Yvo De Boer

Countdown to Copenhagen

Desmond Tutu sale sul palco tra gli applausi del pubblico, principalmente danese. È domenica mattina e l’arcivescovo sudafricano dà energia alla piazza con il suo discorso. Non è polemico, ma sorridente, parla in modo semplice, con modi da predicatore: “Paesi ricchi – sveglia!” grida alla piazza.

Countdown to CO2penhagen è uno degli eventi di Hopenhagen e presenta la raccolta di firme del movimento indipendente che ha colonizzato City Hall Square con le sue installazioni verdi: si tratta di una petizione che chiede una soluzione decisa e concorde ai delegati impegnati in questi undici giorni danesi.
La campagna è stata portata avanti da volontari e il risultato è notevole: le firme raccolte sono più di mezzo milione, annunciano dal palco, mostrando dei palloncini rossi che indicano il numero preciso. I palloni attraversano la piazza da un lato all’altro, portati dalla gente tra gli applausi.
È quasi surreale vedere tanto entusiasmo, tanti giovani, adulti e anziani, convinti di poter fare la differenza.

La presenza di Tutu è accolta quasi da star e le sue parole suscitano una grande reazione, concentrandosi sul debito climatico, che i Paesi industrializzati devono a quelli in via di sviluppo: “Costa poco finanziare il debito climatico. Bastano solo 150 miliardi di dollari all’anno” esclama tra gli applausi, mentre chiama i Paesi più ricchi uno per uno.
La raccolta di firme, sottolinea Tutu, serve a ricordare ai leader del mondo quanto conti l’opinione delle persone, quanto il cambiamento climatico sia un’emergenza vera, che non può più essere accantonata.
 
La petizione verrà presentata ai leader mondiali impegnati nell’incontro, c’è scritto sul sito di Hopenhagen. E così avviene quando sul palco sale Yvo De Boer, il “numero uno” dell’ONU per quanto riguarda la questione del clima, in primissimo piano in queste negoziazioni tra nazioni. De Boer raccoglie da Tutu il simbolo del Countdown che rappresenta le firme e rilancia, spiegando l’impegno dei delegati nel trovare una soluzione comune.

Le parole lasciano il posto alla musica degli Outlandish, gruppo hip hop danese di origini africane, sudamericane e mediorientali. La prima canzone parla di persone e di speranza; i tre ragazzi portano Tutu sul palco e l’arcivescovo ride e balla con loro. Il grande termometro di City Hall Square segna zero gradi ma nessuno se ne accorge.
 
Quando le persone guidano, i leader seguono”. Suona così lo slogan di Hopenaghen.
Sarà davvero così alla fine di questo summit?

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COP15 affronta la prima crisi

COP15 affronta la prima crisi

Può un documento mettere in crisi il Cop15 fin dal principio?
Così è stato: John Vidal, giornalista del quotidiano Guardian, è entrato in possesso e ha pubblicato quella che sembrava essere la bozza finale dei progetti ambientali danesi. Il responsabile del clima per l'Onu Yvo de Boer ha cercato di smorzare i toni parlando di un documento informale e non ufficiale, con dati non reali: ciò nonostante i Paesi in via di sviluppo hanno caldamente protestato.
Nel documento infatti venivano stabilite delle cifre d'inquinamento pro-capite per i Paesi industrializzati doppie rispetto ai Paesi in via di sviluppo: ciò contraddice totalmente il Protocollo di Kyoto che invece prevedeva che fossero i primi a elaborare strategie ambientali per affrontare la propria produzione d'inquinamento; questa bozza invece prospetta un futuro ancora senza equilibrio e senza cambiamenti.
Il Gruppo dei 77, ovvero i Paesi del Terzo Mondo, sembrano non credere alla buonafede del documento e minacciano di far saltare la Conferenza.
Davanti all'entrata del Cop15 non sono mancate le manifestazioni: una di queste è stata organizzata proprio da un gruppo rappresentante i Paesi del Terzo Mondo che hanno chiesto "giustizia climatica", mentre altri sventolavano un manifesto con scritto "I Paesi ricchi paghino il loro debito".

Sicuramente il Cop15 si sta rivelando più difficile del previsto: molti paesi europei hanno già negato l'intenzione di aumentare il livello delle riduzioni d'inquinamento dal 20% al 30%.

A Copenhagen la situazione è sempre molto delicata.

Foto di benkamorvan