Sono 1.300 miliardi di dollari americani ogni anno da qui al 2050. Sarebbero sufficienti a cambiare il corso della storia del pianeta. Non solo porterebbero a compimento la rivoluzione verde che chiuderebbe il discorso sulle emissioni di gas serra, garantirebbero all'ambiente e alle nostre risorse una via d'uscita sicura dai pericoli con i quali stiamo logorando i nostri ecosistemi su tutto il globo.
Non solo quei soldi basterebbero a fare tutto questo, ma con quella cifra si riuscirebbe anche a chiudere con una vittoria la partita contro la povertà nel mondo e a compensare con nuova occupazione i posti persi negli anni terribili della crisi. È l'esempio degli esempi dello sviluppo sostenibile: investimenti e azioni che producono benefici ambientali e migliori condizioni di vita per tutti, su tutto il pianeta.
Sono parole che provengono da una fonte molto autorevole come l'Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite nato con la missione di dare strumenti alle nazioni e ai governi affinché siano in grado di migliorare la qualità della loro vita senza compromettere le possibilità per le generazioni future. In uno studio recentemente pubblicato con il titolo “Verso una Green Economy: percorsi per lo sviluppo sostenibile e per estirpare la povertà” (il testo è in inglese) l'organismo dell'Onu valuta che sarebbe sufficiente impegnare annualmente il 2% del prodotto interno lordo mondiale per dare vita concreta all'economia verde e far uscire i paesi più poveri dalle attuali condizioni di indigenza entro il 2050.
1.300 miliardi di dollari Usa: vi sembrano tanti? Non si direbbe se si considera la dimensione del progetto (un cambiamento dalle dimensioni globali) e, soprattutto, se si considera come vengono spesi ora simili somme di denaro. Gestire i sussidi in maniera diversa da come stiamo facendo ora, dicono all'Unep, garantirebbe un risparmio compreso tra l'1 e il 2% del pil mondiale.
Prendiamo ad esempio gli attuali sussidi alla pesca, è scritto nello studio: “Sono stimati intorno ai 27 miliardi di dollari l'anno e risultano spesi più a danno che a vantaggio delle economia nazionali e dei rispettivi welfare. Solo nel 2008 – dicono ancora gli studiosi dell'Onu – i prezzi e la produzione di carburanti fossili (proprio quelli che qualsiasi idea di sviluppo sostenibile vorrebbe eliminare a vantaggio di carburanti puliti e rinnovabili) hanno incassato sovvenzioni per 650 miliardi di dollari. Spese che appaiono piuttosto insostenibili e non sembrano certo garantire la transizione verso un'economia verde.
La ricetta è tutta diversa. Individuati dieci settori chiave della green economy (agricoltura, edilizia, energia, pesca, foreste, impresa, turismo, trasporti, acqua e gestione dei rifiuti), questi dovrebbero essere oggetto di investimenti che guardino a un'ottica verde di lungo periodo. Ad esempio, secondo il modello utilizzato, la domanda mondiale di energia aumenterebbe nel corso dei prossimi anni, ma tornerebbe a scendere per arrivare alle cifre di oggi entro il 2050, grazie soprattutto all'effetto benefico di tecnologie per il risparmio e l'efficienza energetica. Di questo passo le emissioni di CO2 sarebbero ridotte di circa un terzo rispetto ad oggi entro la metà del secolo, raggiungendo così uno degli obiettivi più importanti che la comunità internazionale rincorre pur stentando a trovare una soluzione pratica da mettere in campo.
Tutto il settore industriale della green economy si è mobilitato, a dimostrazione che esiste un mondo imprenditoriale che punta sul futuro dell'energia pulita e che sta subendo un duro colpo dal decreto Romani.
“Gli incentivi andavano modificati, ma non così” spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. In tutto il mondo nessuno, dopo la Germania, ha installato tanta potenza fotovoltaica come l'Italia lo scorso anno, continua Silvestrini spiegando che siamo riusciti a tenerci dietro colossi energetici come Stati Uniti e Giappone dando vita a una crescita in questo settore che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo due anni fa. “L'aspetto più grave del decreto che taglia gli incentivi alle fonti rinnovabili di energia nel nostro paese – conclude – è l'incertezza che ha già provocato il blocco degli investimenti delle banche causando disorientamento in tutto il settore”.
