Compleanno con regalo. Eh sì, perché giusto due anni fa nasceva Avoicomunicare, uno spazio per discutere e dialogare, per confrontarsi su temi decisivi per il nostro presente e il nostro futuro. L’ambiente e l’integrazione tra i popoli, l’energia e l’incontro con le culture diverse dalla nostra, di questo abbiamo parlato, di questi e di altri argomenti avete scritto nei ventiquattro mesi che scadono ora, convinti che il dialogo sia fondamentale per comprendere i grandi cambiamenti che attraversano il nostro pianeta. Su questo e su altro ci confrontiamo, tutti insieme, e vogliamo continuare a farlo sempre meglio.
Il regalo? Eccolo! Per festeggiare abbiamo deciso di investire ancora di più su di voi varando oggi la nuova nave più ricca di contenuti e di possibilità di interazione per tutti i nostri lettori.
Welcome, prego entrate. Accomodatevi perché qui potete dire ciò che avete a cuore. Fateci conoscere ogni giorno le vostre idee e le vostre opinioni, mandateci testimonianze video per denunciare quello che non vi sta bene o anche per far sapere a tutti qualcosa che vi è piaciuto. Ci piace immaginare queste pagine come un blog aperto nel quale tutti possono postare quello che pensano sia importante, abbia un valore per la nostra comunità e per la comunità Italia.
E oggi partiamo subito con un messaggio in bottiglia che arriva attraverso l’Atlantico. Un nostro lettore, Nicolò Wojewoda, ce lo ha inviato per raccontarci cosa fanno una ventina di giovani (tra cui lui stesso) che animano la parte green del Palazzo di vetro dell’Onu. A noi è piaciuto, e ci è piaciuta la disinvoltura con cui Nicolò ci ha scritto. Fatelo anche voi.
E poi c’è il network di Avoicomunicare, ovvero tutti voi. In questi due anni la rete è cambiata molto, siamo entrati da qualche tempo a pieno titolo nell’epoca dei social network. Youtube, Twitter e, soprattutto, Facebook sono esplosi definitivamente creando un continente nuovo dove esprimersi liberamente, senza mediazione, dove tessere relazioni, incontri, mettendo in comunicazione centinaia di milioni di persone.
Ora, come sanno tutti coloro che ci seguono, la nostra comunità è parte integrante del progetto di Avoicomunicare e per questo abbiamo deciso di valorizzare ancora di più i vostri contributi e le discussioni che quotidianamente animano le nostre pagine. Nella colonna destra della home page abbiamo inserito tutto quello che esce nella nostra rete, tutto quello che ognuno di voi ogni giorno decide di condividere con noi.
In basso, sotto i nuovi cinque box dedicate ad articoli e video, abbiamo ritagliato uno spazio di servizio nel quale trovate e troverete, sondaggi e iniziative speciali che lanceremo in questi mesi. Come quella ancora “top secret” in rampa di lancio in questi giorni.
Insomma, il nuovo Avoicomunicare è pronto, sta scaldando i motori per partire di nuovo. Per partecipare al nuovo viaggio è facile. Basta salire a bordo.
“Ti dico chi è il nemico, gli do un nome, lo identifico con uno dei membri più bassi della scala sociale: in questo modo si circoscrive il problema e la gente pensa che verrà risolto. O almeno avrà qualcuno contro cui inveire. Questo è quello che succede coi rom da decenni, non solo in Italia, ma in tutta Europa”. Paul Polansky è una spina nel fianco per tutti coloro che non rispettano i diritti delle popolazioni rom, uno dei pochi Gadjo (non rom) a essersi conquistato la loro fiducia e il loro rispetto grazie agli anni dedicati allo studio della loro storia e delle tradizioni e al suo attivismo.
