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haiti.jpgSi piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.

Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.

“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.

Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".

Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.

Foto di IFRC

Domenica, 1 Agosto, 2010 - 09:19
redazione

 Fan della prima ora di The Social Network, non potevamo ignorare che il film ha fatto incetta di premi ai Golden Globe (l'unico importante non preso è quello per migliore attore protagonista, ma contro Colin Firth che fa il re balbuziente c'era poco da fare). Capolavoro che ha conquistato anche i cinefili più critici, è il film migliore del 2010. Ecco l'articolo che abbiamo scritto quando è uscito in Italia.

  “Se voialtri foste stati in grado di inventare Facebook, be', allora l’avreste inventato.” Mark Zuckerberg si spazientisce e  risponde così a uno di quelli che, dopo aver assistito all’inarrestabile ascesa del social network più cliccato al mondo, gli fanno causa per avere avuto l’idea prima di lui. Solo che, come spiega il Mark Zuckerberg di The Social Network, il film di David Fincher scritto da Aaron Sorkin (nelle sale italiane dal 12 novembre), non è che se uno fa una sedia particolarmente bella poi deve pagare i diritti a tutti quelli che hanno costruito sedie prima di lui.

C’è chi si chiede perché il 26enne Mark, che a soli 20 anni ha abbandonato Harvard ed è diventato il più giovane miliardario al mondo, non abbia fatto causa al film. Ma sono solo quelli che il film ancora non l’hanno visto o non l’hanno guardato con attenzione. La storia di Zuckerberg, così come vede la luce dai dialoghi mozzafiato di Sorkin e dalle riprese nervose, ritmate, di Fincher, è la creazione di un eroe epico. Che non sappiamo nemmeno, come giustamente fa notare Zadie Smith, quanto in realtà assomigli allo Zuckerberg reale, quello che a malapena muove le palpebre quando è in pubblico. E comunque chi se ne importa se agli albori di tutto questo l’eroe ha litigato con il suo migliore amico e ha rotto con la sua ragazza del college. Il ragazzo che se ne sta tra in mezzo alla neve con le ciabattine dell’Adidas senza sentire freddo, volendolo o meno si è inventato un nuovo modo di comunicare attraverso il più vecchio gioco del mondo, quello che al college (all’università) ti insegnano dal primo giorno: inclusione/esclusione, non c’è altro. Dentro o fuori.
 
E se ti tengono fuori dal circolo, tu che fai? Ne inventi uno di cui sei il presidente, il fondatore, il responsabile, l’ideatore, il sovrano. E lo fai nell’unico modo che conosci, ovvero il linguaggio informatico. Che poi questo abbia avuto conseguenze sulle vite di tutte noi, lo sappiamo, è storia. Signori e padroni del nostro Wall (la bacheca), ci illudiamo di poter includere/escludere  a piacimento. Tagghiamo la gente senza chiedere il permesso, sbirciamo tra commenti imbarazzanti, dichiarazioni d’intenti, patetici tentativi di attirare l’attenzione. E veniamo a sapere che Tizia ha mollato Caio prima che il povero Caio se ne sia quantomeno reso conto. In poche parole, calpestiamo senza troppi rimorsi quella che in altri sedi dichiariamo di considerare una delle nostre priorità: la privacy.

La Generazione F e la privacy negata

È la generazione Facebook dicono. Quella che ha un’altra idea della privacy rispetto a quella dei suoi predecessori. Tim Garton Ash, che sull’argomento ha scritto un bel pezzo su The Guardian, non è d’accordo. O, piuttosto, non accetta una versione così semplice della questione. Perché se è vero che l’erosione della privacy è iniziata ben prima dell’invenzione di Facebook e dei social network in generale, è vero anche che Zuckerberg e compari hanno fatto sì che anche gli analfabeti informatici possano accedere, con un click, a informazioni sensibili su chiunque non sia abbastanza diffidente da nascondersi. Fantastico, democratico, in pratica il futuro. E chi vuole mettersi a discutere con il futuro per difendere una roba che ha circa 130 anni e di cui, guarda caso, si è parlato per la prima volta sulla Harvard Law Review?