"Un mondo in cui 20 milioni di persone ogni anno muoiono di fame nelle aree più povere, mentre nelle zone più ricche una persona su dieci è obesa è un mondo folle, stupido, insensato. È un mondo sbagliato che non guarda al futuro. Queste cose chi fa politica le deve sapere". Sebastiano Maffettone, Preside della facoltà di Scienze Politiche della LUISS racconta la sostenibilità e le sue radici filosofiche: "L'idea che la natura sia complemento indispensabile della vita umana è antichissima, appartiene a molta della filosofia del passato - dice Maffettone - la rivoluzione scientifica ha messo in crisi questo pensiero. Soprattutto nel mondo occidentale. Ma in altre culture questo è meno vero". Pensate a Gandhi, per esempio.
“Quando abbiamo iniziato, i cambiamenti climatici erano un tema invisibile. Oggi lo abbiamo saldamente inserito all'interno dell'agenda mondiale. Quando abbiamo iniziato, il disarmo nucleare era congelato da tempo. Oggi possiamo vedere dei progressi”. Sono parole di Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, pronunciate di fronte all'Assemblea Generale che gli ha rinnovato la fiducia per un nuovo mandato.
Da qui al 2016, quando scadrà il nuovo mandato, il dirigente coreano ha ben chiare le priorità verso le quali guidare le attività e gli sforzi dell'Onu, e cioè verso due grandi paure che rischiano di mettere a repentaglio la sicurezza e la pace nell'intero pianeta.
I cambiamenti climatici, infatti, non sono semplicemente una questione di ricerca scientifica. Gli effetti che secondo i ricercatori potranno manifestarsi nella seconda metà del secolo potrebbero avere conseguenze molto gravi soprattutto per le aree più povere e popolose del pianeta. Sono infatti queste le zone più vulnerabili al probabile intensificarsi di eventi estremi come alluvioni, dissesti e siccità che potrebbero portare gravissime conseguenze su sistemi economici fragili, oltre che su un ecosistema il cui equilibrio è minacciato dal riscaldamento globale e dall'aumento della concentrazione di gas a effetto serra nell'atmosfera. Una simile complessità richiede soluzioni che siano condivise dalla comunità internazionale, ed è per questo che l'Onu mette il tema in cima alla sua lista.
Se è vero però che negli ultimi tempi si è parlato molto di Co2, clima e riscaldamento globale, è anche vero che i grandi appuntamenti internazionali si sono risolti in poca cosa e di risultati concreti non se ne vedono molti. Copenhagen è stato un fallimento, Cancùn non ha portato quella svolta che tanti chiedevano. “Abbiamo gettato delle basi su cui ora dobbiamo costruire qualcosa di più concreto – ha detto Ban Ki-moon a Channel NewsAsia – farò pressione sui leader mondiali affinché mostrino un atteggiamento più flessibile su questi temi e affinché giochino un ruolo da leaders globali, andando oltre i loro specifici confini nazionali.
Non esiste al mondo una sola nazione che non abbia dei problemi di politica interna, ma questa è una sfida globale che richiede soluzioni globali attraverso una solidarietà globale, non solo i leaders dovranno comportarsi da leaders globali, ma perfino ogni singolo cittadino dovrà comportarsi come un cittadino globale”.
La strada che Ban Ki-moon sta preparando ai negoziati sui cambiamenti climatici per il suo nuovo mandato è molto lunga. Vorrebbe farla partire da quanto si è fatto finora per rilanciare verso decisioni importanti. Per il momento siamo ancora fermi sulla vecchia via.
A tutte le manifestazioni a cui partecipa Kumi Naidoo è sempre tra gli ospiti più attesi, per l’interesse che nasce attorno alla sua figura e per il percorso da outsider che l’ha portato a diventare, nel 2009, il direttore di Greenpeace.
Dopotutto non è uno che si è mai fatto scrupoli con la comunicazione, e questo, se lo rende particolarmente inviso alle multinazionali, è sicuramente la sua forza. “Il carcere? L’ho già fatto, non lo temo. Anche perché se non avessi il coraggio di mettere in gioco la mia stessa libertà per il futuro del pianeta, avrebbe davvero poco senso questo ruolo”.
In effetti Kumi, che è sudafricano, ha 46 anni e una figlia, da quando dirige una delle associazioni ambientaliste più importanti al mondo ha mostrato un carattere che deriva direttamente dal fatto di essere uno che è poco abituato a stare tra documenti e scartoffie, e molto più incline al lavoro sul campo. Non è un caso, infatti, che quando è stato nominato executive director di Greenpeace, era nel bel mezzo di uno sciopero della fame per i diritti civili nel suo paese.