Fondatore della Kosova Roma Refugee Foundation e autore di diversi saggi (l’ultimo, Deadly Neglect, racconta la misteriosa morte di 89 rom in uno dei campi per rifugiati gestiti dall’ONU in Kosovo) e documentari, reagisce malissimo alle recenti dichiarazioni del governo francese sull’espulsione di massa dei rom dai confini d’oltralpe. “E’ una storia che ormai conosciamo bene: un governo fa delle promesse in tema di sicurezza e ordine sociale, gestisce campagne elettorali infarcite di slogan e buone intenzioni, ma quando l’incompetenza e la corruzione impediscono che i progetti vengano realizzati, ecco che si cerca qualcuno da colpevolizzare, un nemico pubblico sporco e cattivo, facilmente stigmatizzabile.
I rom sono sempre stati un bersaglio perfetto”. È come se i campi nomadi cresciuti alle periferie delle nostre città fossero la panacea di tutti i mali nazionali, ed ecco che si decide per gli sgomberi. “Ci dicono che sono nomadi, che non vogliono le case e l’acqua corrente: ci si basa su un comodo pregiudizio, ma la verità è che molti di loro riescono a integrarsi anche molto bene. Le comunità spagnole e quelle brasiliane lo dimostrano: i rom hanno un lavoro, i ragazzi vanno a scuola, le famiglie pagano l’affitto e le bollette. Sono dottori, giornalisti, insegnanti, attori e musicisti, ma nessuno parla di loro. Se parliamo di rom pensiamo solo agente povera, ai margini, ai mendicanti”.
A Roma e Milano sono in programma gli sgomberi di due dei più grandi campi rom d’Italia: il Triboniano, campo regolare del capoluogo lombardo, e la Muratella, accampamento clandestino in cui qualche giorno fa ha perso la vita un bimbo di tre anni, morto carbonizzato dopo l’incendio nella baracca in cui viveva con i genitori e il fratellino di pochi mesi, quest’ultimo gravemente ferito. I bambini adesso sono stati portati nei centri d’accoglienza sulla Salaria, rimangono le quaranta baracche che già un anno fa erano state fatte demolire dal sindaco Alemanno, ma che sono state ricostruite una per una da clandestini e rom. Ma progetti urbanistici veri e propri non ce ne sono, le periferie estreme delle città sono totalmente prive di controllo sociale, e c’è perfino che specula con il racket sulle baracche, che vengono “lasciate” ai rom a 200 euro al mese per 20 metri quadrati senza servizi e dignità. "I rom non hanno nessuno che li difenda, nessuno la cui voce li rappresenti. È come se si trattasse di una questione che non appartiene a nessuno, di cui le città devono solo sbarazzarsi. Senza tenere conto che molti di loro non sono di etnia gitana, ma sono cittadini italiani, rumeni, spagnoli.
Mi chiedo in base a cosa il governo Sarkozy e quello italiano, che con i francesi è solidale, pensino di poter espatriare tutta questa gente. Ma si sa che quando si tratta di rom è sempre molto facile violare i diritti umani senza che nessuno se la prenda troppo”. Ci sono organizzazioni non governative, associazioni religiose, piccole scuole di periferia che tentano di muoversi nella direzione più difficile, accollandosi responsabilità che dovrebbero essere istituzionali. Ma si tratta di un lavoro enorme, che richiede fondi e un sostegno sociale che non c’è. “L’errore più grande è quello di non provarci nemmeno”, conclude Polansky. “Di non pensare a come sfruttare le potenzialità di queste persone, di come avvicinare i loro capi, che sono molto ascoltati e seguiti, per allontanare gli elementi che non vogliono integrarsi e fornire invece un valido supporto a chi ci vuol provare.