La tecnologia ha cambiato tutto, e l’11 settembre 2001 ha spazzato via quello che rimaneva, prendendosi nomi, cognomi, conversazioni e semplici desideri in nome della sicurezza nazionale. Quello che è successo con Facebook però va oltre. Siamo 500 milioni lì dentro. Un numero impressionante ovviamente destinato a crescere ancora. In mezzo ai like, ai test, agli scambi di poke (solo uno che è stato timido poteva aggiungere tra i tanti modi per entrare in contatto con gli altri il “poke”), ci sono elenchi in cui rientrano preferenze, idiosincrasie, buone e cattive abitudini incautamente pubblicate negli status. Che poi la nostra vera indole non assomigli affatto al quadro dipinto dal nostro profilo online, quello è un altro discorso. Quella roba lì l’abbiamo scritta noi, e qualcosa di noi la deve pur dire.
 
Tanto che succede quello che David Kirkpatrick descrive nel suo The Facebook Effect: un sondaggio condotto nel 2009 su un grosso numero di datori di lavoro e responsabili delle risorse umane di grandi aziende americane ha rivelato come il 35% (una su tre) delle domande di assunzione ricevute è stato cestinato a causa delle informazioni reperite sul profilo Facebook del candidato. Poi chiaramente ogni giorno ce n’è una. E allora veniamo a sapere, salvo smentite e controsmentite (prima qui e poi qui) che non solo negli Stati Uniti è al vaglio un disegno di legge che permette alla polizia federale di tuffarsi senza alcun mandato nelle piattaforme tecnologiche di Facebook per acquisire i dati riservati in loro possesso. Ma che la nostra polizia, quella che non ha i soldi per mettere la benzina alle volanti, è invece volata in gran segreto a Palo Alto (ovvia sede dell’azienda di Zuckerberg) per stringere un accordo di collaborazione che permetterebbe controlli sui social network senza rogatoria internazionale e bypassando il mandato del magistrato. Chissà.

La ricetta migliore è: pochi amici ma buoni

Dice: se ti accorgi che ti danneggia o, peggio, che tutta questa esposizione ha iniziato a darti fastidio, cancella il profilo. Fosse facile. Chi c’ha provato lo sa. Non è semplice, a meno di non mettersi a eliminare manualmente ogni foto, ogni iscrizione a una fan page dimenticata in fondo alla bacheca, ogni tag. L’Unione Europea sembra essersi accorta del problema, e proprio giorni fa, a 15 anni dalla direttiva sulla privacy che da noi è diventata il Testo Unico del 2003, ha ribadito che è necessario proteggere i dati di quelle 500 milioni di anime virtuali come se si trattasse di cittadini Ue. Stabilendo il “diritto all’oblio degli utenti, che devono poter scomparire da social network e motori di ricerca senza lasciare tracce, le quali consegnano ai surfisti del web un pieno potere sui propri dati personali.” Forse un po’ scontato, è vero. Ma necessario. Se scrolliamo le spalle asserendo di non avere niente da nascondere, non abbiamo idea dell’uso che si può fare delle informazioni sul nostro conto. Ce l’hanno invece gli inventori di Firesheep, un’applicazione che permette a tutti, ma proprio tutti, di captare i nostri dati quando si naviga in modalità wi-fi. Pensateci bene: vi piacerebbe?

Che si tratti di paure concrete o scenari fantascientifici alla Minority Report, resta il fatto che un po’ di cautela proprio male non fa. Le impostazioni privacy di Facebook potrebbero essere migliori, questo è vero, ma se le usiamo bene e se impariamo a dosare quest’ansia esibizionista che fa di noi i protagonisti di monologhi piuttosto che di vere interazioni, riusciremo a mantenere riservata almeno un’area della nostra vita virtuale. Per cominciare, intanto, possiamo aderire all’Unfriend Day: lanciato con un video da Jimmy Kimmel, comico e conduttore statunitense, il 17 novembre sarà il giorno in cui tutti dovremmo dedicare almeno un paio d’ore a cancellare dalla lista degli amici di Facebook quelli che amici veri non sono. Ovvero: vogliamo davvero che un centinaio di sconosciuti vedano le foto del nostro viaggio a Parigi?

Marìka Surace

Foto di Andrew Feinberg

Giovedì, 11 Novembre, 2010 - 22:27
redazione

Quanti luoghi comuni che girano sui nomadi nel nostro paese. Due giovani lettori ci mandano una videointervista con Marco Brazzoduro, docente di politiche sociali all'Università La Sapienza di Roma e studioso della situazione dei rom in Italia e in Europa.

