportamento che trovo più innovativo è quello di FARE SPAZIO, permettendo agli altri di poter partecipare all’avventura della vita. Fare spazio a nuove parole, fare spazio alle tante soggettività, aderire ad una visione di moltitudine.

Faccio cinema per raccontare, a me basta e avanza, non trovo nulla che sia più straordinario del raccontare storie. Ma queste storie devono aver salvato la speranza, devono avere in loro la vitalità che ha lo sguardo verso un futuro di felicità. Non mi è mai piaciuto il cinema che denuncia e basta, così come non mi piace questo elogio del negativo che sempre più spesso appaga nelle trasmissioni televisive.
Preferisco chi propone a favore, a chi si batte contro qualcosa o qualcuno. Tornare ad essere uomini, trasformando quel detto tutto italiano del “tengo famiglia” in un detto positivo, ovvero, poiché tengo famiglia mi batto per difendere la speranza del loro futuro, della loro felicità. Perchè non inquino? Perchè tengo famiglia. Perchè partecipo alla vita sociale della mia comunità? Perchè tengo famiglia. Perchè lavoro per il bene del mio paese? Perchè tengo famiglia.

E poi ecco un altro elemento che sento fondante: la memoria. Viviamo un’epoca in totale assenza di memoria. Sembra paradossale, ma nel momento in cui sarebbe più facile, grazie alla tecnologia, avere un rapporto di confronto diretto con le esperienze del passato, veniamo continuamente annebbiati da un implacabile oblio. Il passato viene rimosso alla stessa velocità di come ci viene proposto “l’adesso”. E un “adesso” senza radici, senza cordoni ombelicali con la Storia è un “adesso” senza futuro, senza speranza. La speranza è una dimensione dell’anima, la dimensione di chi è portato a vedere le cose non in sé, ma nel loro divenire, di chi è proiettato nel dopo. La speranza è pensare che c’è un dopo, qualcosa che accadrà per il meglio. Oggi la speranza si chiama pace, lavoro e giustizia.

Amore nel fare cinema, ma può essere riferito a qualsiasi altro lavoro, significa per me tornare ad avere coraggio, il coraggio anche dell’impopolarità, dell’essere additati come vecchi e decrepiti perché difendiamo quelle cose considerate prive di “appeal”…

Credo in un cinema che coincida con una nuova stagione, quella della consapevolezza rispetto ad un susseguirsi di cose che raggiungono inconsapevolmente un successo, uno stato di finto benessere, un consenso privo di fondamenta.
In Italia, nel passato, si è fatto cinema per un popolo che usciva dalla guerra, oggi per un pubblico che esce dagli Ipermercati. Ecco perché amore vuol dire oggi partecipare a ricostruire le coscienze, così come un certo cinema del passato partecipò alla ricostruzione di un paese che usciva malmesso dalla guerra. Ricostruire le coscienze ad un sentire nuovo, alla comprensione definitiva della nostra povertà quando immaginiamo la nostra vita come una riuscita nel solo possesso materiale.

Amore è per me anche chiamarsi dentro rispetto a quanti, tanti purtroppo, oggi si chiamano fuori, quasi che una catastrofe ambientale non gli appartenga, quasi che questa massiccia desertificazione etica e morale non li tocchi, una balorda e inspiegabile immunità.
Sembrerà paradossale ma questo mio modo di amare e fare il cinema riesco ad estenderlo anche alla pubblicità, ai documentari, ai video clip, al teatro. E’ sempre e solo una questione d’amore."

Alessandro D'Alatri 

 

Per voi, quale vostra attività, sopra ogni altra, è un atto d'amore?