Senza dimenticare che, come in ogni tentativo concreto di integrazione, è sui giovani che bisogna puntare: bambini e adolescenti su cui si può intervenire in modo efficace, con programmi di scolarizzazione e, successivamente, di formazione professionale. I giovani sono l’unico raccordo tra un passato nomade e legato alle tradizioni e la società del XXI secolo in cui i rom possono trovare un posto che sia diverso da quello di reietti senza speranza e capri espiatori di ogni male della nostra società” Foto di Giorgia Serughetti
Teodoro, Steve,Martin e Justin: quattro giovani studenti africani, pantaloni a zampa e capelli vaporosi, arrivano nella Roma degli anni '70, in piena epoca di contestazioni e battaglie politiche. Vivono, combattono, si divertono come i coetanei italiani. E decidono di restare. Ma l'Italia che hanno conosciuto cambia sotto i loro occhi, diventando ogni giorno più chiusa e intollerante. Abbiamo intervistato il regista Marco Simon Puccioni, autore de Il Colore delle Parole, un documentario che raccoglie ricordi e testimonianze di questi ex studenti che oggi hanno i capelli grigi, vivono in Italia e ne sono osservatori privilegiati
Dal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.
Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.
Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.
Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.
Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.
Foto di robpatrick
È passato tanto tempo da quando gli unici che vedevamo erano quelli con le borse cariche di ogni mercanzia, clandestini dell'intrattenimento gadgettistico da spiaggia. I vu cumprà sono cresciuti, si sono integrati, producono, risparmiano e pagano le tasse. E soprattutto sono indispensabili, e lo saranno ancor di più nei prossimi dieci anni. L'ultimo rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia sviluppato dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) è pieno di dati rassicuranti sull'integrazione e numeri positivi sul beneficio che l'immigrazione porta al nostro paese. che dovrebbero far mettere da parte un bel po' di pregiudizi. Innanzi tutto relativamente alla situazione lavorativa nel nostro paese, che secondo il rapporto ormai non può più fare a meno dell'apporto straniero. Infatti, recita il rapporto, "gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque, ci troveremmo un'ampia carenza di occupati. Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri". È quindi soprattutto una questione demografica, che analizza la situazione da qui ai prossimi 8 anni. Il Cnel afferma infatti che secondo le previsioni dell’ Istat, “la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53% a fronte di una leggera contrazione della popolazione italiana. La crescita della popolazione immigrata permetterebbe comunque di più che compensare il calo di quella italiana; i residenti in Italia nel 2018, sempre secondo i dati Istat, saranno 61,5 milioni, con un incremento complessivo del 2,4% rispetto al 2009 “. La fascia interessata ai cambiamenti maggiori è quella che più incide sulla produttività del paese. Si tratta di quel range compreso tra i 16 e i 65 anni, che per quanto riguarda la popolazione italiana subirà una flessione, mentre la popolazione straniera in età lavorativa crescerà, secondo l'Istat, del 47%, pari a oltre 1,4 milioni di persone in più. E' quindi evidente, secondo il Cnel, che "l'arrivo e la stabilizzazione di immigrati in Italia permetterebbe di compensare la maggior parte della riduzione prevista nella popolazione potenzialmente attiva". Ma il rapporto Cnel disegna un quadro molto più dettagliato e preciso anche delle condizioni dei lavoratori stranieri in Italia. Emergono alcune regioni, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio e il Friuli Venezia Giulia, dove il contesto e le condizioni socio-economiche favoriscono di più l'integrazione. Quella indiana si evidenzia come la comunità meglio inserita lavorativamente, nonostante non sia la più numerosa per presenza sul territorio. Questo primato spetta invece alla Romania, che con più di un milione di suoi cittadini presenti in Italia si conferma la nazione più rappresentata. Ma, e questo è forse il dato più importante, l'analisi tra dati medi dell’integrazione e quelli sulle denunce a carico di stranieri cancella definitivamente l’equazione che lega l’aumento dell’immigrazione a quello proporzionale della criminalità. Più immigrati non vuol dire dunque più