Domenica, 14 Novembre, 2010 - 20:49
redazione

Sovraffollamento delle carceri e numero impressionante di morti tra i detenuti. Sono due le questioni principali che ciclicamente tornano sulle pagine dei giornali quando si parla di carcere. Come affrontare senza ideologie e con pragmatismo il tema della prigione, dei reati, delle pene adeguate? Lo abbiamo chiesto a Mauro Palma, presidente del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, tra i più attenti osservatori dell'universo detentivo in Italia e nell'Unione europea.

Il nostro paese è nella top list dei suicidi in carcere. «Da una parte – spiega Palma in questa intervista – la detenzione è molto spesso sinonimo di abbandono nelle carceri italiane e questo spiega i suicidi in cella. Dall'altra, esistono alcune morti sospette che avvengono nelle nostre prigioni e che pezzi minoritari del personale penitenziario hanno ancora interesse a coprire».

Un problema che dovrebbe essere in primo luogo interesse delle amministrazioni chiarire. Inquietante è, conclude Palma, la registrazione di Teramo in cui un comandante di Polizia penitenziaria spiegava alle guardie di non picchiare i detenuti in vista ma di farlo in luoghi nascosto. «Si tratta di pezzi minoritari, ma tuttavia esiste ancora una difficoltà ad affrontare la questione».

Mercoledì, 1 Dicembre, 2010 - 09:33
redazione

E’ dunque operativo il decreto del ministero dell’Interno che impone ai cittadini stranieri, residenti in Italia da almeno cinque anni e che abbiano superato il 14esimo anno di età, di sottoporsi a un test di italiano. Il punteggio minimo richiesto agli esaminandi per ottenere il permesso per soggiornanti di lungo periodo, ossia la “carta di soggiorno”, è ottanta su 100 a una prova di livello A2 del quadro comune di riferimento europeo (il secondo su una scala di sei partendo dalla conoscenza più bassa).

Un’ulteriore tappa sulla via di chi ambisce a diventare un cittadino italiano che, stando a una ricerca del Censis, non dovrebbe creare difficoltà a molti richiedenti ma che sicuramente metterà invece a dura prova le prefetture, già oberate dallo smaltimento delle pratiche della sanatoria 2009 per colf e badanti e dagli imminenti tagli al personale. Gli immigrati dovranno aspettare circa sessanta giorni prima di essere convocati per sottoporsi al test e la registrazione per depositare la propria richiesta dovrà essere fatta necessariamente sul sito testitaliano.interno.it (al momento fuori uso).

Coloro che non possiedono o non sono in grado di usare un pc potranno chiedere assistenza a un patronato e le sedi degli esami dovranno essere individuate dalle singole prefetture. Esistono delle categorie esonerate: non dovrà fare il test chi dimostrerà di parlare un buon italiano perché ha conseguito, ad esempio, dei titoli di studio nel nostro Paese o svolge un lavoro che implica di per sé una buona conoscenza della lingua.
Sarà esentato anche chi attesterà la sua impossibilità di raggiungere l’obiettivo perché, ad esempio, portatore di handicap o anziano. La “bocciatura” non avrà effetti eclatanti, chi non otterrà il punteggio minimo richiesto non dovrà far altro che aspettare altri due mesi e sottoporsi nuovamente al test. Quella che si fa strada dunque non è la paura ma piuttosto la preoccupazione per come potrà essere gestita la mole delle richieste degli aventi diritto in tempi accettabili. C’è chi ipotizza l’arrivo di settantamila domande, chi addirittura di settecentomila.

Difficile prevederlo, la domanda è piuttosto: qual è il valore aggiunto di questa innovazione? In che modo potrà favorire l’integrazione o “tutelarci”? Ben venga la conoscenza dell’italiano diffusa e capillare anche tra gli aspiranti “nuovi italiani” ma, se questo era l’obiettivo, non avrebbe forse avuto più senso investire sulla formazione anziché passare alla verifica finale? Non finirà che andremo solo a prolungare i tempi già biblici necessari per portare a termine queste procedure?
(Veronica Potenza)

Foto di LucaZ FeliXONE

Giovedì, 9 Dicembre, 2010 - 14:49
redazione

Abbattere le emissioni, questo è l'imperativo principale. Ma per raggiungere l'obiettivo le strade sono molte e il mix di possibili fonti energetiche da utilizzare include anche il nucleare. Anche se è la più controversa tra le fonti di energia che possono contribuire ad abbattere le emissioni di CO2 e degli altri gas serra, anche se è il tema più controverso della ricetta energetica per il futuro, anche se rimangono vivi i dubbi sulla sicurezza, sullo smaltimento delle scorie radioattive, sui costi e sui tempi di realizzazione dei progetti. Anche se tutto questo anima un dibattito molto acceso sul nucleare italiano, il progetto va avanti, tanto che, nel frattempo, il governo italiano ha fatto l'identikit dei reattori di casa nostra che, secondo le caratteristiche individuate, saranno reattori di terza generazione.
Questo vuol dire che il 2011 sarà davvero l'anno in cui vedremo nascere reattori nucleari in Italia?