“Il Sudafrica dell’apartheid è stato una bella palestra per uno che, come me, ha sempre voluto andare a fondo, cercando di capire perché certe ingiustizie venissero taciute o, peggio, dimenticate”. Ma il ragazzo (dimostra molto meno della sua età) è uno a cui certo non manca anche la teoria. A 21 anni, con una borsa di studio, va a Oxford, dove si laurea e ottiene un dottorato in Sociologia Politica. Dopo la liberazione di Mandela, nel 1990, torna a casa sua. Facendo di tutto perché le battaglie del leader antiapartheid vengano concretamente portate avanti.
Oggi che è a capo di Greenpeace, ha un progetto preciso: “Essere estenuante. E non cedere, mai. Non sono per le manifestazioni violente, sarebbe un controsenso per chi si batte per i diritti. Ma ritengo che la fermezza sia un valore, non bisogna scendere a compromessi”. Eppure, si dice che non disdegni il dialogo con le multinazionali, gli facciamo notare. “Certo, perché oggi è con loro che bisogna trattare, e non con i governi. A volte si ottiene molto: basti pensare alla riduzione delle emissioni di gas delle aziende produttrici Coca Cola, e agli accordi in corso con Facebook e Google, che hanno promesso che cercheranno di rendere più “verde” la raccolta dei dati”.
Sicuramente la forza di Greenpeace è quella di non avere alleati, anche se questo significa spesso avere solo dei nemici. “Ma non è detto che sia così. Perché non mi interessa portare avanti le mie posizioni chiudendomi al dialogo, anzi. Ovviamente noi ci attiviamo per rendere l’informazione più trasparente, denunciando gli sprechi e, a volte, costringendo le aziende a prenderci in considerazione”. Così com’è avvenuto quando è stato arrestato l’ultima volta. “La nostra era una protesta aperta contro le trivellazioni nell’Artico. Io ancora non riesco a capacitarmi di questa cosa che si pensi che le fonti di energia debbano essere cercate in posti così difficili da raggiungere e con rischi così enormi. Penso a tutte le energie alternative che ci sono a disposizione sulla terra, e mi sembra davvero una miopia enorme da parte di chi prende le decisioni”.
Conta molto il fatto che venga dall’Africa, perché solo lì ci si rende davvero conto di quanto tutto sia collegato. “L’ambiente, a volte, è discriminato anche di chi si interessa di diritti collettivi, perché ci dicono “Ma è più importante la fame, è importante cercare di vaccinare i bambini contro le malattie”. E non ci si rende conto di come tutto, ogni cosa, sia parte di una catena. Se non si rispetta l’ambienta, ciò impoverisce le risorse che abbiamo, non ci permette di negoziare per ciò che ci spetta, la fame aumenta e le generazioni future rimangono senza nulla in mano. L’indifferenza rimane il nostro nemico numero uno”.
Chi pensava che il tema del nucleare si sarebbe chiuso, almeno in Italia, con il referendum dello scorso giugno probabilmente si sbagliava. E di grosso. Il tema infatti è ancora caldo e si riaccende in occasione della presentazione del piano industriale 2011/2015 della Sogin, la società di Stato incaricata del decommissioning degli impianti nucleari in Italia e della gestione dei rifiuti radioattivi.
Nel piano quinquennale si legge, ed è oggetto di particolare discussione, la realizzazione di un deposito nazionale di rifiuti, nel quale confluiranno scorie dal decommissioning degli impianti e dalle attività di medicina nucleare, e che custodirà circa 80mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e circa 12.500 metri cubi ad alta intensità. “Il Deposito Nazionale – ha dichiarato Giuseppe Nucci, Amministratore Delegato di Sogin - sarà realizzato all’interno di un Parco Tecnologico, centro di eccellenza italiano, dedicato alle attività di ricerca e formazione per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi”. Un deposito che, assicura ancora Nucci, sarà realizzato seguendo i più avanzati criteri di eco-compatibilità.
Ma le domande che si pongono in molti non riguardano tanto l'efficienza energetica del futuro deposito quanto piuttosto la sicurezza. Dove sarà realizzato il contenitore per tutte le scorie radioattive del paese? La Sogin ha stilato una lista, non ancora resa pubblica, di 50 siti papabili sul territorio nazionale. Tutta l'operazione ha un costo che si aggira intorno ai 4,8 miliardi di euro, se si considerano tutte le operazioni da compiere affinché si arrivi per il 2025 al decommissioning completo. Per il momento le attività della Sogin hanno pianificato operazioni per 400 milioni di euro. I tempi per la realizzazione finale del deposito non sembrano molto veloci; si parla di cinque anni per la progettazione e le autorizzazioni e altri quattro per la costruzione.