delinquenza. “L’aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti”, spiega il Rapporto. "A carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25, mentre a carico di tutti i residenti in Italia (italiani e stranieri) vi è un denunciato ogni 22. Nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%". Dati incoraggianti, dunque, ma soprattutto utili alla pianificazione delle nuove politiche sull'immigrazione che i governi dovranno affrontare nei prossimi anni. Non è un caso che paesi meno miopi del nostro, e alle prese con un'immigrazione proporzionalmente più massiccia della nostra, si siano già dati da fare. Basti pensare agli Stati Uniti, dove la consapevolezza che il dato demografico inciderà in maniera fondamentale sul potere economico del paese, si pensa già di concedere più facilmente la cittadinanza a chi arriva dall'estero per lavorare. In fondo si tratta di una questione che tutto l'occidente alle prese con un calo delle nascite impressionante dovrà prima o poi affrontare. Rivedendo alcuni suoi dogmi dal facile appeal e riconsiderando la reale utilità di politiche di chiusura spesso sbandierate solo a uso e consumo di un elettorato poco lungimirante. Foto di ingirogiro
“A volte il pregiudizio è lo scudo attraverso il quale si tenta disperatamente di proteggersi da se stessi e dagli altri. L’omofobia esiste, e la si può combattere solo dotando ciascuno degli strumenti culturali necessari”. Maura Chiulli crede molto nella scommessa sulle giovani generazioni, che sono anche quelle più a rischio di atteggiamenti intolleranti verso le minoranze e il diverso. Non a casa l’Arcigay le ha affidato la delega alla scuola e alle politiche giovanili e lei, abituata a lottare da sempre, non si scoraggia e porta avanti una battaglia difficile. Autrice di Maledetti froci, maledette lesbiche (Aliberti editore), un libro bianco sulle aggressioni omofobe che in Italia negli ultimi due anni si sono tristemente moltiplicate, Maura è stata vittima negli ultimi mesi di minacce di ogni genere. “Devi morire, sei malata” era una delle tante frasi scritte sulla bacheca della pagina Facebook dedicata al libro e alla sua autrice. A dimostrazione non solo della crescente intolleranza verso gli omosessuali e di chi ne parla, ma della facilità con cui odio e violenza trovino nella rete un facile strumento di attacco.
"Ci si nasconde dietro a un nick e si dà libero sfogo alla propria violenza verbale. Io ho sempre risposto pacatamente e con serietà a questi attacchi, e inoltre penso che se ricevo questo tipo di minacce è anche perché il mio è un libro scomodo, e racconta una verità forse troppo cruda per alcuni". La prima parte del libro, Maledetti report, è dedicata alla rassegna degli episodi di violenza che hanno avuto come vittime designate gli omosessuali. E non si tratta soltanto di quelli che fanno discutere la politica e sollevano dibattiti. Bensì di una crescente miopia frutto del machismo mai accantonato nel nostro paese, lo stesso che ci fa guardare a tutto ciò che è ambiguo come una minaccia alla nostra stessa identità. Lo stesso che sta alla base dei pregiudizi da cui si generano i quotidiani ostacoli a una vita almeno dignitosa: "Io e la mia compagna abbiamo incontrato delle difficoltà perfino per trovare la nostra casa: i rifiuti, gli sguardi denigranti, umiliazioni che ti impediscono di vivere normalmente. Come l'opinione che che gay significhi sempre festino e trasgressione. Nonostante gli unici festini di cui si sappia, in Italia, sono quelli con protagonisti importanti politici".
Perfino i recenti gay pride festeggiati nelle città italiane sono stati l'ennesima occasione per dimostrare quanto ci sia ancora da fare perché l'universo gay abbia la possibilità di dialogare con la società. Se a Milano e Napoli è andato tutto bene, infatti, a Roma l'accoglienza è stata tutt'altro che festosa: "I petardi al gay Village, gli striscioni di insulti, ci aiutano a delineare il quadro di una situazione di tensione crescente. Dovremmo interrogarci tutte e tutti su questa insopportabile deriva violenta. E non mi riferisco solo alle aggressioni fisiche all'ordine del giorno. Anche le parole hanno un valore, sono importanti e possono posizionarsi nel petto come pugnali affilatissimi. L'Italia è il secondo paese in Europa in fatto di aggressioni a danno di persone transessuali, eppure nulla si fa per loro, se non continuare a disegnarli come prostitute drogate al servizio degli uomini facoltosi del nostro Paese".