Staremo a vedere, e proveremo a raccontare quel che accade con il contributo di voi lettori e internauti che vorrete esprimere il vostro parere, i vostri dubbi, i vostri argomenti. E lo faremo anche andando a stuzzicare l'opinione di esperti per farci raccontare cosa ne pensano delle centrali nucleari. Come abbiamo fatto con Umberto Veronesi, recentemente nominato Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare e grande sponsor dell'energia all'uranio.
Tutta un'altra opinione è quella di Mario Tozzi che dice invece apertamente e chiaramente che Veronesi sbaglia sul nucleare ed elenca i motivi.

Ma il sostegno al nucleare viene anche da un insospettabile ambientalista della prima ora, proprio lui, Steward Brand, il fondatore del Whole Earth Catalog, uno che si definisce orgogliosamente ecologista, eppure oggi ritiene il nucleare necessario. Così come dentro il mix energetico ci mette i reattori all'uranio anche James Hansen, un nome che fa balzare sull'attenti chi si intende di scienza del clima, il primo a parlare apertamente davanti al Congresso americano di come l'uomo (occidentale e industrializzato) stesse procurando danni al pianeta causando il riscaldamento globale. Oggi gira il mondo per convincere i politici e gli economisti di tutto il mondo, non solo gli americani, a fare qualcosa e del nucleare dice: con le rinnovabili indica una via di uscita pulita e inesauribile.

Immagine di huntz

 

Giovedì, 23 Dicembre, 2010 - 10:46
redazione

Si può fare. Assicurare energia elettrica a tutta la popolazione mondiale solamente con fonti rinnovabili, abbattere le emissioni inquinanti e, allo stesso tempo, garantire sicurezza nella produzione e nella fornitura di energia. Il tutto senza petrolio e senza nucleare. Questa è la strada verso un mondo nuovo di energia sostenibile descritta nell'Energy Report appena presentato in anteprima mondiale dal Wwf, dove si leggono chiare le parole chiave del futuro da costruire: rinnovabili ovviamente, ma anche efficienza energetica e reti intelligenti di distribuzione, o smart grid, se volete dirla in inglese. E poi ci sono i numeri che contano, uno su tutti: 2050. Perché il rapporto non è fatto solo per promuovere astratte prospettive ma, insieme all'analisi del mercato energetico globale, avanza proposte concrete, disegnando insieme a Ecofys  uno scenario audace e ambizioso che dimostra come sia tecnicamente possibile dotarsi di fonti di energia rinnovabile per quasi il 100% del fabbisogno mondiale entro i prossimi quattro decenni, usando le tecnologie attualmente disponibili.

Tra le cose che balzano all'occhio è un netto no al nucleare motivato con argomenti diversi che riguardano la sicurezza e la salute, ma anche la gestione delle risorse economiche e finanziarie.  “Non possiamo sfuggire alla realtà – dice Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia – e cioè al fatto che la fissione nucleare produce scorie pericolose che restano tali per migliaia di anni, non esiste alcun posto al mondo dove possano essere stoccate senza rischi e che i materiali e le tecnologie necessari per la produzione di energia nucleare possono essere usati anche per produrre ordigni bellici”. I costi da affrontare, poi, sarebbero molto elevati e prima di destinare miliardi alla creazione di una nuova generazione di centrali elettriche nucleari, nel rapporto si suggerisce che sarebbe certamente opportuno spostare gli investimenti su altre soluzioni energetiche più sostenibili e sicure.

