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Concorsi pubblici e stranieri: una questione aperta

concorsi pubbliciDal punto di vista della legge italiana in materia di diritto del lavoro, l’accesso ai concorsi e al pubblico impiego è indissociabile dal requisito di cittadinanza. È evidente che queste norme non fanno che rallentare e ostacolare i processi di integrazione e rendere urgenti interventi di riforma.


Giulia Jendoubi è nata a Catania da genitori tunisini, immigrati in Italia molto tempo fa. Ha frequentato tutte le scuole dell’obbligo, si è diplomata in un Istituto superiore del capoluogo siciliano e poi, come tanti suoi amici e coetanei, ha provato a iscriversi all’Università. A differenza dei suoi coetanei, però, la sua domanda di iscrizione è stata rifiutata perché lo Stato italiano non le riconosce né la cittadinanza né la residenza. Vicissitudini familiari e imprevedibili risvolti legali hanno generato una situazione limite (ma non così insolita) e oggi Giulia, ancora immersa nelle trafile della burocrazia per ottenere quel che le spetta di diritto, non esita a definirsi “prigioniera dell’Italia”, come leggiamo nell’articolo di Yalla Italia che racconta la sua vicenda. Giulia non può partire per le vacanze, non può votare e non può partecipare ai bandi per i concorsi pubblici.

Tra le tante criticità legate al tema della cittadinanza, quella che riguarda l’accesso ai concorsi e al pubblico impiego deve imporsi con forza all’attenzione dell’opinione pubblica. Senza entrare in tecnicismi e specialismi, lo stato dell’arte in materia di accesso al pubblico impiego (amministrazioni pubbliche, sanità, scuola, ecc.) e partecipazione ai bandi di concorso prevede ancora, per la legge italiana, l’esclusione dei soggetti che non sono in possesso del requisito di cittadinanza.

Una legge del 30 dicembre 1986 ha disciplinato la materia del collocamento e trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati proprio al fine di garantire a “tutti i lavoratori extracomunitari legalmente residenti in Italia e alle loro famiglie parità di trattamento e piena eguaglianza di diritti rispetto agli italiani”. Questo aspetto è stato poi ripreso e approfondito nel Testo unico sull’immigrazione (art. 2, comma 3) nel quale leggiamo che “la Repubblica italiana garantisce a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani”.

E tuttavia il requisito di cittadinanza resta dirimente. Il riferimento alla parità del trattamento e alle pari opportunità riguarda infatti una condizione di rapporto lavorativo già avviato e non coinvolge tutte le procedure di accesso al pubblico impiego che restano, quindi, tendenzialmente precluse a coloro che, pur vivendo nel nostro paese dalla nascita o regolarmente residenti, non sono ancora cittadini italiani.

Oggi, alla luce dell’aumento progressivo degli indici di scolarizzazione anche universitaria e dei tanti, troppi casi di seconde generazioni o immigrati residenti da tempo nel nostro paese che, come Giulia, sono ancora in attesa di cittadinanza, la questione non è più rinviabile. Ed è proprio sui temi della coscienza e della responsabilità civile, sul senso di appartenenza e sulle opportunità di un'integrazione reale, che bisogna continuare a riflettere per reimmaginare, innanzitutto, ma non solo, sotto il profilo normativo, il concetto di cittadinanza.

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