In altri paesi è possibile sposarsi, o almeno unirsi civilmente. In Italia questa realtà sembra davvero lontana. "Quando ho letto della premier islandese e del suo matrimonio, ma anche che il parlamento aveva votato all'unanimità per permettere agli omosessuali di sposarsi, mi sono sentita allo stesso tempo soddisfatta e invidiosa. Sogno di potere un giorno anche io sposare la mia compagna. E, in ogni caso, le unioni civili sono un segno di civiltà e buon senso irrinunciabile. E chissà che un giorno una legge aperta, meno intollerante, non possa riguardare anche l'Italia. Io non sono pessimista: la gente spesso è molto meno chiusa di quanto non lo siano le istituzioni. Nel frattempo è importante proseguire sulla strada della visibilità, dell'orgoglio e del sentimento".
Foto di Atomische
"Immaginate di avere un segreto, una confessione da fare a qualcuno, o comunque qualcosa che volete rivelare solo ad alcune persone e ad altre no: vi piacerebbe che il mondo intero ne venisse a conoscenza?". Amelia Andersdotter, classe 87, ha le idee molto chiare sull'importanza dell'anonimato in rete e su quanto sia fondamentale difenderlo in nome del diritto alla privacy. Per questo ha lasciato l'università di Stoccolma, dove studiava Matematica, e si è unita al gruppo politico più innovativo d'Europa: il Piratpartiet, il partito pirata, nazionalità svedese e tanto successo in patria da avere mandato alcuni dei suoi membri a occupare dei seggi al Parlamento Europeo.
Tra loro Amelia, che a quasi 23 anni è la più giovane parlamentare, ma non per questo la meno concreta. Anzi. "Molti dei miei colleghi all'inizio non consideravano molto la mia presenza in parlamento, e posso capirli. Ma sono attiva in questo settore da anni, e l'idea che della gente abbia creduto in me tanto da mandarmi a Bruxelles la prendo molto sul serio. Farò di tutto per onorare il mio mandato". Appena eletta ha promesso che parte del suo stipendio da parlamentare lo avrebbe donato ad associazioni che lottano per la libertà, come Amnesty International. Ma a oggi, per problemi burocratici, non ha ancora ricevuto un euro. Il tempo trascorso a Bruxelles, dove per ora, fino a una ratifica completa del Trattato di Lisbona, sarà semplice osservatrice (può fare tutto ma non votare), lo impegna imparando tutto quello che può sulle dinamiche europee. "Sono interessata a tutto, ma ovviamente ciò che più mi interessa è lo sviluppo tecnologico che verrà applicato a tutta una serie di funzioni del parlamento, e che renderà ogni cosa più facilmente accessibile ed efficace. Il gap tecnologico che c'è tra alcuni paesi ed altri è uno degli ostacoli maggiori all'integrazione europea".
Alcuni membri del suo partito hanno appena sviluppato un Internet Service Provider che permetterà l'accesso anonimo in rete, e che si chiamerà Pirate ISP. Entro la fine dell'estate funzionerà in tutta la Svezia: "Credo sia un gran segno di civiltà: il diritto alla privacy è alla base di ogni democrazia. Come potremmo altrimenti essere sicuri del fatto che l'identità politica di un paese non si formi sull'impossibilità di perseguire qualcuno per le proprie idee?". Ovvio che non tutto vada protetto, non sempre alcuni dati devono per forza restare segreti. Ma Amelia è molto radicale anche sulla questione webstalking e pedofilia on line: "Credo che valga la regola dell'innocenza fino a che non sia provata la colpevolezza di qualcuno. Esaminare i computer e gli accessi in base a delle presunzioni non è il metodo giusto per perseguire questi crimini. Piuttosto, leggi severe e soprattutto di certa applicazione permetterebbero una prevenzione efficace. Penso alla pedofilia: il problema non è tanto la foto online, quanto l'abuso vero e proprio".