Nove anni, dunque, a partire dal momento in cui l'Agenzia per la sicurezza nucleare sarà operativa. Rimane da capire come sceglieranno il sito, così come rimane tutto da immaginare cosa avverrà nel luogo prescelto nel momento in cui verrà reso noto; e soprattutto rimane da capire come verranno gestite le eventuali reazioni della popolazione del territorio destinato ad ospitare i rifiuti radioattivi, così come non è chiaro se la cittadinanza sarà in qualche modo coinvolta nella scelta.
Negli Usa ad esempio, la Commissione pubblica che si occupa delle strategie sull'energia nucleare, ha scelto di aprirsi alla discussione e al dibattito utilizzando la Rete. La Nuclear Regulatory Commission ha aperto un canale su YouTube, un profilo Twitter (@NRCgov) e un blog dove il presidente della Commissione, Gregory B. Jaczko, ha partecipato a due webinar, incontri durante i quali ha interagito con decine di bloggers, organizzati con il supporto di due associazioni, una favorevole e una contraria a scelte nucleariste. Forse negli Stati Uniti qualcuno ha capito che ci sono scelte pubbliche intorno alle quali il web può non solo essere uno spazio di discussione aperta, ma anche lo spazio per coinvolgere parti di opinione pubblica capaci di mobilitare le opinioni altrui. Un po' come è successo da noi col referendum.
Dal 16 gennaio 2012 l'Ecopass, non più attivo dal 31 dicembre 2011, sarà sostituito dall'Area C, che sarà messa in atto in via sperimentale per 18 mesi dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 19.30.
L'Area C introduce nuove regole d’accesso alla zona a traffico limitato (Ztl) della Cerchia dei Bastioni, per veicoli privati e commerciali.
Da lunedì 9 gennaionove appuntamenti nelle nove zone di Milano permetteranno ai cittadini di conoscere le novità e i dettagli del provvedimento congestion charge (tassa di congestione) milanese con: Pierfrancesco Maran Assessore alla Mobilità e Ambiente, Carlo Monguzzi Presidente Commissione Mobilità e Ambiente, Pierfrancesco Majorino Assessore alle Politiche sociali, Franco D'Alfonso Assessore al commercio , il Vice sindaco Maria Grazia Guida, Marco Granelli Assessore alla Sicurezza e Coesione Sociale, Lucia Castellan Assessore alla Casa.
Il provvedimento mira a migliorare la vivibilità per chi abita, lavora, studia e viaggia nella città di Milano, con l'intento di ridurre il traffico nella Cerchia dei Bastioni, favorire lo sviluppo dei trasporti pubblici, destinare i guadagni derivati dall'Area C alla mobilità pulita (piste ciclabili e bike sharing, aree pedonali, Zone 30 - strade limitate ai 30km/h), migliorare la qualità urbana in generale attraverso la riduzione del numero di incidenti, della sosta selvaggia, dell'inquinamento acustico e atmosferico.
L'Area C, spiega il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia in una lettera ai cittadini, nasce per rispettare il volere di coloro che hanno votato SÍ al referendum del 12 e 13 giugno 2011, in riferimento al quesito sull'estensione a tutti i veicoli (esclusi quelli a emissioni zero) del sistema di accesso a pagamento.
Il referendum cittadino, approvato dal 79,1% dei votanti, proponeva in particolare numerosi interventi come il raddoppio entro il 2012 delle aree pedonali e delle zone a traffico moderato, la realizzazione entro il 2015 di una rete di piste ciclabili di 300km e il raddoppio degli stalli di sosta per le biciclette, la protezione con corsie dedicate delle linee di trasporto pubblico, un servizio di bus di quartiere per collegare le aree periferiche alle fermate delle linee di trasporto pubblico, l'estensione di bike sharing e car sharing, il prolungamento dell'orario di servizio delle metropolitane e il potenziamento del servizio taxi.
L’Area C corrisponde alla Ztl della Cerchia dei Bastioni ed è delimitata da 43 varchi elettronici muniti di telecamera, di cui 7 accessi a uso esclusivo per i mezzi pubblici.
Il nuovo ticket di ingresso sarà di 5 euro per tutti, fatta eccezione per i residenti che beneficeranno di 40 ingressi giornalieri gratuiti e successivamente di una tariffa agevolata di 2 euro. Artigiani e commercianti, dopo varie trattative e polemiche, potranno scegliere tra due opzioni: 3 euro per l’ingresso oppure il biglietto da 5 euro con due ore di parcheggio gratuito.
Nell'Area C potranno entrare, pagando l’ingresso, le auto alimentate a benzina Euro 1, 2, 3, 4, 5 e solo i veicoli Diesel Euro 4 e 5. I diesel Euro 3 non potranno entrare né transitare in Area C (ma è prevista una deroga di un anno a favore dei diesel Euro 3 di proprietà di residenti all'interno dell’Area).