L'Energy Report  indaga sulle scelte e sulle sfide politiche, economiche, ambientali e sociali che presentano la maggiore criticità a livello globale. La questione energetica, infatti, non può essere affrontata  in maniera efficace da un approccio che sia locale o regionale. La domanda di energia cresce soprattutto nei paesi che stanno accelerando il loro sviluppo economico. Secondo il  World Energy Outlook 2010 della Iea (International Energy Agency), 1,4 miliardi di persone non hanno accesso a forniture affidabili di elettricità, 2,7 miliardi di persone dipendono dalle fonti bioenergetiche tradizionali (soprattutto legname, scarti agricoli e letame) come principale fonte di combustibile per la cottura dei cibi e per il riscaldamento e, stando alle stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 2,5 milioni di donne e bambini muoiono prematuramente ogni anno a causa delle esalazioni delle stufe.

Questo scenario può essere completamente modificato attraverso due azioni principali:
da un lato ridurre la domanda di energia aumentando l'efficienza energetica e abbattendo gli sprechi; contemporaneamente, si legge nel rapporto, dobbiamo massimizzare l’uso dell’elettricità e del calore diretto, con il miglioramento delle reti elettriche per rendere questo possibile. Le soluzioni per la sfida energetica globale sono a portata di mano, conclude Kees van der Leun, direttore di Ecofys, tutto sta ad avere la volontà e l'abilità nel sapere utilizzare.

Un estratto in iatliano dell'Energy Report è disponibile sul sito del Wwf in pdf
Qui si può scaricare la versione integrale dell'Energy Report in inglese (pdf)

Immagine di Lollie-Pop

Giovedì, 3 Febbraio, 2011 - 12:31
redazione

Ci sono il video di Vera che documenta lo stato della Darsena milanese, oppure come le immagini di Renato che ci parlano di un'espansione industriale che seppellisce una vallata, o Paolo che fotografa l'ammasso di rifiuti nell'ex Snia di Varedo. E mentre Rocco ci parla dell'inquinamento della Valle del Sacco, in provincia di Frosinone, dove nell'acqua delle case sono stati rilevati nitrati, rame e ammoniache, Lorenzo mette l'attenzione su un'area molto importante del nostro Paese, “quella che colora di sé con un bel rosso la carta geologica d’Italia. È l’area che riunisce le province di Venezia, Rovigo, parte di quella di Padova, e ancora parti ampie di quelle di Udine,  Gorizia, Ferrara e Ravenna. Sono zone al di sotto del metro sul livello del mare, un triangolo che ha come vertici  Monfalcone, Casalserugo (in provincia di Padova) e Ravenna”.

Eccoli i primi contributi che ci sono arrivati. Raccontano quello che non va nell'ambiente in Italia.  La fase iniziale del primo film collaborativo italiano sull'ambiente si è conclusa con la scelta del titolo che è Itali@mbiente. Lo avete inventato, scelto e deciso voi attraverso le pagine del wiki realizzato da Avoicomunicare, a vostra disposizione per ideare e realizzare il film che è coordinato da Mario Tozzi.

Ora è il momento di inviare i vostri filmati, le vostre foto, le vostre idee, per far nascere concretamente il primo film sull'ambiente nato e realizzato in rete.

Da qui in avanti, i lavori procedono parallelamente almeno su due binari. Da una parte c'è l'evoluzione del soggetto che man mano sta prendendo corpo, di contributo in contributo, e si arricchisce di un nuovo tassello ogni volta che un visitatore aggancia la propria idea a quelle già elaborate. Sull'altro binario ci stanno invece i materiali che i partecipanti stanno caricando sulla pagina dedicata del wiki: testi, immagini e filmati per comporre un mosaico di sguardi e riflessioni sulle brutture che feriscono il nostro paesaggio, sulle cattive abitudini che lo deturpano, ma anche sulle buone abitudini che dovremmo fare nostre, sulle possibili vie di uscita e le soluzioni praticabili.

Partecipa anche tu al film Itali@ambiente, invia i tuoi contributi, tutte le informazioni sono nel wiki dedicato al progetto. Qui puoi vedere, il manifesto che spiega l'iniziativa e lo stato di avanzamento del soggetto dove puoi aggiungere i tuoi contributi, le tue obiezioni e le tue modifiche oltre, ovviamente, a caricare direttamente nel sito i tuoi video, audio o testi scritti.