Conosce molto bene la situazione italiana, d'altronde ha avuto mesi per studiare. "L'idea che mi sono fatta io è che nel vostro paese ci siano dei politici corrotti che ci tengono a salvaguardare la loro privacy, le loro comunicazioni riservate. Ma lo stesso trattamento non c'è nei confronti dei cittadini, i cui accessi sono più che monitorati, registrati, analizzati. Due pesi e due misure non è l'idea che ho di un governo equo". Amelia, da ex universitaria, è molto interessata anche ai problemi relativi al diritto allo studio: "Il Parlamento Europeo sostiene l'insegnamento gratutito e la condivisione della conoscenza. Sia in principio che in pratica. Non credo che l'insegnamento online possa sostituire completamente quello dal vivo, non a certi gradi di istruzione. Ma quando si tratta di post lauream, dottorati e via dicendo, è una risorsa fondamentale. Così come la condivisione gratuita di riviste scientifiche utili all'approfondimento, così come avviene con Arxiv.org". Niente male per una che compirà 30 anni a fine agosto, a dimostrazione che non bisogna avere vent'anni d'esperienza per essere dei dignitosi rappresentanti politici. Ma soprattutto un bell'esempio per paesi, come il nostro, in cui la gerontocrazia la fa da padrona.
Foto di Visionshare
Si piange ancora tra le strade di città che non ci sono più. Al loro posto tende, accampamenti di fortuna, sguardi smarriti. Sei mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, 1 milione e 600mila persone sono ancora senza casa, in balia di una terra poco generosa e molto instabile. Che solo qualche giorno fa è franata per colpa delle piogge e ha ucciso due fratelli che erano scampati al disastro di gennaio. Nella capitale, Port-Au-Prince, una vera e propria ricostruzione non è mai cominciata. Dopo che il sisma di magnitudo 7 ha quasi completamente raso al suolo la città e che milioni di dollari sono stati donati all’isola caraibica, perfino le abitazioni prefabbricate che dovevano accogliere la popolazione in un periodo di transizione sono rimaste un sogno. “Io non ho famiglia, vivo da un amico, ed è una fortuna avere un tetto stabile sulla testa”.
Philippe Laurent Julien ha 25 anni ma ne dimostra dieci di meno, sorride sempre e scatta fotografie da mostrare agli amici a casa. Ha perso i genitori che era soltanto un bambino, ha vissuto per strada come tanti orfani che affollano le strade di Port-Au-Prince, fino a quando non ha incontrato Padre Richard Frechette della Fondazione Rava, e ha capito che oltre a dare una direzione diversa alla sua vita poteva anche essere d’aiuto agli altri. Oggi fa il tecnico di sala operatoria, è assistente allo staff medico che si occupa delle migliaia di pazienti che già prima del terremoto affollavano il pronto soccorso del Saint Damien.
“Il giorno del terremoto ero in un’aula studio, stavo seguendo un corso sulla comunicazione digitale. A un tratto la stanza ha cominciato a muoversi, sono comparse le crepe sul muro, in pochi secondi tutto quello che c’era prima non esisteva più. Sono riuscito a scappare subito, quando lavori in ospedale impari presto a pensare in maniera efficiente. Ma le scale erano piene di gente disperata, col volto coperto di calcinacci, persone già rassegnate che non facevano altro che invocare l’aiuto di Dio”. La corsa verso l’ospedale è stata rapida, e lo scenario era peggiore di ogni aspettativa: “La strada di fronte al pronto soccorso, il giardino dell’ospedale, le sale d’attesa: ogni spazio era riempito da una folla che non aveva idea di dove andare. Ma la cosa peggiore erano i bambine: centinaia di bambini senza genitori che affollavano le strade, in lacrime, sperduti. Quello che ho io è un ricordo confuso di queste immagini, perché dopo qualche minuto di esitazione ho capito che l’unica cosa che potevo fare era rimboccarmi le maniche. E iniziare con le prime medicazioni”. E con le amputazioni, che nei primi giorni sono state tantissime, visto che in molti casi non c’era tempo o possibilità di dedicare troppo tempo a diagnosi e cure, e che la priorità era quella di salvare vite.