Potranno invece circolare gratuitamente auto elettriche, moto e motorini e, solo fino al 31 dicembre 2012, le auto ibride, bifuel, alimentate a metano e GPL.
Per quanto riguarda la registrazione e il pagamento del ticket, gli accessi effettuati tra il 16 gennaio e il 16 marzo 2012 potranno essere regolarizzati entro e non oltre il 17 marzo 2012.
Per pagamenti e registrazione rivolgersi al portale www.areac.it.
Bastano cinque righe sul web per lasciare senza parole milioni di persone. A scriverle è stato Beppe Grillo: comico, opinionista e leader del movimento Cinque Stelle, che dal suo blog lancia un breve ma accorato allarme:
"La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.
Una frase, senza spiegazioni o motivi che possano farla sembrare più di una infantile provocazione. Naturalmente tanto è bastato perchè si scatenassero sul web commenti e perplessità, in primis da parte dei tanti che si sentono parte del movimento stesso e non capiscono quale possa essere il motivo di un'uscita del genere. In effetti, al di là dell'effetto gratuitamente cospirazionistico che fa sempre la sua figura, ben poco sembra fare Grillo per sostenere o circostanziare le proprie dichiarazioni.
Perchè mai infatti dovrebbe essere "senza senso" dare la cittadinanza italiana a chi nasce nel paese da genitori stranieri? Vale la pena di notare che non è stato usato il termine "sbagliato" o "scorretto", ma semplicemente senza senso. La questione sulla cittadinanza, che ci si trovi d'accordo o meno, invece è tutto fuorchè insensata, dal momento che serve a stabilire, una volta per tutte, quale sia l'Italia, da chi sia composta e chi siano i cittadini che voteranno alle prossime elezioni, che potranno far parte della futura classe politica e che delineeranno la vita sociale ed economica del paese che verrà: tutte faccende di cui, tutto sommato, forse avrebbe senso discutere, dal momento che interessano il futuro di ognuno.
Altra questione interessante è quella dei "problemi reali", una frase che implica un fatto che non può passare inosservato: le seconde generazioni, i bambini che nascono nel paese e che qui passeranno tutta la loro vita, così come lo status civile di chi emigra in Italia per rimanere a viverci, non sono "problemi reali". A quanto pare si tratta di distrazioni, appunto, di questioncine, che non meritano di essere considerate nella vita del paese e dei cittadini italiani, quelli veri, quali che siano.
Viene anche da chiedersi chi siano i "buonisti della sinistra senza se e senza ma" e i "leghisti e i movimenti xenofobi", uniche due alternative in un dibattito civile che coinvolge ormai il mondo politico e sociale italiano a tutti i livelli, dal bar al Parlamento, con posizioni differenti e variegate non riducibili a due macchiette per il piacere e il bisogno di protagonismo di Grillo.
Ancora più offensivo però è pensare e dare per scontato che "gli italiani" siano tanto faciloni da lasciarsi manipolare ciecamente dai poteri del male che ordiscono questa orribile cospirazione per distrarli dai suddetti problemi. Qui su avoicomunicare abbiamo una presunzione: quella di credere che gli italiani, se si appassionano a un dibattito lo fanno proprio perchè si rendono conto che potrebbe vertere su una questione importante, in particolar modo un dibattito con tali e tante ramificazioni e conseguenze nella vita di tutti i giorni e nel futuro del paese come quello sulla cittadinanza.
Ci piace pensare che "gli italiani", tutti, se mettono in campo iniziative (come quella promossa da L'Italia sono anch'io), associazionismo, spazi di discussione e di confronto, così come di scontro, perchè anche quello è necessario, lo facciano per spirito di iniziativa e partecipazione alla democrazia e alla cultura del paese, e non perchè manipolati da qualcuno.
Ci piace, insomma, pensare, che "gli italiani" siano degni di rispetto per le loro scelte di dibattito, e che nessuno possa permettersi di negarne le capacità di decisione, dialogo e discussione: nè un qualunque presunto potere oscuro, nè un vaneggiamento privo di logica scritto su un blog in cinque righe.
Daniela Fantini, ginecologa cofondatrice nel 1966 del CEMP, primo consultorio privato laico aperto a Milano, e collaboratrice da oltre 15 anni del Soccorso Violenze Sessuali e Domestiche, svela la reale situazione della violenza alle donne, sfatando tanti luoghi comuni.
Pensavamo che la violenza per strada, perpetrata da sconosciuti, fosse la vera emergenza sociale.