Violenza, soprusi, morti tra i manifestanti: in Egitto la situazione è ancora critica. Quattro ragazzi sono stati uccisi senza pietà dalle forze di sicurezza, e il 17 dicembre un video con immagini violente e forti ha fatto tremare il mondo. La risposta da parte del popolo arabo non si è fatta attendere, con una nuova ondata di proteste che hanno portato nelle piazze la popolazione femminile.
L'11 febbraio di quest'anno finiva il trentennio di dittatura di Hosni Mubarak in Egitto, qualche giorno dopo, il 27, prendeva il potere il Consiglio Supremo delle Forze Armate. Poi l'attenzione dei media e del pubblico si è spostata in altri luoghi, su altre realtà, mentre un'onda di rivolte investiva il mondo arabo.
A Piazza Tahrir, tuttavia, non si smetteva di protestare e di cercare di cambiare un governo ingiusto, e i moti e le manifestazioni sono continuati fino a ora, nell'attenzione sempre più sporadica degli organi di informazione e del mondo. Solo qualche giorno fa un video ha di nuovo attirato l'attenzione sulla dura realtà di chi si pensava avesse concluso il proprio percorso verso la libertà: un video shock, violento, che ci sbatte in faccia tutta la realtà di un regime brutale e repressivo che non si ferma di fronte a nulla. Le immagini mostrano una donna in terra picchiata dagli agenti delle forze di sicurezza, spogliata fino a mostrare il reggiseno e poi rapidamente rivestita, perché va bene la violenza, ma il corpo di una donna è scabroso.
ATTENZIONE: IL VIDEO CONTIENE IMMAGINI FORTI
La risposta popolare non si è fatta attendere e oltre 2.000 donne erano di nuovo in piazza, protette simbolicamente da un cordone di uomini: una linea rossa da non oltrepassare assolutamente, un diktat etico nei confronti dei comportamenti di un governo che vuole sostituire un dittatore con una dittatura. Tutto questo succede oggi, succedeva ieri, e ha continuato ad accadere ogni volta che l'attenzione del mondo calava e noi, finita la primavera, ci preoccupavamo degli sbarchi, magari senza capire che le persone che arrivavano qui erano le stesse che fuggivano da soprusi e violenze.
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Razzismo, violenza, integrazione mancata, gesti disperati: alla luce degli avvenimenti recenti si è parlato tantissimo in tv e sui giornali. Fermiamoci un attimo e ascoltiamo una voce sola, quella di chi ha visto trucidati i propri connazionali e non capisce perché sia stato possibile.
Perché esistono membri eletti del governo che in una televisione pubblica possono attaccare in maniera indiscriminata gli immigrati con toni accesi? Di cosa si parla quando si parla di integrazione, una parola che vuol dire tutto e niente? Perché nessuno pare essersi reso conto che il clima di sfiducia e tensione creato dalle continue notizie di crisi debba avere uno sbocco di qualche genere?
Poco più di un minuto di incredulità e tre domande pesanti come macigni, pronunciate da Pape Diaw, portavoce della comunità senegalese a Firenze. Qualcuno ha un risposta?
Quella istituzionale, che però non deve fermarsi alle dichiarazioni, dovrebbe giungere del neo Ministro alla Cooperazione Internazionale e all’ Integrazione, Andrea Riccardi. Un Ministero − quello che il fondatore della Comunità di Sant’Egidio è stato chiamato a dirigere − che presenta l’assoluta novità nella storia politica italiana che associa due facce della stessa medaglia: l’aiuto allo sviluppo nei paesi bisognosi, spesso paesi di origine dei nostri immigrati, e l’attenzione all’integrazione nel nostro paese tra vecchi e nuovi italiani. Peccato che, per ora, si tratti di un Ministero senza portafoglio e, quindi, di fatto, senza armi. Tuttavia, sappiamo che i “miracoli” si possono fare anche con le parole, ovvero con l’assunzione di responsabilità, la promulgazione di leggi e la firma di accordi diplomatici.
Nella seduta straordinaria del Consiglio comunale di Firenze convocata il 14 dicembre, per l’ultimo saluto ai giovani senegalesi uccisi da Gianluca Casseri, sono risuonate le parole del neo Ministro:
“La strage è stata un fatto terribile. Siamo qui per partecipare a una giornata di lutto cittadino, perché lo Stato, il governo è vicino, e perché tutti devono sentirsi sicuri, tutti: gli italiani, e quelli che vivono nel nostro Paese onestamente, lavorando per il bene comune”. E ha aggiunto: “Credo che la questione della cittadinanza dei bambini nati in Italia figli di immigrati che lavorano in Italia vada presa in esame in maniera molto seria. Cerchiamo di fare il possibile innanzitutto per far crescere una cultura dell'integrazione e una politica dell'integrazione perché questo è un Paese molto teso, non bisogna predicare il disprezzo, l'odio, bisogna predicare l'incontro e la riconciliazione”.
Ne prendiamo nota. E ci auguriamo che al predicare seguano iniziative concrete.
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Come si fa a passare da 1 miliardo di abitanti a 7 miliardi in soli 200 anni? Ce lo spiega un infografica di National Public Radio, che si conclude con una domanda: per quanto tempo ancora continueremo ad aumentare?