Oggi la capitale haitiana è piena di gente che porta sul proprio corpo il ricordo indelebile di quel martedì 12 gennaio, moncherini e stampelle che reggono le esistenze di questi disperati. E poi la gestione dell’enorme offerta di aiuti, dei volontari senza troppa esperienza, che è stato uno dei tanti problemi da affrontare nelle prime ore dopo il sisma. “Decine di persone che volevano dare una mano, che chiedevano a chiunque portasse una divisa o un camice come potevano rendersi utili. Con il risultato di intralciare ancora di più le operazioni di soccorso”. Ma cosa rimane, oggi, di quei giorni di promesse e buone intenzioni globali? “Haiti è un luogo irriconoscibile, gli aiuti sono arrivati, ma non è solo un problema di soldi, quanto di gestione. Oggi, dopo sei mesi, la gente è ancora senza casa, il reparto maternità dell'ospedale è quello più critico, molti bambini continuano a nascere morti per le condizioni precarie delle madri che spesso arrivano dopo lunghi viaggi a piedi dall'entroterra, visto che molte comunicazioni tra i paesi e la capitale sono ancora interrotte".
Nel frattempo è arrivata l’estate, la stagione degli uragani. Se le piogge degli scorsi giorni hanno fatto franare molti terreni su cui sorgevano gli accampamenti di fortuna, figuriamoci cosa potrebbe succedere nel caso di una vera e propria tempesta caraibica. “Mi sono concesso della tristezza, all’inizio di tutto questo. Soprattutto pensando ai bambini, alla loro sorte. Poi mi sono detto che la tristezza è un ostacolo, e che non avrei lavorato bene se mi fossi lasciato trasportare dalle emozioni. Haiti non ha bisogno di compassione, oggi. Ma di concretezza. E di gente che sappia davvero quello che fa”.
Foto di IFRC
Ancora una volta in finale. Come l'anno scorso. I ragazzi della nazionale italiana under 17 di cricket si confermano vincenti, e dopo aver portato a casa, lo scorso anno, il trofeo europeo, quest'anno sono arrivati di nuovo in finale. La squadra è quasi interamente composta da giovani immigrati del Sud Est Asiatico (Sri Lanka, Bangladesh, India e Pakistan). L'anno scorso il presidente della Federazione Italiana Cricket, Simone Gambino, dedicò la vittoria a Bossi. Siamo andati a intervistare lui e i suoi ragazzi a per sentire come ci si sente a essere campioni europei di una nazione in cui molti di loro non sono ancora riconosciuti nemmeno come cittadini.
E capita a un tratto che il vaso di Pandora, messo per un po’ in un angolo a prendere polvere e invecchiare per noia, venga scoperchiato di nuovo. E che la questione femminile (si potrà dire ancora così? Perché l’impressione è che anche solo l’uso di una certa terminologia possa farti fare un veloce salto da una parte all’altra di una barricata che nemmeno immaginavi ci fosse ancora) diventi tema di cronaca, poi di approfondimento, infine di scontro. Tra donne, ovviamente. Quelle che indossano con disinvoltura i panni di femmina arrivata e dunque doverosamente scettica nei confronti di recriminazioni considerate fuori tempo. E le altre, quelle che pur senza avere nulla da invidiare alle prime in termini di carriera e successo lavorativo, non si nascondono dietro al proprio successo individuale facendo finta che tutto questo non abbia un prezzo, e che quello pagato nel nostro Belpaese sia particolarmente alto. Perché quest’ultime sanno bene che ciò che vale per alcuni, non può diventare dogma per tutti. E che in risposta a un articolo ben documentato e aperto ai due punti di vista come quello di The Atlantic di qualche settimana fa avrebbero ben altre statistiche da sciorinare al di qua dell’Atlantico.