Immagine di theglocalblog.com

Venerdì, 11 Febbraio, 2011 - 10:53
redazione

Un uomo solo, o un uomo con molte risorse ancora. Un uomo con molti nemici, e con qualche amico di troppo. Cosa sia, dove sia, cosa pensi adesso Mu’ammar Gheddafi nessuno lo sa veramente, e il resto sono solo ipotesi. Le conseguenze che avrà quello che sta succedendo nel paese di cui è dittatore dai mille volti da 41 anni, invece, sono tutte lì, in quell’immenso eppur piccolissimo spazio che divide i paesi che si affacciano sul mediterraneo. E se dell’influenza commerciale ed economica del raìs libico si è già detto (soprattutto di come le sue minacce sulla chiusura dei pozzi di petrolio saranno base per speculazioni di ogni genere e valutazioni diplomatiche non sempre obiettive), l’esplosione della rabbia a Tripoli, Bengasi e in tutta la Libia spaventa l’Europa per l’esodo di uomini che, senza più controlli (se mai ce ne sono davvero stati), arriveranno sulle coste di Italia, Grecia e Malta.

Ipotesi numeriche relative a quest’esodo, definito potenzialmente biblico, ne sono state fatte. Ma finora, complice il maltempo, non ci sono stati sbarchi di nessun tipo, non dopo quelli di Lampedusa della settimana scorsa. Ovvio che, non appena le condizioni miglioreranno, si potrà parlare, con più serietà e consapevolezza, di cosa comporterà, per quanto riguarda il movimento di profughi, la fine del regime di Mu’ammar Gheddafi. Ma nel frattempo pochi dicono che il calderone Libia è esploso e noi ce ne stavamo lì, affacciati sul mediterraneo, a far finta di non accorgercene.

Le colpe, le responsabilità, le omissioni. Non che conti qualcosa adesso puntare il dito verso l’una o l’altra istituzione. Gheddafi forse un giornò verrà giudicato, semmai verrà preso, dalla Corte Penale Internazionale, e solo se sarà il suo paese a chiederlo, o se l’Onu chiederà direttamente un intervento del tribunale. Ma quanto ha pesato, negli anni, la totale indifferenza verso ciò che succedeva in territorio libico, soprattutto relativamente alla gestione dei profughi provenienti dall’Africa subsahariana? Un’inchiesta dell’Espresso ha pubblicato, qualche giorno fa, i dati relativi ai morti del mare, quelli ripescati di fronte alle coste libiche, naufraghi in quel canale di Sicilia che per alcuni è speranza e per altri l’epilogo tragico di un viaggio terribile. Millecinquecento in tutto, di cui 500 seppelliti nel cimitero non islamico di Tripoli.

Sono invece anni che denunce provenienti da Amnesty e altre organizzazioni internazionali che sono riuscite a parlare con i sopravvissuti riferiscono dell’inferno dei campi profughi che Gheddafi, con l’apparente o, meglio, l’indifferente benestare di altri paesi. Torture e maltrattamenti di ogni tipo, e nessuna considerazione dei richiedenti asilo politico, che raggiunta la Libia non hanno avuto nessuna speranza di essere protetti in base al loro status. Processati e mandati in un centro di detenzione, deportati in massa con charter verso l’Africa occidentale. Il tutto lasciando che i migranti affrontassero pericoli terribili e a volte anche la morte, come se si trattasse di barche di rifiuti e non di esseri umani.

Non sappiamo cosa succederà nei prossimi giorni, e se il milione e mezzo di arrivi paventato dalle istituzioni e ipotizzato dall Frontex sia realistico o meno. Ma siamo sicuri che sia questa la prima domanda che dobbiamo farci? In Nordafrica si sta scrivendo la storia. Il nuovo 1989 è partito dai giovani, che non hanno timore di rischiare la vita per liberarsi di regimi repressivi della libertà. I social network ci mostrano ogni giorno le battaglie, gli slogan, le vittime e i trionfi di questo popolo di giovani nordafricani che sognano la democrazia. E se l'Italia chiede all'UE che si applichi il burden sharing, ovvero una condivisione tra tutti i paesi membri delle migliaia di immigrati che starebbero per arrivare, non sarebbe male fermarsi anche solo un attimo a pensare a quello che sta succedendo non solo come il prologo di un'invasione via mare. I nostri dirimpettai, proprio lì di fronte, stanno lottando per qualcosa in cui credono, e forse non hanno maturità e risorse affinché tutto questo li conduca a una vera democrazia. Se l'Italia, insieme all'UE, non si ssume l'impegno di fare da ponte democratico verso questi paesi, con aiuti e sostegni, altro che esodo. Non ci sarà più controllo.