Poco più di due secoli fa la popolazione mondiale sfiorava il miliardo, e le nascite riuscivano con difficoltà a pareggiare il conto delle morti. Oggi in tutto il mondo siamo 7 miliardi. Merito dell'avanzamento della scienza medica, dei miglioramenti nell'agricoltura, dell'industrializzazione, che hanno fatto sì che le aspettative di vita, specialmente quelle infantili, potessero aumentare in maniera esponenziale.
Tutto questo viene mostrato in maniera chiara, semplice e colorata in un breve video prodotto da Adam Cole e realizzato da Maggie Starbard per NPR, National Public Radio, un' organizzazione mediatica statunitense non profit che riunisce 900 emittenti radiofoniche sin dal 1970.
Per arrivare dove siamo ora però abbiamo utilizzato risorse su risorse, mettendo in essere un sistema produttivo che non è facile mantenere in equilibrio. Nel frattempo, la quantità di nascite è in calo, e secondo le previsioni delle Nazioni Unite potremmo arrivare a circa 10 miliardi di abitanti sulla Terra entro il 2100, cifra destinata in seguito a diminuire.
Insomma in circa due secoli la popolazione umana è aumentata vertiginosamente, una tendenza che ora sembra invertirsi, il pensiero non può che far riflettere, e ognuno è libero di trarre le conclusioni che più trova giuste, ma vogliamo sapere la vostra opinione: si tratta di un bene o un male per l'umanità?
Il filmato si chiama "My train experience" e da quando è stato caricato è diventato un caso in tutto il mondo. Il video è ripreso da un cellulare in un tram di Londra: una signora con in braccio un bambino è seduta e urla insulti ai passeggeri vicini. La signora è di razza bianca, e il motivo della sua rabbia è il colore della pelle di chi le sta accanto, persone colpevoli di "non essere inglesi" e che dovrebbero "tornare al proprio paese, perchè l'Inghilterra è già abbastanza f****ta per colpa loro".È successo in tante occasioni storiche e con tantissime etnie e culture diverse. È successo con i cristiani nell'antica Roma, con gli ebrei nel medioevo, con gli italiani ad Aigues Mortes nel 1893, nella Germania nazista e infine a Rosarno in Italia. La differenza tra eventi del genere e un piccolo, misero per quanto incivile video su Youtube è abissale, è vero, ma quel che conta è l'atteggiamento e il sentire, e sono in tanti a dire che sì, la signora aveva ragione, magari sbagliando contesto e toni, ma con un messaggio corretto.
Di seguito è possibile vedere il video. Il filmato contiene espressioni esplicite.
Il 18 e il 19 novembre a Milano si è tenuta la terza edizione di Science for Peace: un'occasione per discutere, confrontarsi e scoprire come la scienza e le nuove tecnologie possano fare molto per aiutare a creare un futuro migliore. Ce lo spiega in video Kathleen Kennedy Townsend, Vice Presidente di Science for Peace.
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Science for Peace nasce con un intento importante, spiega Kathleen Kennedy: far capire che la scienza può contribuire in modo determinante alla pace nel mondo. Quando si parla di scienza troppo spesso viene da pensare alla guerra e alla tecnologia bellica: dai carri armati agli aerei, passando per le bombe quando il progresso tecnologico è spesso legato allo sviluppo di armi. Ma la scienza ha milioni di applicazioni pacifiche e vogliamo fare in modo che quante più persone possibile aprano gli occhi e il cuore a questa possibilità.
Quando si parla di tecnologia per la pace le applicazioni pratiche sono infinite: con gli strumenti e le conoscenze adatte è possibile avere raccolti più abbondanti, o un maggiore accesso all'acqua, strumentazione medica migliore oppure, come è il caso con i social media, un luogo di confronto e discussione laddove non è possibile per i singoli trovare una soluzione ai problemi.
In quest'ottica la partecipazione alle conferenze di quattro premi Nobel assume un significato particolare. Proprio l'istitutore del riconoscimento, Alfred Nobel, fu un uomo che visse in prima persona la dicotomia tra scienza per la pace o per la guerra. L'uomo costruì la propria fortuna inventando la dinamite, strumento tanto utile nella creazione di gallerie e miniere, quanto letale in guerra, dove era usato come esplosivo. Alfred Nobel, rendendosi conto che la sua attività di produttore di esplosivi lo aveva reso noto come mercante di morte, decise di istituire un premio speciale proprio con i soldi guadagnati dalla sua attività, che fosse attribuito a chi, in vari campi, avesse contribuito con le proprie idee e scoperte a migliorare il mondo.
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Avoicomunicare vi invita a essere tutti reporter sul campo. Da oggi, sarete voi i protagonisti con i vostri reportage video e fotografici nei quali potrete raccontare quello che non vi piace dell’Italia e quello che volete far vedere e conoscere a tutti. La discarica dietro casa o quella spiaggia incontaminata, un modo simpatico per riciclare la plastica oppure una pala eolica costruita nel giardino di casa.
Ci piacerebbe ascoltare da voi storie d’integrazione riuscita, quando due culture diverse, magari lontanissime riescono a capirsi e a incontrarsi. A scuola e sul lavoro, intervistate un compagno di classe o una collega che viene da lontano e che vuol parlare della sua esperienza in Italia.
Liberate la fantasia, la creatività, le idee e mandateci i vostri contributi per rendere questo spazio sempre più vostro.
Mandateci le idee che vorreste vedere sviluppate su Avoicomunicare e i contenuti che ci proponete ad avoicomunicare@telecomitalia.it. Le valuteremo e le pubblicheremo.
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