E però ci sono anche le altre. Quelle ben lontane dal voler discutere se sia o meno necessario tirare in ballo vecchi slogan (come se l’età di una pretesa ne determinasse automaticamente l’acquisizione. Come se non vivessimo in Italia), quelle che gli slogan nemmeno li conoscono. Ma tutto è legato, questo lo sappiamo già. E allora sarebbe davvero ipocrita nasconderci che la cronaca triste di questi giorni, la somma di trafiletti e articoli più dettagliati, non può più essere semplicemente catalogata come delitto passionale. Che ha tutta l’aria di una giustificazione, un’attenuante come lo era l’omicidio per adulterio di quel capolavoro sull’arretratezza legislativa degli anni ’60 che fu Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Perché la violenza quotidiana, costante, ormai quasi abitudinaria che ogni giorno travolge le donne non può essere più soltanto un fatto di cronaca che scade insieme al quotidiano che la racconta.
“Il problema della violenza sulle donne sembra inestricabile e purtroppo è anche in aumento”, afferma Anais Ginori, giornalista di Repubblica e autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango), interessante raccolta di testimonianze al femminile. “23,8% nel 2008, quasi dieci punti percentuali in più rispetto al 1995.In definitiva, credo che il problema sia culturale e che abbia molto a che vedere con il rispetto. Negli ultimi anni, il rispetto per le donne (e per il loro corpo) si è molto abbassato. C'è stata una banalizzazione della violenza simbolica e, alla fine, non si può non vedere che c'è stato un effetto anche sulla violenza reale”.
C’è chi afferma, e noi siamo d’accordo, che questi episodi non possono essere staccati da un contesto sociale in cui la figura del maschio viene ridiscussa, indebolita, rielaborata in nome di un’emancipazione femminile sempre più visibile e piena. La paura di perdere ciò che sembrava scontato, una superiorità avallata da anni di docile acquiescenza in ambito domestico e non solo, ha trasformato l’uomo in persecutore che sfrutta la superiorità rimastagli, quella fisica, per tormentare, per vendicarsi, per cancellare. L’identikit degli uomini che ogni giorno calpestano, infastidiscono, massacrano le donne, non è quello di alienati mentali, pazzi maniaci che hanno perso la lucidità da tempo. Non solo. C’è tutto un mondo di maschi di buon livello culturale e buona posizione sociale che ricorre, nonostante ciò, alla violenza.
E la prevenzione, quella con cui una legge sullo stalking che ha ormai un anno si prefiggeva di diminuire il fenomeno, semplicemente non funziona. Spiega Ginori: “Le leggi servono, ma poi bisogna anche finanziarle. Per esempio, la normativa sullo stalking sta diventando inapplicabile perché mancano le risorse per la polizia e i Prefetti. I tempi d'attesa per una donna che denuncia e vuole essere protetta da uno stalker possono raggiungere anche 3 - 4 mesi”. Sempre che ci sia una denuncia. Perché, a oggi, il 93% delle donne non sporge denuncia, e in alcuni casi non sa nemmeno che violenza fisica e psicologica siano reato. Dopotutto, il rispetto per se stesse non è una facile conquista. Soprattutto in una società in cui si continua a ironizzare sul corpo delle donne come avviene qui. Di fronte a tutto questo, bisognerebbe soffermarsi a riflettere su cosa significhi davvero emancipazione.
Foto di John Mueller