   Foto di illinosaro1960

Venerdì, 25 Febbraio, 2011 - 00:27
redazione

Era il 25 marzo 1911 e nella Triangle Factory di New York, una fabbrica tessile in cui lavoravano soprattutto immigrate, scoppiò un incendio che costò la vita a 146 donne. Tra loro c’erano 39 italiane. La fabbrica, che produceva camicie femminili, aveva le porte chiuse dall’esterno perché i proprietari temevano che le operaie potessero uscire prima dell’orario previsto. La festa dell’8 marzo, oggi banalizzata, commercializzata, strumentalizzata, fu collegata (dopo anni di attribuzioni confuse) proprio a quel tragico evento. Ma quanto è cambiato davvero da allora?
Facciamo fatica, nonostante tutto, nonostante le chiacchiere sulla globalizzazione e, ancor più, sul multiculturalismo, a capire fino in fondo quanto la condizione femminile rimanga, più di altre, legata a geografie estranee al luogo in cui ci si trova davvero, geografie culturali fatte di diseguaglianze evidenti come il burqa o meno evidenti come gli stipendi più bassi e le minori opportunità.
 
Poi però succede che qualcuna riesca a sollevare la testa e, nonostante tutto, nonostante siano davvero difficili le condizioni di partenza, ce la faccia davvero. Leader femminista (lì dove il femminismo assume tutto un altro significato rispetto alle istanze delle donne occidentali) e senatore del parlamento afgano, Fawzia Koofi ha solo 35 anni e alle spalle sofferenze e soprusi di ogni tipo. Le guerre civili che hanno devastato il suo paese le hanno portato via il padre (ucciso dai mujaheddin), il marito professore torturato dai talebani, il fratello. Ha lavorato perché le figlie avessero un’istruzione e, nel 2005, dopo una campagna elettorale in cui il meno che le sia successo erano le autobombe pronte a esplodere e il denaro offertole per ritirarsi, viene eletta come senatore.

In un libro in questi giorni pubblicato da Sperling&Kupfer, Lettere alle mie figlie, Fawzia racconta la sua storia familiare, tre decadi in cui i racconti biografici si intrecciano con le vicende di un paese che non trova pace. Le figlie, Saharzad di 12 anni e Shubra, di 11, la seguono sempre durante i suoi comizi. Un anno fa, proprio l’8 marzo, la attaccarano quando erano insieme, in auto, dopo un discorso. E da allora sono ancora traumatizzate. Il suo libro è per loro, per spiegare alle due bambine lo scopo del suo impegno.
 
“Ero femmina in un paese in cui le femmine non sono certo benvenute, e visto che ero la diciannovesima di ventitrè fratelli mia madre mi abbandonò, appena nata, sotto il sole cocente dell’Afghanistan”. Sopravvive, Fawzia, e da subito inizia a lottare.Una personalità carismatica e instancabile, che la porta a diventare amica di Hillary Clinton, a fare comizi insieme a Condoleezza Rice, ad affrontare viaggi lunghissimi attraverso il suo paese solo per poter dire alle donne, sue coetanee ma analfabete, che l’educazione dei loro figli è la cosa più importante.
 
I suoi racconti, a volte perfino ironici, descrivono un paese in cui, nonostante quello che ci viene detto, è ancora molto lontano dal riconoscere i diritti delle donne. Lei stessa, parlamentare e colta, viene continuamente insultata dai più tradizionalisti, e in parlamento per lei e le altre donne elette intervenire è difficilissimo. Eppure è riuscita, prima donna in assoluto, a presiedere il parlamento afghano come vicepresidente. Un vero record.
 
Oggi la sua speranza è quella di diventare presidente, nel 2014. Sarebbe una svolta storica, perché è già un’impresa difficile avere un presidente donna nei paesi in cui almeno i diritti fondamentali sono riconosciuti, figuriamoci in una nazione in cui ancora molte cittadine portano il burqa e non si azzardano a parlare in presenza del marito. Protetta da otto guardie del corpo e in continuo pericolo di vita, Fawzia spera un giorno di poter dare alle sue figlie (e alle altre madri, come lei) un paese libero dai talebani e dalla paura, dove finalmente le donne riescano a spogliarsi non solo del burqa, ma di decenni di pregiudizi e soprusi, finalmente libere di scegliere.

Foto di U.S. Embassy Kabul Afghanistan

Martedì, 8 Marzo, 2011 - 01:18
redazione

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